Brodo di pollo e foglie di eucalipto

A questa inutile

pietà che senti,

oh quanto è simile

la crudeltà.

Mozart, La clemenza di Tito. S’altro che lagrime.

Tutto e bianco e soffice, intanto la neve continua a cadere depositandosi a strati sottili sull’asfalto gelato. Io, dodici anni e qualche mese, trascino la slitta lungo la salita con il respiro corto, Claudio mi segue senza parlare. Quando raggiungiamo la cima ci sediamo sullo slittino, la neve continua a cadere sferzata da un vento artico, imbiancando la strada. Seduti sulla slitta, io davanti e Claudio dietro ci lanciamo giù dalla discesa con l’incoscienza tipica di chi soffre di juvenalgia, ridendo spavaldi, chiudendo gli occhi per la paura. Prendiamo velocità quasi subito e quando vediamo i fari di una macchina che si inerpica a fatica su dalla salita è troppo tardi anche per strillare, e così l’urlo rimane strozzato in gola.

I rumori attutiti della scuola filtrano come fumo tra le fessure e si disperdono nell’aria; noi proviamo a non farci caso, anche se è difficile concentrarsi quando su ventotto studenti quindici sono assenti e dei tredici presenti due stanno tossendo e starnutendo da dieci minuti.

Vuoi continuare a leggere? Questa storia Farà parte del mio nuovo libro in uscita a fine maggio inizio giugno…

Cautionary tale

Un tale vide un serpente intirizzito dal gelo.
Si impietosì e lo raccolse nel suo grembo,
per riscaldarlo.
Il serpente, appena si riprese,
con uno scatto fulmineo lo morse, e quello morì.
Quando un altro serpente chiese
perché aveva commesso quel delitto, rispose:
<< Perché nessuno impari
     a far del bene ai perfidi >>

Fedro.

Il corpicino imbrattato di sangue giace simile a un pupazzo abbandonato al centro del controviale stipato di bidoni della spazzatura e cartacce sull’asfalto crepato. Un sole smorto filtrato da nuvole fosche sembra voglia consolarlo. Gli occhietti rosso rubino appena socchiusi, un ghigno rassegnato a piegargli le labbra: è un ratto nero, con una coda incredibilmente lunga.

Vuoi continuare a leggere? Questa storia Farà parte del mio nuovo libro in uscita a fine maggio inizio giugno…

Pro-nouns

Un congiuntivo in più, un dubbio esistenziale di troppo e venivi bollato per sempre come finocchio.

Dal film Ovosodo

Un sole obliquo graffia la finestrella che dà su White Oak facendosi strada filtrando tra le veneziane socchiuse; è l’autunno che brilla di amaranto e rosso rubino, ricordandoci che Camus in fondo aveva ragione: l’autunno davvero è una seconda primavera in cui ogni foglia è un fiore.

«Quot feminae sunt? Quante femmine ci sono?» domando alla classe indicando un tavolo con quattro studenti, due ragazzi e due ragazze.

La classe, sorrisi timidi e impacciati che fanno capolino tra l’argento opaco degli apparecchi dei denti; nessuno osa rispondere. Dopo una pausa teatrale, mi rivolgo direttamente al tavolo che ho indicato, punto Lily, la ragazza sulla destra: è esile come un giunco, i capelli corti e neri lucidissimi, una pelle bianchissima, quasi trasparente, un collo lungo, smalto nero sulle unghie delle dita secche e affusolate, due occhi vispi e scuri: «Lily…» l’apostrofo con tono pedante, «Quot feminae sunt in tua mensa?».

Lily si passa una mano sulla zazzera di capelli, alza l’indice in aria e dice: «Quante ragazze al mio tavolo? Una…».

«Una tantum? Soltanto una?» domando con una voce canzonatoria inarcando il sopracciglio destro. La classe ride. Lily no…

«Sì. Solo una» replica lei, asciutta.

«Enumeravistine te? Ti sei contata?» domando.

«Sì. Mi sono contat…».

Il mònotono beep monotòno le strozza la parola in gola. Lily sta per aggiungere qualcosa ma gli altri ragazzi si sono già alzati infilando frettolosamente i quaderni negli zaini. Lei indugia per qualche secondo, poi abbassa la testa sul banco, raccoglie le sue cose, si alza e si dirige verso la porta evitando di incrociare il mio sguardo.

Scrivo un appunto sul post-it giallo, scuotendo la testa: ripassare i generi con Lily.

I think Latin has impacted me the most in high school. Learning a dead language was very interesting and quite uncommon.

Terza ora, seduto al computer, sorseggio un caffè mentre leggo il brag sheet di Kaylee. Brag sheet, letteralmente il foglio di vanto, una specie di curriculum vitae scolastico che ogni studente dell’ultimo anno deve dare all’insegnante a cui chiede di scrivere una lettera di raccomandazione per l’università. Be’, il brag sheet di Kaylee si vanta soltanto di una cosa:

Ho fatto la cheerleader per tutti i miei quattro anni di liceo. Sono stata nella Junior Varsity della stagione autunnale e invernale. Per due stagioni sono stata anche il capitano della squadra. Posso districarmi in diversi ruoli e modestamente ho una certa esperienza come flyer, secondary base e back spot.

Punto.

A parte librarsi in aria e saltare in palestra tutti i pomeriggi Kaylee ammette candidamente di aver fatto ben poco, però latino le è piaciuto e anche Mr. D che adesso deve scriverne le res gestae: parole pastose e zuccherate come Nutella sciolta al sole.

Giro la testa e incrocio lo sguardo con quello del poster di Lucrezio che mi sorride con benevolenza, ricordandomi che Kaylee a differenza mia della vita ha capito tutto perché in fondo il fine ultimo dell’esistenza è il piacere.

Scuoto la testa nervosamente. Lucrezio… se avessi avuto bisogno di un consiglio palloso mi sarei rivolto a Cicerone.

Lucrezio scuote la testa e sospira… poi finalmente decide di suggerirmi qualcosa di sensato:

Se è nervosa e secca di’ che è una gazzella. Se è piccoletta falla diventare una delle Grazie, tutta puro sale, se è corpulenta e smisurata è un prodigio ed è piena di maestà. Se è balbuziente cinguetta, se è muta è pudica, se è irruente, odiosa, linguacciuta di’ che è tutta fuoco.

To Whom it May Concern, comincio a digitare nel creativo compito di trasformare Kaylee, la cheerleader della nostra scuola, nella reincarnazione di Saffo trapiantata nella Carolina bay, quando ricevo una mail.

Gentile Mr. D, sono Lily, volevo scriverle riguardo al mio genere e ai pronomi che mi identificano. So che non è ovvio per come mi presento, ma sono un ragazzo trans e i miei pronomi sono he, him, his… Avevo provato a correggerla durante la lezione quando mi chiamava ripetutamente ragazza ma lei rideva e non mi ha ascoltato… Vede, ero un po’ turbato e dispiaciuto dal suo atteggiamento irritante. Io voglio essere riconosciuto come lui e se riuscisse a ricordarselo lo apprezzerei molto.

Di colpo mi sento cieco come l’indovino Tiresia, anzi no, solo stultior (asino), più scemo di un asino mentre rivivo in testa la lezione della prima ora. E adesso vedo chiaramente Lily che prova a dire qualcosa, io che la… lo zittisco bonariamente, la classe che ride, i suoi occhi pieni di inquietudine, io che me ne frego e insisto nel domandargli quante ragazze ci sono al suo tavolo, lei… lui che risponde di nuovo dicendo solo una, io che inarco il sopracciglio, la classe che scoppia in una seconda risata. Mi giro con vergogna verso Lucrezio che questa volta si limita a scuotere la testa con indignazione: Interfice te cochleare.

Ucciditi con un cucchiaio, mi suggerisce piegando gli angoli della bocca in una smorfia di disgusto.

La resa dei conti arriva durante la pausa pranzo, quando la porta si apre e Lily entra e si va a sedere al suo posto. Restiamo in silenzio per qualche secondo, poi mi schiarisco la voce e mi limito a dire: «Scusa Lily».

«Nevermind» replica lui.

«Lily, ma tu quando…».

«Quando ho cambiato pronome?» mi anticipa. «Non ho cambiato pronome, sono semplicemente nato lui».

Provo a pensare a qualcosa di sensato, poi però mi viene in mente che in Italia sarebbe molto complicato cambiarsi i pronomi, perché se un lui diventa lei potrebbe essere anche Lei nel senso di tu formale e poi il suo e la sua prendono il genere dalla cosa posseduta, mentre in inglese his e her hanno il genere della persona che possiede: his il suo di lui e her il suo di lei. Poi penso che la metà dei miei colleghi in Italia forse se ne fregherebbe e continuerebbe a chiamarlo Lily e poi in inglese gli aggettivi non hanno un genere mentre in italiano oltre ai pronomi bisognerebbe cambiare tutti gli aggettivi e i participi passati… Come sei introverso Lily, e profondo.

Lily sbocconcella un sandwich mentre continua a guardare il cellulare, ogni tanto piega gli angoli della bocca in un sorriso misurato. Il sole d’autunno gli illumina i capelli lucidissimi e neri, lui di tanto in tanto scosta la frangetta che gli copre gli occhi. Ha dei lineamenti del viso finissimi, labbra piatte di un rosso pallido, un nasino sottile, occhi neri e intensi incastrati in un ragazzo con i tratti di bambina.

Lily alza la testa e incrocia il mio sguardo: «Lo sa che il club LGBTQ della nostra scuola la settimana scorsa ha partecipato a un seminario sulla diversità sessuale nel mondo classico?».

«Il gruppo LGBTQ?» mi limito a domandare.

«Certo… tra l’altro il presidente è un suo alunno, loro è davvero in gamba».

«Ma quanti presidenti ci sono?»

«Uno… loro è Eunice Bateman».

Provo a far finta di aver capito ma Lily capisce dal mio sguardo che non ho davvero capito, allora sorride con calma, beve un sorso di latte al cioccolato da un bricco di cartone che raccoglie con cura dal contenitore per il pranzo, fa una lunga pausa poi aggiunge: «Il pronome di Eunice è loro… they, them, their

«E perché?» domando cercando di apparire sicuro di me.

«Perché loro non si sentono né maschio né femmina».

Sto per dire loro chi, poi evito l’ennesima figura da fesso perché stiamo ovviamente parlando di Eunice, di loro per l’appunto.

Nella mezz’ora che segue mi lascio guidare da Lily lungo concetti sottili e impalpabili come condensa su vetri smerigliati e freddissimi. Lui parla con voce calda e pastosa, e io mi sento incredibilmente vecchio. Lily mi fa capire che in fondo l’amore non va catalogato, va semplicemente vissuto, perché le persone libere si innamorano di tutto. Lo sapeva bene il giovane Aminia, così innamorato di Narciso da non riuscire a desistere, e allora Narciso gli aveva donato una spada perché si uccidesse. Era morto così Aminia, trafiggendosi davanti alla casa di Narciso, pregando gli dei di vendicarlo.

E mentre io e Lily parliamo di amore, fuori dalla finestra l’autunno si mangia le ultime ombre dell’estate soffiando aria fredda lungo la baia e il rosso delle foglie si stempera nel cielo turchese. Lily sorride filtrando il mondo dai suoi occhi da bambino innocenti e smaliziati. Oltre il campo da baseball il murales arcobaleno del gruppo LGBTQ della Silvana High colora parte della pista di atletica ricordandomi che non c’è poesia più bella che vivere pienamente.

Edonismo

What is the economic system in the U.S?

Capitalist economy

Domanda numero 98 del test di cittadinanza U.S.A.

Un leggero sentore di gomma da masticare al retrogusto di melone e papaya aleggia nell’aula. Kaylee, seduta a gambe incrociate sulla sedia sfoglia ‘They both die at the end‘, Soraya si spazzola i capelli specchiandosi nel cellulare, Sam ha chiuso gli occhi fingendo di essere assorto in pensieri densi come pece. L’aula è avvolta da una penombra conciliante, sa di tè al limone e biscotti al latte e miele, di interminabili pomeriggi autunnali nella scuola materna davanti all’immensa vetrata che dà sul parco, foglie amaranto che vorticano dopo essersi staccate dagli alberi.

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Only in America…

Ms. Bateman sgrana gli occhi trasognati davanti al tappeto di fogli sparsi sulla cattedra: appunti scritti a mano con una grafia minuta e precisissima che mi ricorda tanto quella di sua figlia Priscilla. Mrs. Bateman sfiora con le dita i bordi della carta geografica dell’Italia come a tracciarne percorsi immaginari e io mi limito a guardarla, chiedendomi se anche lei si è accorta che dalla piccola finestrella che dà su White Oak una pioggia primaverile ha cominciato a bagnare la strada. Prima poche gocce a graffiare delicatamente i vetri della finestrella alle nostre spalle, poi spruzzi più corposi a sferzare la spiaggia della baia. Respiro a fondo lasciando che l’inconfondibile odore acre e pastoso dell’asfalto bollente bagnato dall’acqua mi pizzichi le narici.

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NON SIAMO MICA GLI AMERICANI

Mary Nowhere's avatarMary Nowhere

Michele di Mauro racconta cosa significa essere un docente di latino negli USA nel suo libro “Hey, sembra l’America”

L’anno scolastico 2020-21 si è concluso da circa un mese. È stato un anno impegnativo, caratterizzato dall’alternarsi di momenti di in presenza con le scolaresche dimezzate, e a distanza, durante i mesi della “zona rossa”. A giugno una stanchezza ancora più intensa di quella degli anni precedenti e un impellente bisogno di fuga serpeggiavano tra i banchi, unitamente ad un desiderio di “normalità” e ad una serie di interrogativi sul futuro che la chiusura delle attività didattiche ha interrotto bruscamente.

Mi sono volutamente lasciata alle spalle tutto questo, rivolgendo i miei pensieri altrove… ma, proprio in un’occasione di “relax”, vale a dire il concerto di Thom Chacon a Cantù il 4 luglio scorso, ho conosciuto Michele Di Mauro, insegnante di latino a Baltimora, che ha introdotto la serata musicale con…

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Il tuo posto è vuoto

Fuori dalla finestra una pioggia fredda di fine inverno picchia sui vetri. Io, seduto alla cattedra, correggo un passo di Seneca. Laiba entra nell’aula senza far rumore, sorride mentre le nocche battono sulla porta socchiusa. Rimane un po’ con me a parlare di progetti e di futuro mentre continuo a correggere facendo finta di prestare attenzione a quello che dice. Un domani sarà un medico, di questo è certa, dice. La prima donna a laurearsi nella sua famiglia, aggiunge. Viaggerà e poi, chissà… Io l’ascolto sorseggiando un caffè ormai tiepido, ascoltando le gocce di pioggia che tamburellano sui vetri, pensando al consiglio di classe straordinario di oggi pomeriggio. Laiba se ne accorge, abbozza un sorriso di circostanza, poi farfuglia qualcosa a proposito di Seneca. Prima di andarsene prende un foglio dalla stampante e scarabocchia qualcosa in arabo.

«Cos’è?»Le domando mentre esce dalla stanza.

«Niente di che… solo il suo nome » Taglia corto sparendo oltre la porta.


Giugno in Maryland, il caldo arroventa l’aria carica di umidità arrostendo le carcasse delle cicale che si decompongono sotto i tronchi degli alberi. Io nel frattempo riempio il vuoto della mattina leggendo un passo dell’Eneide. Una tempesta di sabbia fine e rossastra trasportata dal vento mi pizzica le narici con fragranze di peperoncino e zenzero, chiodi di garofano ed eucalipto. Occhi agili e inquisitori mi scrutano mentre continuo a tradurre i versi del sesto libro dell’Eneide.

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Provehito in altum. Quando gli indiani sconfissero il KKK

Notte, il cielo è coperto da nuvole spesse che oscurano una luna sottile e opaca. La donna seduta nella macchina combatte il freddo di gennaio sfregandosi le mani, battendo i denti, cerando di percepire i rumori attutiti che vengono trasportati dal vento freddo di gennaio. Sono colpi di fucile, urla di uomini spaventati che si mischiano a ululati. Poi, verso le venti e trentaquattro, vede Mr. Blake correre lungo il campo strillando come un coyote ferito. Non fa in tempo ad aprire la bocca che incrocia lo sguardo di Catfish Cole mentre comincia a rotolare oltre la recinzione e sparire nel fosso adiacente, ignorandola. Solo a quel punto la donna si decide ad agire. Così mette in moto con le mani tremanti e intirizzite, inserisce la marcia, parte schiacciando il pedale con il piede incerto, riempiendo il silenzio dell’abitacolo con un urlo disumano di rabbia e paura. La corsa in realtà dura solo qualche centinaio di metri, poi la macchina urta un tronco e scivola nel fosso oltre la strada. La donna sbatte la testa sul cruscotto e quasi immediatamente avverte un fiotto tiepido che le bagna lo zigomo, poi chiude gli occhi, mentre alle sue spalle gli indiani ululanti si avvicinano lanciando urla di guerra.

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Minima immoralia

Il calore sfrigolante e appiccicoso ribolle sulle cime degli alberi di sicomoro. Le cicale suonano come camion dei gelati, come il sibilo di una pallina, il tintinnio del ghiaccio in un bicchiere di limonata: cicale che cantano furtivamente sullo sfondo come se fossero qui da sempre. Intanto un vento inconsistente soffia da est trasportando folate di aria umida e appiccicaticcia. Io e Mr Sullivan, il collega di latino alla Silvana High, seduti nel back yard di una modesta townhouse a metà strada tra Baltimora e la contea fissiamo senza troppa convinzione i nostri bicchieri strabordanti di Kool Aid e ghiaccio senza parlare. Sopra le nostre teste un cielo azzurro è tagliato a intervalli regolari da strisce bianche di aerei che graffiano il cielo. Nel frattempo il quartiere intorno continua a ronzare al ritmo di miliardi di cicale .

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A est della notte

Al di là della baia i gabbiani planano accecati dalla luce abbacinante di un fervido cielo di metà maggio, ogni tanto si adagiano su qualche pilone di legno sbrecciato, come a riprendere fiato, poi via di nuovo su nel concavo azzurro.

Maggio in Maryland; cieli acquamarina striati da nuvole imbevute di pioggia, campi verde smeraldo infilzati da un esercito di elettrodotti ad alta tensione che si inseguono senza sosta oltre la linea grigia dell’orizzonte.

Intanto la nostra piccola aula è accerchiata da energiche spallate di vita. Al di là della finestra la primavera che si insinua maliziosa in ogni fessura, al di là della porta rumori attutiti di giovinezza e opportunità, di scalpitare gioioso e di sorrisi e di saluti e di arrivederci che sanno tanto di addii.

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