Il vantaggio reciproco

“L’uomo è l’unico animale che non apprende nulla senza un insegnamento: non sa parlare, né camminare né mangiare, insomma non sa far nulla allo stato di natura tranne che piangere.”

Plinio il vecchio

Caro Mr.D,

Volevo ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me fin dal primo anno di scuola superiore. Ho riconosciuto fin da subito la sua sconfinata passione per i suoi studenti. Non c’è mai stato un solo giorno in cui non mi sono divertita nelle sue classi. Non ha mai deluso nel regalare un sorriso ad uno dei suoi studenti e ho sempre apprezzato il fatto che al tempo stesso il sorriso rimaneva comunque anche nel suo, di sguardo… bla bla bla…

Piego il biglietto stampato sul ciclostilato rosa e addento il muffin chiudendo leggermente gli occhi, lasciando che le parole scivolino lentamente oltre le spalle e che l’aroma del limone mi riempia le narici.

La prima settimana di maggio negli Stati Uniti si celebra la Teacher appreciation Week: la settimana di apprezzamento degli insegnanti, una celebrazione riconosciuta a livello nazionale per onorare gli educatori per il loro lavoro e la loro dedizione nei confronti degli studenti. Pare che l’idea sia venuta alla first lady Eleanor Roosevelt che nel 1953 propose di organizzare una giornata nazionale degli insegnanti al Congresso. Il simbolo di questa ricorrenza è una mela rossa.

Durante la settimana studenti e genitori donano dolci, regali e bigliettini agli inseganti…

Grazie per avermi insegnato il latino negli ultimi due anni. Onestamente non avevo idea di come sarebbe stato seguire le sue lezioni, ma mi ha fatto apprezzare la lingua e la cultura romana. La gente potrebbe dire che le uniche lezioni significative per il mio piano di studi dovrebbero essere quelle legate alla matematica e alla biologia, ma in realtà sono stata in grado di capire le parole delle lingue romanze grazie a questo corso. Inoltre ho ampliato il mio vocabolario inglese con parole che derivano dal latino. Le sue lezioni sono sempre state rilevanti e mi sono divertita molto! Lei è un insegnante incoraggiante e confortante, qualsiasi studente sarebbe grato di averla avuta. Sa davvero come insegnare in modo efficace, coinvolgere e intrattenere gli studenti. È stato fantastico averla avuta come insegnante!

Spesso negli USA un bravo insegnante decide di lasciare il lavoro dopo pochi anni. Uno studio federale afferma che il venti percento degli insegnanti certificati delle scuole pubbliche inizia a cambiare idea riguardo a dedicare la propria vita all’insegnamento entro il quinto anno di carriera. Secondo Richard Ingersoll, professore di educazione e sociologia presso l’Università della Pennsylvania, il numero è in realtà molto più alto. Circa il cinquanta percento dei giovani insegnanti ha smesso di insegnare durante i primi cinque anni perché deluso dalla professione. Mentre il numero esatto resta da determinare, la dura realtà è che molti insegnanti lasciano gli istituti di istruzione ogni anno. Nonostante le lunghe vacanze estive, una giornata lavorativa all’appaernza breve e la sicurezza di uno stipendio esiguo ma stabile, gli insegnanti continuano ad andarsene.

Thank you for being such a great teacher. You always make sure to push me to my full potential while also guiding me and giving me the help I need along the way. I always enjoy your class and you always put a smile on my face. I was lucky to have you for two years and I will miss your class next year! It is so obvious that you care about your students and that you love your job and I just want to say thank you for all that you do. 

Il sistema educativo americano richiede test e risorse che gli insegnanti devono costruire da zero. I lavori di molti studenti devono essere rivisti e analizzati quotidianamente. Le telefonate ai genitori sono necessarie e quasi mai restituiscono dignità alla professione. Sfortunatamente, i nuovi insegnanti della scuola sono spesso lasciati a se stessi nella ricerca delle migliori soluzioni. Pochi docenti riescono a combinare lavoro, scartoffie e vita personale. Uno dei principali motivi per cui gli insegnanti americani se ne vanno è la mancanza di salari competitivi. A giudicare dal recente rapporto della National Education Association, in media, gli insegnati americani guadagnano circa $ 58.000 all’anno. In confronto, il salario iniziale per un ingegnere petrolifero e del gas con una laurea è più vicino a $ 100.000. Prendendo lo stipendio medio dell’insegnante e dividendolo per il numero di ore trascorse in classe, lo stipendio di un insegnante arriva a $ 10 l’ora. C’è da dire che gli stipendi variano, da stato a stato poiché gli insegnanti del Montana ricevono la metà di quello che portano a casa quelli del Massachusetts, ma al netto della COLA , cost-of-living adjustment, il potere d’acquisto rimane pressoché identico. Secondo i dati federali, oltre il 40% degli insegnanti deve lavorare più di 60 ore a settimana. Gli educatori finiscono con il lavorare molte ore in più senza il dovuto compenso. Il reddito di un lavoratore medio è del 50 per cento superiore a quello di un insegnante laureato. Detto questo, molti insegnanti sono alla ricerca di entrate aggiuntive, soprattutto durante il periodo estivo, per sbarcare il lunario.

Me and every other student you have had over the years are very lucky to have you as a teacher. Even through these hard times, from day one you have made each class one to look forward too. You always are very nice and help us with school and our personal problems. I want to thank you for always being understanding throughout this school year because it has been a tough one. You always are there when we need help with work from staying after school to being understanding and flexible when we have other stress and personal problems. It helps us a lot! You have made this year much more enjoyable and please know all you have been doing is appreciated. Things may be virtual but, I hope that this card reaches you as a sign of mine and many others appreciation.  Wishing you the best,  

Gli insegnanti americani hanno un tot di giorni di malattia pagati all’anno, cumulabili, ogni assenza extra non verrà retribuita. Le famiglie premono, minacciano, esigono figli super preparati per il college, salvo poi denigrare i docenti e ritenere che siano troppo pagati. È il contribuente che fa a cazzotti con il genitore, l’uovo che rinnega la gallina.

Ecco…
Fare l’insegnante…
Svegliarsi alle cinque e quarantacinque.
Fare l’insegnante…
Arrivare a scuola alle sette e trenta.
Fare l’insegnante… Passare i weekend in compagnia di una risma
di fogli da correggere. Fogli che diciamocelo, spesso sono
un insulto alle leggi della fisica, della logica e della gravità.
Fare l’insegnante…
Leggere negli sguardi di chi insegnante non è, un senso di
disagio.
Ma come glielo spieghi a chi non ha mai insegnato cosa significa
fare l’insegnante… Non scholae sed vitae discimus.

“Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché mentre s’insegna si impara.”

Lucio Anneo Seneca


Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

It’s about US

Attraverso Bel Air Road, la strada che unisce la contea di Baltimora a quella di Harford all’altezza di Parkville. A sud la sterminata periferia a ridosso della città con le modeste townhomes che si susseguono stemperandosi un miglio alla volta nei palazzi della cinta urbana; a nord la zona rurale dove il verde inglese dei campi recintati si amalgama con la ruggine dei trattori, il giallo paglierino del fieno essiccato e il legno sbrecciato delle modeste casette monofamiliari.

Qui, a ridosso del confine di questi due mondi, l’anima rurale incontra quella suburbana mescendosi come acqua e olio d’oliva. Chi abita in questo limen fa mondo a sé: capelli chiari arruffati, magliette imbrattate di senape, pelle slavata e flaccida che rimbalza dagli avambracci e dalle caviglie varicose, beer belly, pance da birra, che fanno capolino da T-shirt dei Baltimore Ravens troppo corte, ciabatte da piscina, il freddo metallico delle  concealed carry guns che sfiorano natiche tiepide, jeans rappresi appena usciti da lavatrici a gettoni.

Ragazze con maliziosi sguardi da bambine ostentano tracotanti una bellezza già sfiorita: occhi grandi color di foglia, labbra color rugiada…

White trash, li chiamano così quelli che abitano qui, spazzatura bianca.

Finisco di attraversare la strada e mi avvio verso il chiosco all’angolo di Kenwood Avenue, una strada secondaria che annega nei campi a ridosso del raccordo anulare.

L’edificio è la sintesi imperfettamente pirandelliana di tutta questa ingenuità; una staccionata rossa e gialla che spicca nel grigio fegato che sublima nel marrone del quartiere, un’insegna dipinta a mano che mostra un grottesco Hot Dog sorridente che stringe tra le mani un barattolo di senape e uno di ketchup, l’insegna avvolta tra le fiamme su sfondo nero. Nell’intenzione del suo artista, l’immagine vorrebbe restituire una boccata di serenità frammista ad allegria e voglia di vivere, a me ricorda tanto Hurt di Johnny Cash, the man in black.

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real

Hurt. Johnny Cash,

Vengo a mangiare qui quando voglio assaporare i gusti ordinari e dolciastri della Suburra specchiandomi nei limiti sottili dell’imperfezione americana con gli occhi perspicaci e inquietanti di Giulio Cesare che sradica certezze granitiche e immacolate.

«Salve magister.»

Mi giro verso la voce e mi trovo davanti Soraya, capelli neri e lucidi raccolti in uno chignon che fanno capolino da una retina bianca da bravo manzoniano, una mascherina blu di Persia a soffocarle un sorriso in piena che le esonda dagli occhi.

Soraya lavora qui come cameriera aggirandosi con grazia tra i tavoli sbrecciati e le comande mentre cita Seneca e Marziale servendo chili cheese dog in cambio di mance modeste come i piatti che serve.

«Salve principessa di Persia, dove posso sedermi?» Rispondo restituendole un sorriso che si smorza miseramente tra le pieghe della mascherina come un affluente in secca.

«Deve fare le chiamate?» Mi domanda lei piantandomi in faccia due occhi scuri e inquisitori come serpenti velenosi.

«E tu come lo sai?» Domando sorpreso.

«Oggi… in classe… l’ha detto lei…»

«Ah vedi…»

«Allora la metto nel retro, così è più tranquillo…» taglia corto lei.

«Mr D, mi tolga una curiosità» Mi domanda mentre mi porge un menù slavato dal tempo.

«Dimmi…» Faccio io spazzando la sedia con il dorso della mano.

«Ma perché si ostina a chiamare i genitori degli alunni che prenderanno un’insufficienza? Se non vogliono studiare saranno pure fatti loro…»

«Perché… non voglio lasciare niente al caso?» Dico nascondendo codardamente la mia risposta in una domanda.

«Proprio un inguaribile sognatore…» replica lei.

Apro la borsa di pelle e prendo la cartelletta con i nomi. Ci sono almeno dieci chiamate da fare. Il primo nome della lista è quello di Kaylee Moore.

Compongo il numero, un truck sfreccia lungo Bel Air Road facendo tremare l’edificio, la linea è libera.

«Chi è?» domanda una voce brusca. Sa di Whiskey e ghiaccio con un retrogusto di miele selvatico e menta.

«Buon pomeriggio, sono Mr. D, il professore di Latino di…»

«Ah… E cosa vuoi?»

«Nulla… solo farle presente che sua figlia ha un’insufficienza in latino e…»

«Hai già chiamato suo padre? No perché io mi sono rotta i coglioni di questa qui… e io sempre a mangiare merda mentre il mio ex marito mai niente…»

Le chiamate si susseguono con alterne fortune mentre le mie certezze si dissolvono leggere tra le nuvole slavate di un cielo azzurro di fine aprile. Il padre di Sam cerca di vendermi un furgoncino Cadillac che a suo avviso è come nuovo, il padre di Amish ha promesso di spaccargli il culo quantevveroiddio; visto che dall’inizio dell’anno scolastico è il quarto culo che millanta di spaccare, mi chiedo di quanti culi sia provvisto Amish… La madre di Candelaria sorride tutto il tempo ripetendo yes ah ah ah… al termine della telefonata mi dice che siento mucho ma non parla inglese.

Soraya di tanto in tanto passa dal tavolo e mi versa acqua ghiacciata di rubinetto con un leggero retrogusto di cloro. Su Bel Air Road le macchine cromate continuano a sferzare l’asfalto; al di là della strada si trascinano le vite mortificate di un quartiere che aspetta il suo momento, sonnecchiando come cenere novembrina color argento ossidato.

Gentili docenti, vi ricordiamo che per poter dare un’insufficienza ai ragazzi, è opportuno avvisare le famiglie e tenere le comunicazioni documentate… potete telefonare o mandare email, l’importante è che i genitori siano al corrente della situazione scolastica dei loro figli.

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L’intelligenza degli elettricisti

Michael continua a non rispondere. Gli occhi chiari e liquidi come l’acqua della baia galleggiano al di là delle mie domande scandite con calma rassegnata. La classe continua a seguire l’interrogazione inspirando ed espirando attraverso le mascherine; i ragazzi da casa sdraiati a letto aspettano scorrendo annoiati le dita sui cellulari. L’interrogazione procede corroborata da meccanismi di scuola collaudati dal tempo e fissati dall’esperienza: uno studente non troppo preparato, un professore che lo sprona con fare paternalista, gli studenti che assistono alla scena come se fosse un film giallo nel quale si sa già chi è il colpevole.

«Michael» riprendo , «Ne abbiamo parlato in classe la scorsa settimana… ricordi? Ettore che appare in sogno ad Enea… ricordi?»

Michael adesso è ormai lontano, la sua mente sta correndo veloce in un quartiere fatto di casette monofamiliari con le bandiere americane che sventolano sospinte dalla brezza della sera, ordinati giardini ordinari, un sole morente che si inabissa oltre la collina, il respiro regolare che batte a tempo del cuore mentre i piedi danzano sulle lastre di cemento, rivoli di sudore a bagnargli la fronte.

«Okay Michael… proviamo a ripartire dall’inizio, ridimmi un po’ come avevi tradotto quel tempus erat quo prima…»

«Adesso basta! Lo lasci in pace… Lei non ha il diritto di trattarlo così.»

Giro gli occhi verso la voce. È una voce tremante, carica di sdegno e sete di giustizia. È una voce che sa di cause perse, ascoltandola bene si percepisce l’eco di Cassandra davanti al cavallo di legno, di Camilla che ferita a morte si strappa dal petto la freccia scagliata da Arunte.

Quando giro la testa Eunice è li a fissarmi senza abbassare lo sguardo, una mascherina color arcobaleno a nasconderle un sorriso guastato da un digrignare sdegnato e totalizzante da adolescente che non conosce mezze misure. Tutto è lotta, questo scontro non deve lasciare prigionieri o feriti.

«Cos’è successo Eunice?» L’apostrofo con una voce sciapa.

«Lei non ha il diritto di umiliarlo.»

Mi limito a sbuffare prendendo tempo, cercando di evitare che questa tenue protesta possa prendere una deriva rivoluzionaria.

«Lei non può… » insiste Eunice «Lei non può… mortificare uno studente in questo modo»

«Intendi dire interrogare

«Mortificare, Mr.D. Mi pareva di averglielo già spiegato una volta…»

«Spiegato cosa?» Domando trattenendo a fatica uno sbadiglio da frustrazione.

«Che questa scuola ableist deve cambiare… Siamo stanchi»

«Scusa, Eunice cara… l’ableism è una discriminazione contro i disabili quando e come io avrei…»

«Perché naturalmente se uno non è sulla sedia a rotelle o non ha l’apparecchio acustico ben in mostra o le stampelle o chissà… magari un’insegna luminosa a segnalarne l’handicap allora non è disabile…»

«E quindi io cosa dovrei fare? »

«Ascoltare invece di interrogare sarebbe già qualcosa…»

Alzo lo sguardo verso Michael che dal canto suo continua a guardare un punto imprecisato dietro le mie spalle, alla mia sinistra la finestra mi restituisce un cielo nuvoloso con qualche striatura azzurrognola. Mi mordo le labbra e comincio ad ascoltare senza reagire e così scopro una frase alla volta che…

I. penalizzare gli studenti che consegnano un progetto in ritardo è ableista.

II. Costringere i ragazzi a fare educazione fisica è ableista.

III. Costringere i ragazzi a parlare davanti a tutti è ableista

IV. Costringere gli studenti a fare lavori di gruppo è ableista.

V. Fare verifiche a tempo è ableista

VI. Sgridare uno studente è ableista

VII. Proibire agli studenti di ascoltare la musica mentre lavorano in classe è ableista

VIII. Dare voti è ableista

Gli studenti continuano a snocciolare articoli dal loro manifesto programmatico ableista come menadi invasate da Dionisio. Io li lascio parlare, perché al di là di tutti gli ableismi la verità e che nella solitudine delle loro vite adolescenziali, un po’ come tutti, in fondo vogliono solo essere ascoltati.

Le voci dei ragazzi si impastano con i miei pensieri, che lentamente tracimano nei ricordi.

C’è un ragazzino minuto in un’aula color caffè. C’è odore di gomma da cancellare rossa e blu, di matite appuntite e bianchetto Pelikan. Un professore giovane e stempiato lo sta interrogando. Il ragazzino guarda le labbra dell’uomo muoversi, ma ormai alle sue orecchie quel professore non produce più suoni articolati ma solo rumori sconnessi. La classe ride, il professore non sta più interrogando adesso, sta semplicemente prendendo in giro il ragazzino, ormai non lo guarda quasi più, cerca con gli occhi gli altri ragazzi e continua a fare battute. Dopo cinque minuti anche il professore si stanca di prolungare questo supplizio.

«Su dai… portami il libretto» Dice con voce sprezzante.

Il ragazzino si alza, è seduto nel fondo della classe e comincia ad attraversare la stanza, ad ogni passo sente gli occhi dei compagni che lo scrutano scostanti. Quando raggiunge la cattedra il professore toglie il cappuccio dalla stilografica e scarabocchia qualcosa; mentre lo fa dice con voce petulante: «Du-e…» Poi alza la testa e pianta gli occhi in faccia al ragazzino «Guarda…» aggiunge, «Ho sentito da un amico che l’elettricista al di là del vialone cerca apprendisti… se fossi in te ci farei un pensierino, tanto qui… ormai…»

Il ragazzino gira la testa verso la finestra, fissa per un attimo il vialone e i capannoni al di là della strada, un cielo bigio di inizio dicembre trasporta foglie triturate dal vento, oltre le fabbriche la sagoma delle prealpi innevate getta un cono d’ombra che vela il cielo.

Al ragazzino viene in mente il verso di una canzone, l’idea gli strappa un sorriso… il professore incrocia il suo sguardo e scuote la testa: «Ma hai capito che ti ho dato due o no? Ma cosa ridi? Guarda che non c’è niente da ridere. Torna al posto va.»

Il ragazzo adesso non ride più, la voce del professore è di nuovo un brusio lontano, nella sua testa il pianoforte continua a suonare accompagnando una voce sgranata e risonante.

E ti offro l’intelligenza degli elettricisti
cosi almeno un po’ di luce avrà
la nostra stanza negli alberghi tristi
dove la notte calda ci scioglierà.

Paolo Conte. Un gelato al limon

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Salvo complicazioni

Il cielo è azzurro tappezzato a intermittenza da nuvole pallide e impalpabili come lenzuola stropicciate. Un gruppo di ragazzi afroamericani seduto a gambe incrociate, mascherine colorate a coprirne i sorrisi ascolta un reverendo che parla.

Io un po’ fisso il cielo e un po’ cerco di incrociare gli occhi di Saphira che seduta di fronte a me fa di tutto per evitare il mio sguardo. Intanto le nuvole pascolano placide nell’indaco del cielo e una brezza gelata soffia aliti salmastri che sanno di alghe e sabbia marina. I ragazzi dal canto loro potrebbero trovarsi nell’Arcadia e non se ne accorgerebbero tanto pendono dalle labbra del pastore.

Il reverendo è un uomo sui quarant’anni, pelle scura e lucida, testa perfettamente rasata, una barba nera fitta e riccioluta guastata qua e là da striature biancastre, occhiali spessi e scuri, occhi grandi e sinceri, denti immacolati con gli incisivi appena pronunciati. «Ragazzi» dice schermandosi gli occhi trafitti dal primo sole del pomeriggio, «Chi più sa, più soffre” recita il Qohelet (1, 18). A che serve capire come si comportano gli esseri umani quando poi si scopre che niente cambia, che le ingiustizie continuano? Io non sono qui per portarvi risposte, al massimo nuove domande. Questa settimana, di nuovo, ci ritroviamo a parlare di fratelli neri fermati dalla polizia, umiliati… uccisi…»

Finalmente riesco ad incrociare lo sguardo di Saphira che dall’altra parte del cerchio di ragazzi fa un impercettibile cenno con la testa, come a dire: ma che vuoi da me? Potevi anche capirlo da solo…’

Rivivo in differita la conversazione che ho avuto con lei due giorni fa, mi aveva fermato a tradimento mentre mi affrettavo lungo il corridoio sull’ala ovest della scuola, mi aveva sorriso facendo sussultare la mascherina, poi con fare sornione mi aveva chiesto se me la sentivo di presenziare ad un incontro dell’African american society della scuola. Ero entrato quasi subito in modalità difensiva, inarcando le spalle e strabuzzando i piedi; lei aveva sorriso con più convinzione e mi aveva detto che un reverendo afroamericano avrebbe parlato di ‘come gestire l’ansia… e che per poter fare l’incontro ci voleva un professore della Silvana High School…’

Mi schermo gli occhi con la mano e faccio una smorfia a Saphira; lei fa spallucce e torna a fissare il reverendo. Io abbasso la testa e rileggo per l’ennesima volta il ciclostilato della riunione:

‘Come controllare l’ansia virgola quando vieni fermato dalla polizia.’

De mortuis tuis…

Giro gli occhi e fisso la bandiera che sventola a ridosso del campo di lacrosse, inspiro ed espiro cercando di elevare i pensieri. La bandiera si stende pizzicata dal vento della baia

Il reverendo intanto continua a parlare, ha una voce suadente e virile, parole schiette pronunciate senza fretta: «Tutti gli afroamericani prima o poi vengono fermati dalla polizia… A volte viene quasi voglia che la terra ci inghiottisca…solo per essere al sicuro da tutti quegli occhi che guardano questa persona di colore che viene fermata dalla polizia»


«Ragazzi» insiste il reverendo, «Sono sicuro che voi… o qualche vostro familiare o amico ha avuto esperienze spiacevoli con la polizia… è ora di parlarne e di capire come comportarsi quando si ha a che fare con la polizia… e prendere consapevolezza con il privilegio bianco che non è razzismo ma forse in un certo senso molto più pericoloso. Il razzista sa di esserlo e ci odia, chi è avvantaggiato dal privilegio bianco non lo sa e diventa razzista… a sua insaputa.»

Un ragazzino minuto alza una mano ossuta e comincia a parlare: «Due settimane fa correvo a casa…un agente mi ha fermato, ha detto che ero sospettoso perché stavo correndo con i pantaloni della tuta.»

Una ragazza, lunghe trecce nere, una mascherina bianca a coprirle il sorriso alza timidamente la mano, il reverendo sorride senza fretta e le fa cenno di parlare.

«Mio fratello che studia all’università è stato fermato da un agente di polizia mentre camminava verso il campus. Lui ha chiesto: qual è il problema? L’agente ha risposto: Stiamo cercando un sospetto per una rapina. Strano che abbiano fermato solo lui, dato che portava molti libri sotto il braccio – e nello zaino… L’hanno trattenuto per un po’ e poi l’hanno lasciato andare, ma ho imparato che la polizia non fa distinzioni in fatto di istruzione, occupazione, classe o status sociale quando si tratta di uomini afroamericani.»

Un ragazzo robusto alza la mano e comincia a parlare: «Durante la pandemia, visto che le scuole erano chiuse io e mia mamma siamo tornati nella sua città natale. Così mi sono ritrovato a fare il giovane adolescente in una piccola comunità del Kentucky…. Beh, sono stato fermato cinque volte in una settimana dalla polizia locale, senza alcun motivo.»

Il reverendo riprende la parola: «Mia moglie ed io ci eravamo appena trasferiti in un nuovo quartiere. Stavamo facendo il giro dell’isolato per accompagnare mia figlia all’asilo… quando un agente di polizia in borghese ci ha fermato dicendo che una delle mie luci posteriori era rotta. Mi ha chiesto cosa stessi facendo nel vicinato, quando gli ho detto che vivevo lì sembrava incredulo. Mi ha chiesto tre volte se vivevo davvero lì. Certo che sì, gli avevo risposto. Alla fine mi ha detto di aggiustare la mia luce posteriore e se n’è andato. Allora sono sceso dalla macchina e ho chiesto a mia moglie di premere il freno: beh… entrambe le luci degli stop funzionavano perfettamente… Anche se questo non dovrebbe essere il caso, insegnare ai propri figli a trattare con la polizia è spesso una lezione che i genitori neri devono instillare nei loro figli in tenera età..»

Incrocio gli occhi del reverendo e non so più dove guardare, le mie pupille sono docili e indifese come Galatine, le sue cariche di veemenza e rabbia come Fisherman’s Friend alla menta extra forte. Giro pusillanimemente lo sguardo e torno a fissare la bandiera che nel frattempo si è voltata a sua volta come a darmi le spalle.

Degni di essere felici

L’occhio della telecamera posizionata in cima alla lavagna restituisce un’immagine traballante ai ragazzi che seguono la lezione da casa; quindici studenti, mascherine colorate che si muovono al ritmo dei respiri, una pioggerellina primaverile che batte sulle finestre, sei piedi di distanza da un banco all’altro, prove di scuola ibrida, sofisticata come macchine di ultima generazione, come mostri della letteratura classica.

Io, una mascherina nera che mi appanna gli occhiali, earbuds wireless nelle orecchie ovattate, continuo a tradurre a memoria alcuni versi del libro secondo dell’Eneide, quello in cui Ettore appare in sogno ad Enea, l’ennesima storia di ingiustizie e tradimenti derubricate a goliardiche schermaglie tra le parti.

La mia voce ovattata rimbomba negli auricolari simili a tappi per le orecchie, il mio respiro affannato aumenta mentre mi sembra di muovermi in una piscina senz’acqua; fatico a tenere il passo, mi muovo a tentoni tra i versi di Virgilio, cercando di ricordarne le parole più che leggerle, perché con gli occhiali appannati mettere a fuoco le righe è quasi impossibile.

Intanto fuori la pioggia continua a bagnare White Oak tamburellando senza fretta, inzuppando la terra scura e la collina al di là della baia. L’America corre la sua gara contro il tempo: da una parte ‘Rona che uno starnuto alla volta continua a serpeggiare e contagiare, dall’altra l’ufficio igiene, Pfizer, i supermercati, Moderna, gli ospedali, Johnson & Johnson, le farmacie a inoculare centinaia di migliaia di contribuenti per restituirgli il libero arbitrio di scegliere come essere felici.

…davanti ai miei occhi Ettore tristissimo che versava molte lacrime, simile al giorno in cui veniva trascinato dalla biga ed era scuro di polvere insanguinata con i piedi trafitti dal cuoio.

Vrigilio, Eneide

Serpeggio tra i banchi leggendo le parole proiettate sulla lavagna elettronica, gli studenti in classe prendono appunti piegati sui banchi, coprendo sbuffi e smorfie e apparecchi metallici dietro alle mascherine; quelli a casa ascoltano la mia voce stando a gambe incrociate su letti disfatti, pigiami stropicciati, sbadigli distratti e capelli arruffati.

«Ragazzi» dico, «la vedete la forza poetica, quasi cinematografica di questa apparizione?»

Nessuno risponde…

«Ettore appare a Enea come lo ha visto l’ultima volta, trascinato nella polvere dal carro di Achille… in tutta la sua vulnerabilità, umiliato, sporco, trafitto….»

«Mr D » mi interrompe Soraya, una mascherina bianca a coprirle la bocca, due occhi scuri che mi fissano senza entusiasmo «nella frase latina traiectus vuol dire trascinato? »

Faccio un cenno con la testa, come a dire sì, forse un po’ deluso dalla sua osservazione di così poco conto nell’insieme delle cose.

«Allora non capisco… il complemento di causa efficiente è in accusativo, non dovrebbe essere in ablativo?»

«Sì Soraya… hai ragione.» Sbuffo…

Soraya fa un cenno con la testa, come a dire: mi pareva che avessi ragione.

«Ragazzi…» aggiungo fissando per un attimo la pioggia che batte sui vetri, «Ieri ho letto un articolo, diceva che il QI medio della popolazione mondiale che dal dopoguerra alla fine degli anni ’90 è sempre aumentato, nell’ultimo ventennio è invece in diminuzione… »

La classe mi ascolta senza dire nulla…

«Pare che sia colpa della semplificazione… insomma a furia di affidarci a internet per tutto abbiamo smesso di pensare… quando non capiamo qualcosa guardiamo un tutorial, cerchiamo su Google, insomma… abbiamo semplificato talmente tanto che ci siamo annacquati. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. Perché non c’è libertà senza necessità… non c’è bellezza senza pensiero della bellezza.»

I ragazzi a casa e a scuola mi ascoltano senza parlare, mortificati dalle mie parole, poi Eunice Bateman alza la mano…

«DimmiEunice…»

«Mr. D, noi non vogliamo essere più intelligenti di voi, vorremmo essere solo più felici. »

Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), il suicidio è stata la seconda causa di morte negli USA tra le persone di età compresa tra i 10 e 34 anni. Negli Stati Uniti i suicidi (48.344) hanno superato di due volte e mezzo gli omicidi (18.830).

Gli insegnanti americani all’inizio di ogni anno scolastico devono completare un corso di aggiornamento sulla prevenzione dei suicidi tra gli adolescenti.

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Cre.Do

«Ragazzi, cosa c’è in comune tra la parola credo e la parola coraggio?» Dico continuando a fissare la strada.

Mascherine colorate a coprire sorrisi adolescenziali impacciati, il proiettore acceso che scalda l’aria frammista a polvere, i miei ragazzi seduti a distanza di sei piedi che continuano a tradurre Seneca.

Breve è la vita che viviamo davvero. Tutto il resto è tempo.

Seneca

La classe continua a tradurre senza prestare attenzione alla mia domanda.

«Credo e coraggio sono parole che vengono dal cuore… Coraggio, vuol dire cor habeo, e credo vuol dire cor do… avere cuore… dare il cuore…»

Fuori dalla finestra l’America fa le prove generali di ‘liberi tutti’; il traffico su White Oak si ingrossa a ridosso dell’Interstate 695, un sole acerbo di fine marzo scalda senza troppe pretese le nostre esistenze di rimbalzo, mascherine, poche, e tanta voglia di normalità, perché l’America si è comprata la felicità, una gioia concreta da iniettare nelle braccia dei contribuenti.

«Mr. D, da grande, quando diventerò un dentista sarò ricca » Dice Kaylee, i capelli biondi e lisci, la bocca che si muove a ritmo della gomma da masticare, la mascherina a nasconderle un sorriso appena accennato.

«Buon per te…»

«E allora le regalerò una macchina…»

«Perché, scusa?»

«Perché la sua è vecchia.»

«Kaylee, quando sarai un dentista vorrò …»

«Cosa?»

«Vorrò il tuo tempo…»

La classe scoppia a ridere, divertita…

«Cos’è una cosa alla Seneca?» Mi domanda Soraya.

«Può darsi…»

«Io ti chiamerò e ti inviterò a prendere un caffè… e tu dovrai accettare…»

«Sì ma chi paga?»

La classe scoppia in una risata soffocata dalle mascherine.

«Pago io…In cambio vorrò solo un po’ del tuo tempo.»

«E dov’è il trucco?»

«Il trucco è che nessuno ti restituirà a te stessa… il tempo passerà e non farà rumore, scorrerà in silenzio e tu lo lascerai passare… come ho fatto io… »

La classe rimane in silenzio, come a voler assorbire le mie parole.

Al di là della finestra le macchine sfrecciano su White Oak, i gabbiani planano sulla baia, rumori di normalità a cui prendiamo lentamente le misure… poi Kaylee abbassa la mascherina, sputa la gomma rosa fosforescente nel cestino della spazzatura e dice: «Sì va bene… ma la macchina di che colore la vuole?»


Vi aspetto sabato 27 marzo per la diretta Facebook con le sfogliatelle… noi ci ritroveremo ad aprile con le storie dalla Silvana High.

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My Karma ran over my Dogma

La borsa di pelle appoggiata su una spalla, jeans scuri, camicia azzurra, una cravatta blu elettrico, mi avvio verso la macchina prendendo le misure ad automatismi ormai dimenticati. Mr. Hamilton apre la porta di casa in vestaglia, prende la copia del Baltimore Sun dal ciottolato e mi fa un cenno con la mano: «Mr D, grazie per quello che state facendo per i nostri ragazzi!»


Raggiungo il parcheggio della scuola dopo aver sorpassato carovane di Bus gialli; parcheggio la macchina in cima alla collina, raccolgo la tracolla e mi avvio verso l’entrata. I pullman continuano a scendere placidamente lungo la spianata scaricando sul piazzale spicciolate di ragazzini con le mascherine colorate calate su visi che lasciano appena intravedere occhi incerti; sopra le nostre teste stormi di gabbiani volano senza fretta planando di tanto in tanto sulla baia. I ragazzi continuano a scendere dai predellini, roteano gli occhi sforzandosi di ricordare automatismi asfaltati da un anno di pandemia e classi virtuali.

All’altezza della bandiera americana vedo Destiny; la maglietta delle cheerleaders, una gonna di carta velina, la cartella che pende dalla spalla destra; è abbracciata in posa plastica a un ragazzo con le fattezze di un armadio a muro, le mascherine abbassate all’altezza del mento. Quando i nostri sguardi si incontrano le si illuminano gli occhi, sorride divertita, scosta delicatamente il ragazzo, si aggiusta la mascherina sulle labbra come fosse una mutanda e mi viene incontro.

«Hey Mr D…» strilla sgraziata,«Le sono mancata, vero?»

«Ma questa cosa che stavi facendo… » rispondo piegando gli angoli della bocca come a improvvisare un sorriso…

«Quale cosa?» mi risponde lei con aria sorniona

«Il CPR… la respirazione bocca a bocca con quel ragazzo… cos’è? Fa parte del protocollo Covid?»

«Ah ah…vedo che ‘Rona non le ha tolto il buonumore… comunque io ‘Rona l’ho già avuto quindi posso fare quello che mi pare e poi lei non è più il mio prof… quindi…» poi sorride, come folgorata da un’idea improvvisa, caccia dalla cartella il cellulare e digita qualcosa sulla tastiera, gira lo schermo avvicinandomelo alla faccia e mi ritrovo davanti Kenzie. Ha la faccia imbronciata, i capelli color cenere arruffati, occhi gonfi di sonno, un sorriso stanco ma felice.

«Mr… D» sussurra dal monitor… «Le sono mancata?»

«Ma tu non vai a scuola oggi?»

«Sono nel gruppo B, ma le sembra giusto? Se andremo avanti così Destiny quest’anno non la vedrò mai a scuola.»

L’atrio della Silvana è silenzioso e asettico come una sala d’aspetto di una stazione ferroviaria. I ragazzi bisbigliano da sotto le mascherine, la preside e i vice presidi li invitano a dirigersi in sala mensa dove sono stati disposti una serie di banchi a distanza di sei piedi l’uno dall’altro. I ragazzi si siedono ordinatamente e abbandonando le cartelle a terra guardandosi intorno. Sembrano impacciati riproducendosi in movimenti confusi e sgraziati.

I nuovi arrivati fanno cenni con le mani, provano a parlare a distanza di sei piedi, con le mascherine calate sulla bocca. Quando capiscono che l’operazione è impossibile, prendono il cellulare e cominciano a digitare saluti virtuali a persone reali. Prima scrivono, poi alzano la testa per leggerne la reazione negli sguardi; è un gioco fatto di sorrisi e cenni silenziosi , di messaggi e ammiccamenti.

Mi avvio verso la segreteria attraversando i muri tappezzati da cartelli covid che ci invitano a mantenere le distanze e lavare le mani. Quando arrivo davanti alla porta la spingo seguendo un movimento corroborato dagli anni, chiusa. Insisto, prima tirando poi spingendo, nulla. Busso delicatamente facendo anche un cenno con le mani per attirare l’attenzione di Ms. Harris, la segretaria; lei mi vede ma continua a rimanere seduta sorseggiando serafica il suo mochaccino deluxe, io scuoto la testa e picchio un po’ più forte, giusto per farle presente che sono chiuso fuori. Ms. Harris sembra prenderci gusto, fa una larga poppata e continua a rimanere seduta.

School Signage & Downloads | New Orleans Children's Hospital

«Mr.D la segreteria è chiusa, nessuno può entrare.» Mi dice Mr.Green passando trafelato, una giacca marrone, mascherina con il logo della scuola, un frappuccino in mano.

«E io come faccio a timbrare?»

«Non si timbra più… almeno per ora, poi chissà…»

Davanti alla porta della mia aula c’è una ragazzina minuta seduta per terra, una mascherina fucsia con la scritta: I’m fine, it’s fine, everything is fine’ , i raggi del sole che filtrano dalla finestra dall’altro lato del corridoio le illuminano i capelli biondi raccolti in un chignon; tiene la testa calata sul cellulare, la bocca che continua a ruminare facendo ondeggiare la mascherina ritmicamente. Quando mi vede si alza, sarà alta sì e no un metro e cinquanta, sembrerebbe una bambina di seconda media se non fosse per un barlume di maturità nello sguardo da sedicenne.

«Hey Mr. D» dice divertita, un sorriso da sotto la maschera che si irradia negli occhi chiari.

Continuo a guardarla perplesso, avvicinandomi impacciato.

«Caspita, com’è alto…» sorride nuovamente.

Riconosco la voce, lo sguardo sornione, la gomma da masticare…

«Kaylee… ?» domando incerto.

Poco alla volta i miei studenti entrano in classe, io fatico a riconoscerli, perché di persona sono così diversi, così…reali.

La prima ora si muove sgraziata e incerta come una versione di Tacito. I ragazzi in classe con le mascherine mi fissano, quelli a casa mi guardano dagli schermi, entrambi si aspettano certezze che non posso avere. Traduciamo a fatica il monologo di Didone, quello in cui lei, tradita da Enea strilla ordini sconclusionati e immaginari…

Al termine della prima ora decido di cambiare strategia: i ragazzi in classe lavoreranno su una versione, quelli a casa tradurranno con me online. Prendo un foglio e mi dirigo in sala professori per fare qualche fotocopia. Quando arrivo ci sono già tre colleghi: Mr. Cummings, Ms. Ziegler e Ms. Hager. Si sono posizionati ai quattro angoli della stanza, per mantenere le distanze sociali.

Mr. Cummings è il primo della fila, si avvicina alla fotocopiatrice, la pulisce meticolosamente con un fazzoletto impregnato di hand sanitizer, poi posiziona il foglio e comincia a fotocopiare, già che c’è si mette a fare una lectio magistralis sulla lezione ibrida. «Queste lezioni mi ricordano tantissimo quelle trasmissioni televisive dove c’è il pubblico in studio e quello a casa… e noi dobbiamo interagire con entrambi… tenerli vivi, sul pezzo… il massimo.»

Ms. Zigler starnutisce inumidendo la mascherina di muco e saliva. Mr. Cummings si zittisce di colpo, noi ci limitiamo a fissarla con sospetto, lei sorride imbarazzata, poi soffia il naso aggiustandosi la mascherina sulla bocca:«Una brutta allergia…»si giustifica impacciata.

Noi sorridiamo coprendoci involontariamente il naso, stringendo nelle tasche gli hand sanitizer. Già… solo un po’ di allergia…

Intanto fuori dalla finestra i gabbiani continuano a vorticare tra la collina e la palude, i trucks a sfrecciare su White Oak, i ragazzi a imparare da casa e da scuola. Scrosci di risa negli alley deserti, accenni di miti tepori, mascherine di carta incastrate tra i rami, la furia del cielo equinoziale che zittisce al lieto spirare di Zefiro: timide prove di primavera…

Cari lettori e amici, le storie di Mr. D si prendono qualche settimana di ferie per lo spring break. Per chi ne avrà voglia, ci rivedremo lunedì 5 aprile. Chi ne avrà tempo (e voglia) vi aspetto sabato 27 marzo alla diretta Live organizzata dall’associazione culturale ‘Le sfogliatelle’.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "SfogliatellE voce del verbo sfogliare associazione culturale per "Gli SfogliaLive" michele di mauro 1 hey, sembra America diario anno di insegnamento in USA SABATO 27 MARZO 2021 ORE 18,00 Alida, Armidina e Maria dialogano con lo scrittore BATTAGLIA EDIZIONI Michele DI MAURO in diretta Facebook sulla pagina de Le Sfogliatelle @associazioneculturalelsfglatell per Gli SfogliaLive"

Amarcord.

Dopo undici mesi, due settimane e tre giorni, torno a guidare verso la Silvana High fissando con meraviglia i dettagli di una strada che non mi sembra più così familiare. La macchina scorre lungo la Interstate 695 macinando le miglia a memoria, scivolando tra i grovigli di ponti, e rampe e intersezioni. Il traffico è scorrevole, i grossi Tir che sfrecciano su e giù dalla costa Est sorpassano la mia piccola utilitaria facendola ondeggiare; alla mia destra quartieri ordinati di un’America ordinaria si susseguono indifferenti. Io assorbo i dettagli della strada con gli occhi gonfi di sonno.

Ho passato la notte in bianco ma è tutta colpa mia perché invece di dormire mi sono riletto quasi tutte le email e circolari dell’amministrazione. Un po’ devo aver dormito però, perché conservo ricordi di sogni sbiaditi. L’Italia perlopiù, immagini impalpabili riciclate, poco originali. In un sogno il vice preside mi chiedeva in un italiano impeccabile come mai avevo deciso di trasferirmi negli Stati Uniti, era per la crisi in Italia o per la mia crisi di identità? Poi i sogni avevano cominciato ad accavallarsi e l’Italia e il Maryland erano diventati una nebbia informe.


All’uscita cinquantaquattro quasi mi dimentico di svoltare proseguendo dritto in direzione nord, verso Bel Air Maryand e poi chissà, magari a all’aereoporto internazionale di Philadelphia o addirittura a quello di Newark in New Jersey; all’ultimo sterzo bruscamente tagliando tre corsie e imbocco la rampa; un Suv con la targa del Maine strombazza infastidito, alzo la mano abbozzando un cenno di scusa, la macchina mi sorpassa sulla sinistra e sparisce oltre la curva, il clacson che continua a protestare sempre più piano.

Raggiungo il viale alberato oltre la baia e comincio a riconoscere piccoli dettagli di una vita che avevo dimenticato; il distributore di benzina Hess dove Mr. Cummings si fermava sempre a prendere il caffè, la strada leggermente in salita, il Dunkin’ dove metà degli alunni ordinavano bibitoni e harsh browns alle sette e quaranta sfidando le più elementari leggi della fisica finendo con il collezionare note di ritardo, poi la baia con i gabbiani che planano a raso sull’acqua increspata dalle onde e dalla spuma.

Quando raggiungo il parcheggio della Silvana High, l’orologio sul cruscotto segna le otto e dodici minuti, una luce rossastra taglia il vetro alla mia destra pizzicandomi piacevolmente con una luce carica di speranza. Scendo dalla macchina e mi dirigo verso l’entrata. La bandiera americana davanti all’entrata è a mezz’asta, come tutte le bandiere degli Stati Uniti del resto.

Oggi l’America si ferma a commemorare i 500,000 americani che hanno perso la vita portati via da una malattia che è ora la terza principale causa di morte negli Stati Uniti -dietro malattie cardiache e cancro, ma prima di incidenti stradali, malattie respiratorie, ictus, Alzheimer. Così si piangono i morti silenziosi che oggi hanno superato il numero di americani uccisi durante la guerra civile, la prima e la seconda guerra mondiale e tutte le guerre americane dal 1945 messe insieme. Le bandiere a mezz’asta sventolano a ricordarci che responsabilità è una parola latina e deriva dal participio passato del verbo respondere...

La stagione influenzale sta arrivando! Molte persone ogni anno, a volte oltre 100.000, e nonostante il vaccino, muoiono di influenza. Chiuderemo il nostro Paese? No, abbiamo imparato a conviverci, proprio come stiamo imparando a convivere con Covid, nella maggior parte delle popolazioni molto meno letale !!!

Donald J. Trump (@realDonaldTrump) October 6, 2020

L’atrio della Silvana High è un ammasso di sedie abbandonate e di tavoli rovesciati; l’odore di scuola, di ragazzi e di caffè, solo un leggero sentore cancellato dal sapore greve di disinfettante. Supero l’atrio con fare spaesato, come un imbucato ad una festa, giro a destra e raggiungo la mia aula.

Quando apro la porta vengo quasi subito colpito dall’odore familiare di chiuso e di umidità. Accendo la luce e fisso la stanza senza riuscire a muovermi, indugiando con meraviglia sui dettagli di una vita che non esiste più; è guardando la mia aula che forse per la prima volta percepisco nella sua interezza la drammaticità di questa pandemia, ma questa consapevolezza non porta nessun conforto.

Giro gli occhi verso la lavagna; leggo con curiosità il dedalo intricato di scritte che raccontano storie di adolescenti e di incoscienza frammista a speranza, poi mi avvicino alla bacheca che racconta di riunioni cancellate, di gite e ricordi mai vissuti; di risate strozzate… all’angolo della bacheca il poster della science committee mi fissa in tutta la sua ingenuità: una tabella che spiega in modo succinto perché non dovevamo aver nulla di cui temere da questo COVID. Tutto fermo al tredici marzo duemilaventi…

Mi muovo lungo l’aula sfiorando i banchi come se fossero ricordi, assorbendo attimi di vite e di persone che forse non rivedrò più. Quando mi sono lasciato la porta dell’aula alle spalle non potevo sapere che ci sarei ritornato dopo un anno, e molto di quello che ero forse adesso non esiste più, con buona pace del carpe diem e del nox est perpetua una dormienda.

Tutto in questa aula sembra parlare di me, di chi ero, di com’ero, poco di cosa sono diventato. Indugio con un sorriso malinconico su una scritta lasciata all’angolo di un banco.

Latin is a language,
Dead as Dead Can Be,
First it Killed the Romans,
Now It’s Killing Me.

Priscilla

scuoto la testa abbozzando un sorriso incerto, passo la mano sulla scritta, come ad accarezzarla, poi alzo l’occhio e noto la seconda scritta sull’angolo opposto, la grafia è diversa, le parole organizzate come una risposta.

All are dead who spoke it.
All are dead who wrote it.
All are dead who learned it,
Lucky dead, they’ve earned it.

Uriah

Raggiungo la cattedra e comincio a raccogliere i fogli sparsi lasciandoli cadere distrattamente nel cestino. L’orologio segna le otto e mezza, entro mezzogiorno devo sistemare l’aula perché settimana prossima, dopo un anno di lezioni virtuali, i ragazzi della Silvana High si riprenderanno la loro scuola.

Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Il libro HEY SEMBRA L’AMERICA è ora disponibile in tutte le librerie e principali online stores, da oggi anche su KOBO e KINDLE nella versione ebook.

Cristalli fragili

I pullman di linea avanzano lungo le vie del centro trasportando pochi passeggeri assorti. Sfilano lungo strade per lo più deserte, superando negozi e ristoranti chiusi da mesi, con assi di legno a sprangarne le porte. Una pioggia ghiacciata scende glassando i parabrezza delle macchine e l’asfalto dei marciapiedi. Nei parcheggi dei centri commerciali vuoti, spettri si aggirano confusi chiedendo di tanto in tanto un dollaro o un quartino, perché di lavoro ce n’è poco. È sufficiente anche una laurea in lettere per rendersi conto che da questa parte del mondo la macchina si è inceppata.
Sprofondato nella sedia della cucina, con il secondo caffè della giornata alla mia sinistra, ascolto la pioggia gelata che si appiccica ai vetri del soggiorno mentre mi connetto alla chat di Zoom. I miei alunni si materializzano sugli schermi e aspettano, non è quella pazienza del saggio, sembra piuttosto essere quell’ineluttabilità di chi è a un passo dallo spezzarsi.
Faccio l’appello chiamandoli uno alla volta, loro rispondono tenendo le videocamere spente, così mi ritrovo a parlare con me stesso mentre ascolto voci lontane e impercettibili.

«Ragazzi» dico quando finisco di fare l’appello, «la fase ibrida di insegnamento comincerà alla fine del mese… si torna a scuola!».

Imbecilli…

Negli ultimi undici mesi Mrs. Connors ha insegnato trigonometria facendo la spola tra il portatile e le gemelline che demolivano il soggiorno un pezzo alla volta.


Imbecilli…


Michael ha smesso di nuotare lasciando che i suoi sogni olimpici affondassero sul fondo di una piscina cobalto.


Imbecilli…

Emily ha seguito le lezioni di latino-autori con Suellen in braccio perché la seconda ora coincideva con quella della poppata della sorellina e la madre aveva il turno al supermercato.


Imbecilli…


«Mamma, esci?».
«Sì… sono in ritardo. Devo andare a prendere Erin a Penn Station».
«Mamma… ».
«Sì?».
«Tua sorella è morta».
«Ah davvero? E quando?».
«Nel Novantasette».
«Ah scusa… me n’ero dimenticata».


Imbecilli…


Mr. Green ha spiegato letteratura inglese curando la madre anziana che inseguiva ricordi e fantasmi annacquati dal tempo.
Dopo due giorni di neve e pioggia gelida, le strade assomigliano a una distesa luccicante di lastre di ghiaccio finissimo e vivace, la cosa non fa chissà quale differenza visto che la maggior parte di noi è rimasta con le caviglie incastrate nelle sabbie mobili di smartworking che da provvisori sono diventati permanenti. Siamo entrati nel lavoro da casa con la curiosità e la trepidazione di chi voleva rompere il filo con la quotidianità; a distanza di un anno abbiamo scoperto che anche un arcobaleno di un quarto d’ora diventa noioso.


I vicini più volenterosi si ostinano a spalare neve ghiacciata fracassando pale di plastica contro blocchi granitici di ghiaccio; il resto di noi si affida più pragmaticamente a mother nature che, calendario alla mano, dovrebbe essere dietro l’angolo con le mani cariche di tiepidi raggi di primavera.

Seduto davanti al monitor continuo a sorseggiare il caffè ascoltando i soffi del vento, il ticchettare della pioggia gelata, il rumore di qualche macchina sull’asfalto, il respiro della casa che un giorno alla volta ha preso il ritmo dei miei respiri, fino a soffocarli con discrezione.
Tra due settimane riapriranno le scuole, così ha deciso il governatore, e noi ci prepariamo rattoppando le nostre fragilità.
Fragile deriva dal verbo frangere, cioè che si può rompere come un cristallo; torniamo in presenza dopo aver subito undici mesi di videocamere accese sulle nostre intimità, senza filtri, con tempi dettati da orari mai flessibili che spesso si scontravano con le esigenze di mariti assillanti, di mogli nevrotiche, di figli impazienti, di fratelli irrequieti, sopportandoci a vicenda, odiandoci con amorevole fratellanza.


Imbecilli…


«Hey Mr. D, imbecilli a chi?» mi domanda Eunice accendendo la videocamera con fare divertito.
«No, mi riferivo alla parola latina, letteralmente sine baculo, senza bastone da passeggio».


Arranchiamo malfermi, senza appoggio pur avendone bisogno, fragili come cristalli, imbecilli come fiori sbocciati tra i colpi di coda di un inverno travestito da primavera.

To live, to fight

I pullman di linea avanzano lungo le vie del centro trasportando pochi passeggeri assorti. Sfilano lungo strade per lo più deserte, superando negozi e ristoranti chiusi da mesi, con assi di legno a sprangarne le porte. Una pioggia ghiacciata scende glassando i parabrezza delle macchine e l’asfalto dei marciapiedi. Nei parcheggi dei centri commerciali, deserti, spettri si aggirano confusi, chiedendo di tanto in tanto un dollaro o un quartino, perché di lavoro ce n’è poco. Basta anche una laurea in lettere per rendersi conto che da questa parte del mondo la macchina si è rotta.

Io, nella sedia della cucina, il secondo caffè della giornata alla mia sinistra, ascolto la pioggia gelata che si appiccica ai vetri del soggiorno mentre mi connetto alla chat di Zoom. I miei alunni si materializzano sugli schermi e aspettano tranquillamente, ma non è quella pazienza del saggio, sembra piuttosto essere quell’ineluttabilità di chi è a un passo dallo spezzarsi.

Faccio l’appello chiamandoli uno alla volta, loro rispondono tenendo le videocamere spente, così per l’ennesima volta negli ultimi undici mesi e quindici giorni mi ritrovo a parlare con me stesso, mentre ascolto voci lontane e impercettibili come lo stormire del vento.

«Ragazzi, » Dico quando finisco di fare l’appello, «la fase ibrida di insegnamento comincerà alla fine del mese…si torna a scuola!»

Soraya, Sam, Saphira, Kaylee non fiatano, i loro quadratini mostrano solo le iniziali dei loro nomi, l’unica immagine riflessa nello schermo è la mia: la barba ispida, le occhiaie di ore dilapidate davanti a un computer; alle mie spalle la finestra con le veneziane abbassate, alla mia sinistra la tazza di caffè ormai tiepida, alla mia destra il cellulare, feticci di vite virtuali, dove le ore sono diventate giorni e i giorni settimane e le settimane mesi…sempre a casa.

«Allora, gli studenti sono stati divisi in tre coorti…»

«In tre cosa?» Mi interrompe Kaylee accendendo la videocamera e fissandomi con gli occhi sgranati, alle sue spalle un letto disfatto, colori pastello, un poster in parte coperto dalla schiena, la gomma da masticare che mulina come cemento in una betoniera.

«In tre coorti… in tre gruppi», la taglio corta.

«Ah…» Mi fa eco Kaylee poco convinta.

«Ci saranno tre coorti»

«Tre gruppi» Mi corregge Soraya.

«La contea le chiama coorti… voi chiamatele un po’ come vi pare. Ad ogni modo ci sono le coorti A, quelle B e quelle C… Gli studenti della coorte A andranno a scuola il lunedì e il martedì, quelli nella coorte B andranno a scuola il giovedì e il venerdì e quelli nella coorte C continueranno a fare didattica a distanza. Qualsiasi studente, in qualsiasi momento, potrà cambiare idea e passare in modalità ibrida, quindi essere aggiunto in una delle coorti A o B o viceversa passare nella coorte C, ovvero in didattica a distanza.»

«E il mercoledì?» Mi domanda Soraya, accendendo la videocamera e fissandomi con uno sguardo sornione, la pelle color giallo sabbia, ciglia lunghe, capelli neri lisci, un sentore di tè e zenzero.

«E il mercoledì cosa?» farfuglio confuso.

«Il mercoledì cosa… facciamo?» Mi incalza lei.

Fisso il programma: la coorte A frequenterà il lunedì e il martedì la coorte B il giovedì e il venerdì, beh…

«Il mercoledì si lavorerà tutti da remoto» Si intromette Eunice scuotendo la testa.

«Grazie Eunice… Ora, voi tutti avete compilato il questionario online. I ragazzi che hanno scelto la scuola ibrida sono stati suddivisi nelle coorti A e B, quelli che hanno scelto la scuola da remoto nei gruppi C… insieme a tutti i ragazzi che non hanno compilato il questionario. Va da sé che durante le lezioni tutti gli studenti dovranno indossare la mascherina, rimanere seduti al proprio banco, igienizzare le mani, evitare contatti con gli altri alunni… Ora, prendete carta e penna che vi dirò a quale coorte appartenete»

«Ma si può anche cambiare coorte?»

«Non lo so… Kaylee… »

«Ma quando una coorte va a scuola le altre coorti cosa fanno?»

«Lavorano da casa…»

«Mr. D, ma lei alla fine si è vaccinato?» Mi domanda Saphira fissandomi con un sorriso sbarazzino.

«…»

«Mr. D, la vedo in crisi…»

«Sono sempre in crisi, Saphira… crisi viene dal greco krísis, che vuol dire scelta, decisione. Le crisi esistono e rappresentano un momento delle nostre vite. Una crisi di per sé non è né buona né cattiva, sta a noi decidere che piega dargli…


Cosa posso fare per lei?

Sono qui per il vaccino…

Ah… chi accompagna?

Nessuno… è per me…

Ah capisco… quanti anni ha?

È scritto sulla patente…

Ah vedo che è giovane…

Beh…

È un medico?

No…

Un infermiere?

No…

un poliziotto?

No…

Un pompiere?

Sono un inse…gnante…

Non ho capito scusi… può parlare più forte?

Sono… un insegnante.

Ah… capisco … vabbè mi dia il braccio…

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“Canta pure, grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.”

Collodi, Pinocchio.

Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

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