Una nave, due ragazzi, Babbo Natale

Babbo Natale sorride alla macchina fotografica.
I due bambini sulle sue ginocchia alzano il palmo della mano in segno di saluto.
Il fotografo scatta.

La madre si avvicina, recupera i figli.
Babbo Natale non smette di sorridere mentre infila la banconota da venti dollari nella grossa tasca della giubba rossa.

Se avessi un filo di disciplina, avrei già aperto una rubrica fissa: Only in America.

Perché certe storie, giuro, sembrano succedere solo qui.
(O forse sono io che continuo a farmi fregare dal mito. Possibile.)

Comunque, per raccontare la storia di questo Babbo Natale che lavora in un centro commerciale nel bel mezzo del nulla sugli Appalachi, bisogna partire in media res.
E già che ci siamo, bisogna anche fare una precisazione di onestà intellettuale, perché a pensarci bene questa storia si porta dietro anche un bel po’ di sensi di colpa.

Mi spiego?

Mi spiego…

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Aracne. L’eresia del talento.

Gli eroi che sfidano gli dèi li ho sempre trovati irresistibili.
Perché durano poco.
Ma in quel poco
sono tutto.

Denunciano il capo e se ne fottono se il contratto non verrà rinnovato.
Postano qualcosa che la rete non riesce a digerire e poi, con i pop corn in mano,
guardano le visualizzazioni crollare
come le stelle cadenti di San Lorenzo.

Rifiutano di “ritoccare” un po’

i dati,
i conti,
i bilanci.

Perché dove non ci sono limiti
ci pensano loro a fissarli.

Durano poco.

Sia chiaro.

Bruciano in fretta.
Quasi sempre.

Muoiono male.
Spesso e volentieri.

Ma vuoi mettere?

In quel breve, brevissimo istante —
prima della punizione, del linciaggio, dell’oblio —
sono liberi davvero.

Aracne è una di queste.

La spiegazione mainstream parla di una ragazza arrogante.
Di una storia che insegna l’umiltà.
E ce la restituisce piatta.
Come una sogliola.

In breve, la versione più diffusa dice questo:
Aracne è una stronzetta che tesse bene, per carità,
ma è strafottente,
mastica la gomma mentre parla,
sbuffa con gli AirPods nelle orecchie,
fa roteare gli occhi quando un adulto le parla.

Insomma: non riconosce i propri limiti
e viene punita — ben le sta.

Una versione talmente scolastica
che la conoscono anche gli zombies dell’ultima fila.
Quelli con la testa sul banco,
convinti di nascondere gli AirPods
che sparano a palla God Is a Woman di Ariana Grande.

Eppure, se uniamo i puntini —
come in quei giochi da sussidiario
in cui all’inizio non capisci nulla
e solo alla fine emerge una figura —
quando il disegno si chiude
la verità si mostra tutta insieme.

E non rassicura.
Anzi: fa incazzare.

È lì,
in quell’istante insieme liberatorio e furioso,
che comincia la vera storia di Aracne
e finisce la propaganda allineata.

Mi spiego?

Mi spiego…

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Il futuro davanti.

Nelle Bucoliche, Virgilio parla di un bambino che nasce.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac toto surget gens aurea mundo,
casta fave Lucina: tuus iam regnat Apollo.

(Tu soltanto al bambino che nasce,
per il quale per la prima volta finirà l’età del ferro
e in tutto il mondo sorgerà una stirpe d’oro.
Sii favorevole, casta Lucina: già regna il tuo Apollo.)

Non dice chi sia.
Non dice quando.
Dice solo che con lui finisce l’età del ferro
e ricomincia qualcosa di migliore.

Roma è stanca.
Di guerre.
Di uomini che hanno rovinato tutto.
(Eh… si mettessero in fila questi romani.)

Allora il poeta compie una scelta controintuitiva:
non invoca un generale,
né un imperatore.
Solo un neonato.

Qui Virgilio compie il miracolo dello sguardo
e ribalta il tempo.
Di solito camminiamo rivolti all’indietro,
con gli occhi fissi su un passato che rimpiangiamo,
convinti che l’Età dell’Oro
sia un giardino perduto.

Virgilio ci mostra un’altra strada:
l’Età dell’Oro è davanti a noi.
Non è un ricordo, è una promessa.
Non è nelle mani di chi ha già vinto,
ma nel vagito di chi deve ancora imparare a parlare.

La luce non è un tramonto che sbiadisce,
ma un’aurora che ci cammina incontro.

Affidare il mondo a un bambino
significa credere che la fragilità
sia più potente della forza
e che il futuro abbia il potere di curare il passato.

Significa smettere di essere orfani di ieri
per diventare padri del domani.

Eh…
le parole, quando sono buone,
scappano di mano
e diventano profezia.

L’oro non è ciò che abbiamo perso.
L’oro è ciò che, insieme,
possiamo ancora diventare.

Buon Natale, qualunque esso sia.

Coronide e Apollo. Quando l’amore finisce in timeline

Dicono che in amore nessuno ci capisca molto. Ed è vero. Talmente vero che nemmeno gli dèi sembrano capirci un 🌵.

Prendiamo Apollo. Dio della luce, della misura, dell’armonia. Uno che dovrebbe vedere le cose prima che accadano, distinguere il vero dal falso come fa il sole con le ombre. E invece no. Apollo si prende una scuffia niente male per Coronide: giovane, mortale, un po’ incasinata. Quel misto micidiale di grazia e confusione che manda in tilt anche i più navigati. Figurarsi un dio.

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Amori senza clausole di recesso

Pensate che la canzone di Ron, “Vorrei incontrarti tra cent’anni”, sia romantica?
Forse sì. Ma meglio non dirlo ad alta voce davanti ai protagonisti di questo mito.

Perché l’eternità, nella pratica, comincia a scricchiolare molto prima.
Quando non è più solo una questione di come mastica, ma di come respira, parla, cammina… esiste.

Non è mancanza d’amore.
È che, col tempo, l’amore cambia.
Evolve.
Diventa resistenza.
E anche questo, volendo, è romanticismo.

Pensate che solo gli dèi siano stronzi?
Allora non avete mai preso sul serio le dee.

Immortali, luminose, potenti.
E totalmente impreparate quando si tratta di sentimenti.

Se cercate l’amore eterno, il mito di Aurora e Tithonus è il posto giusto.
Con l’unico difetto che, dopo poche righe, vi passa la voglia.

Mi spiego?

Mi spiego…

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Sassate

Studio la pianta sul davanzale: starà riposando
o è ufficialmente passata a miglior foglia?

Mannaggia a Clitemnestra
e ai miei sensi di colpa botanici.
Ci sono giornate come questa in cui non so più
se è mattina o già sera:
sembrano il fronte e il retro della stessa fotocopia.


Che la pianta abbia bisogno di più acqua?

E per non farmi mancare niente, penso al lavoro.
A noi insegnanti…

Che sembriamo gli allenatori della Nazionale,
a volte non ci vogliamo bene,
a volte abbiamo meno di un secondo
per rispondere a un adolescente in piena tempesta e —
sbagliamo.
Come tutti, del resto.
E qualche volta, sì: facciamo anche la cosa giusta.
Come tutti, del resto.


Non l’avrò innaffiata troppo?

A scuola raccontiamo di perifrastiche, di funzioni e rivoluzioni,
di diritto civile e di toroidi;
passando con gli studenti più tempo
di quanto ne passiamo con i nostri figli.


Mannaggia ai sensi di colpa…

Figli che spesso vorrebbero essere altrove.
Studenti che spesso vorrebbero essere altrove.
E come dargli torto?
A volte vorremmo esserlo anche noi.
Altrove…

Le nostre giornate tramontano dietro a un registro elettronico:
i voti sono nuvole ad alta quota,
le mail stelle infinite nei cieli d’estate,
e i compiti da correggere stormi di uccelli
che migrano verso il weekend.
E poi c’è quella sensazione sottile — ma costante —
di raccontare una storia a cui nessuno crede più da un pezzo.

E lo sai che hai visto giusto:
lo leggi nel disagio di chi insegnante non è…

Poi torni a casa.
Accendi la TV — perché per correggere
devi ricreare il rumore di sottofondo della classe —
trascrivi voti, sistemi moduli
e continui a chiederti perché, esattamente,
da noi ci si aspetti tutto.

I ragazzi si rincoglioniscono su TikTok?
«La scuola deve educare.»
Passa un meteorite?
«Se i docenti insegnassero meglio geografia astronomica…»

E noi, più che salvare il mondo,
ci accontenteremmo di salvare
la stampante della sala docenti morta da due settimane;
il bagno che sputa acqua come sentenze;
la studentessa della prima ora, sempre in ritardo
ma col caffè da asporto in mano;
e negli occhi un universo con tanto di galassie;
e quei piani formativi che — diciamolo —
nessuno ha ancora capito cosa formino,
a parte una montagna di carta.

Non siamo eroi.
Lavoriamo come tutti.
Siamo umani come tutti.
E stanchi, parecchio.
Come tutti.

La scoperta più amara, quando mi sono trasferito negli USA,
è stata rendermi conto che
da una parte all’altra dell’oceano
la percezione degli insegnanti, i problemi della scuola,
le visioni politiche, i professori eroi e quelli fancazzisti —
insomma, la scuola tutta —
non sono cambiati di una virgola.

«Ho provato a parlare.
Forse ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.»
— Caproni

Substitute teachers…

Ore sette e quindici. Abbasso gli occhi sul cellulare. La mail è scarna, in perfetto stile burocratese.
Oggetto: “Docenti assenti nella giornata di lunedì”.

Segue una tabella Word. Nella prima colonna i nomi degli insegnanti, nella seconda la loro aula, nella terza le ore di lezione che perderanno. Ogni mattina, alle sei e trenta, Ms. Harris, la segretaria, invia questo messaggio alla mailing list della Silvana High, rain or shine. Efficienza americana, direbbe qualcuno, gogna elettronica e violazione della privacy, ribatterebbe Ms. Pentz, leader del t.a. Teacher Association, sindacato dei docenti.

Dal canto mio non…

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Argo: gli Occhi Stanchi della Perfezione

Melany fissa la versione piena di cicatrici rosse e blu.
La carta è ormai un campo di battaglia: le perifrastiche e i congiuntivi giacciono come militi ignoti.

Si passa due dita sotto gli occhi lucidi, come per strizzarne via le ultime gocce di sonno.
Oltre la finestra, le ultime scaglie di sole provano ancora a illuminare il campo di lacrosse.

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