discrimiNazione americana

Questa mattina, quando sono uscito per prendere il bidone della spazzatura, Mr Hamilton mi è venuto incontro con fare allarmato. Indossava una vestaglia di flanella sgualcita, due borse sotto agli occhi raccontavano dell’ennesima notte passata a sorseggiare bourbon con ghiaccio e qualche foglia di menta stando rannicchiato sul divano del soggiorno.

«Mr D» mi aveva detto con voce trafelata, «Ho appena saputo che… che per votare non possiamo andare alla scuola elementare in fondo alla via, dobbiamo andare nella scuola superiore a ridosso del raccordo anulare.»

«Tanto votiamo per posta, o no?» gli avevo risposto abbandonando il bidone vuoto davanti alla porta che dà sul retro.


«Mr D, mi sta ascoltando?» mi domanda Saphira riportandomi a questo mercoledì di metà ottobre, gli occhi neri che fissano con intensità la videocamera, due orecchini di legno scuro che formano spirali intricatissime, la pelle scura che restituisce un’immagine di freschezza e gioventù sbarazzina.

«Come no…» Rispondo continuando a fissare la finestra.

Nell’ultima settimana il quartiere ha nuovamente cambiato pelle; giornate sempre più corte e scrosci di pioggia improvvisa che strappano foglie dagli alberi spennacchiati, un autunno incipiente che sa già di Halloween ed elezioni. Le foglie giallo zafferano e rosso pompelmo, come di riflesso, hanno cominciato a tappezzare i viali e gli yards delle townhomes che poco alla vota si stanno popolando di zucche e teschietti e ragnatele e mostri gonfiabili a ricordarci che al di là della pandemia, se proprio non c’è vita, almeno c’è speranza.

I viali e gli yards delle townhomes che poco alla vota si stanno popolando di zucche, e teschietti e ragnatele e mostri gonfiabili

La traduzione del quarto libro del De bello gallico è sempre più lontana, ma ormai, dopo sette mesi che siamo a casa da scuola facendo finta che sia normale insegnare da un computer, stare un’ora in coda per entrare al supermercato, fare decine di lavatrici mescolando mascherine di stoffa e mutande, forse siamo diventati un po’ più impalpabili, come fumo grigio che si disperde nei cieli bianchi sporchi d’azzurro.

Dal canto suo Saphira non mi dà tregua: «L’altro giorno» -dice- «per una ricerca di educazione civica volevo mettere la foto di un neonato nella copertina del mio Power Point, allora sono andata su Google e ho digitato neonati… beh la prima schermata mostrava foto di neonati bianchi, con gli occhi azzurri… »

«Quindi?» Le domando con voce asciutta, fingendo di non capire, cercando inutilmente di svignarmela con Cesare che sta salpando per la Britannia.

«Viviamo in un mondo pensato dai bianchi per i bianchi, non c’è diversity ma tanta, troppa discrimination

«La discriminazione, di per sé sta alla base della democrazia…» Dico fingendo di parlare senza prestare attenzione, «semmai il problema è diametralmente opposto.»

«Nel senso che…?» Le fa eco Soraya

«Nel senso che non discriminiamo abbastanza, o peggio discriminiamo male.»

Gli studenti, si sa, sono segugi raffinatissimi capaci di fiutare incongruenze come fossero tartufi bianchi nella valle del Metauro; così i miei ragazzi si protendono curiosi verso la telecamera dei loro laptop, come se per un trucco fantascientifico da Guerre Stellari, volessero in qualche modo travalicare i monitor ed entrare nel mio soggiorno.

«Mr…» sussurra Eunice, mettendomi a fuoco filtrando la sagoma del mio viso dai suoi occhi blu oltremare «D… » Poi non aggiunge altro, stremata.

«Discriminazione è una parola latina, giusto?» Domando ai miei ragazzi già pronti a marciare compatti in fila per sei col resto di due…

I miei studenti annuiscono dai loro quadratini, come a dire: E allora?

«Viene dal termine discrimen che letteralmente significa discernimento, nel senso di scelta consapevole, vox media quindi. In sostanza è un ragionamento deduttivo che ci spinge a valutare, o a soppesare per poi poter discernere. La discriminazione, quella vera, è quindi un percorso raffinatissimo dell’intelligenza ed è insita nell’animo umano per cui… tecnicamente… noi passiamo la vita a discriminare; lo facciamo quando usiamo Netflix, quando andiamo da Starbucks quando andiamo in mensa…»

I ragazzi adesso non si limitano più a sentire la mia voce che gracchia dalle casse dei loro laptop, adesso forse mi ascoltano, e allora mi sento un piccolo Seneca circondato da Neroni virtuali che assaporano le mie elucubrazioni americane; poi Keylee scrive nella chat:

Mr.D ma perché Cesare salpa per la Bretagna? Non poteva andarci a piedi?

E io d’incanto scivolo giù dal mio cavallo del trionfo finendo con la faccia per terra, tra le foglie color pompelmo e zafferano, la folla astante ai lati della strada sbraita mentre un sapore di terra vermiglia mi riempie la bocca.

Sto per discriminare in senso piatto, poi mi sforzo di rimanere attaccato alla mia immagine istituzionale di Mr D magnanimo e solidale: «Perché la Bretagna è l’attuale Great Britain, come dice il nome stesso.»

«Appunto» Dice Kaylee, «Mica è un’isola…»

Un vento gelido si alza dalla cucina trasportando cristalli di neve che sembrano arrivare direttamente da chissà quale inferno dantesco. Kaylee è seria, questo lo so. Il mio studente medio snocciola dati scientifici come se fossero filastrocche di Gianni Rodari, sa risolvere problemi di analisi uno come se fossero cruciverba del Corriere dei Piccoli, poi però non conosce altro mondo all’infuori dell’America, e in fatto di geografia, politica, storia ed economia non discrimina affatto, più che America first, America only.

Con calma e umiltà, mi sfilo i panni di filosofo e infilo un grembiule da pedagogo lasciandomi trasportare da una lezione da sussidiario del libro Cuore, rendendomi solo ora conto che i risultati del test di Latin AP dei miei alunni dello scorso anno sono lì a dimostrarmi che si può tradurre il De bello gallico ignorando beatamente dove si trovino la Gallia, e i Belgi e la Britannia.

Soraya, Keylee, Eunice, Sam… cominciano a inondarmi di domande che spaziano dalla storia alla geografia, all’attualità fino allo spelling di principle (principio) e principal (preside) chiedendomi se vi sia un nesso. Io rispondo con calma impaziente. L’Italia no, non è un’isola, la Spagna sì, confina con la Francia, Haiti per essere povera purtroppo è povera ma no, non si trova in Africa, Conan il barbaro no, non aveva nulla a che fare con le guerre di cui parla Cesare e no, in Italia non votiamo il primo martedì di novembre e a dirla tutta non votiamo di martedì ma nel weekend (cosa che tra l’altro i miei alunni trovano alquanto bizzarra in quanto per gli americani il fine settimana è sacro.)

Le domande si susseguono in un turbinio di cerchi concentrici senza sosta e io continuo a rispondere senza risparmiarmi poi, finalmente, in un ultimo guizzo di lucidità, comprendo nella sua interezza la scena di Guerre stellari, il ritorno dello Jedi, quella in cui Yoda continua a rispondere stremato alle incalzanti domande di Luke finché, sfinito, gli occhi traballanti, la voce rotta dalla stanchezza, pur di non sentirlo più, si gira sul fianco e muore.

Vis tecum sit

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Il libro HEY, SEMBRA l’America uscirà in tutte le librerie il 19 novembre. Chi lo ha acquistato in anteprima dovrebbe riceverlo nel mese di ottobre. Per chi fosse interessato ad ordinarlo, può farlo in qualsiasi libreria o cliccando QUI

‘Mama’ Google

Il bus numero otto, quello che dal porto di Baltimora sale verso nord fino all’università, corre senza passeggeri. Di tanto in tanto incrocia altri bus deserti, ai loro volanti autisti con le mascherine che assomigliano a pirati al timone di vascelli fantasma.

Qualcosa si è rotto nell’America ottimista e spensierata. Lo si percepisce scrutando tra le pieghe di una quotidianità che da troppo tempo ha smesso di specchiarsi nella superficialità di piccole cose scontate ma sicure.

Lo si capisce passeggiando nei food courts dei centri commerciali che assomigliano a carcasse vuote dove i clienti si aggirano spaesati, confusi nel guardare tavoli accatastati, cibo avvolto in confezioni sterilizzate.

Con il passare dei mesi la novità ha ceduto il passo alla paura, la paura allo sconforto e lo sconforto all’abitudine. Ci si è abituati a stare a casa, a ridurre i contatti umani, a studiare davanti a un monitor fissando le proprie immagini riflesse dalle app di zoom e Google meet e Microsoft, trattenendo il respiro per delle elezioni incipienti che sanno tanto di regolamento di conti.

I miei alunni hanno assorbito questa realtà come solo gli adolescenti e le spugne sanno fare: inzuppandosi senza risparmiarsi, con slancio e incoscienza e adesso, a sei mesi dalla chiusura delle scuole, a un mese dalla riapertura di quelle virtuali, a venti giorni dalle elezioni presidenziali, cominciano a rilasciare acqua putrida che forse racconta qualcosa di noi.

Come in un telefono senza fili, abbiamo risposto fischi per fiaschi. I ragazzi ci chiedevano certezze e noi gli abbiamo dato rivolte razziali e hand sanitizer, ci chiedevano normalità e gli abbiamo dato una crisi economica e mascherine, ci chiedevano umanità e gli abbiamo dato una scuola a distanza.

Che mangino brioches

Quando questo virus passerà, le nostre azioni rimarranno sul fondo di questa storia come cenere color ardesia, fredda, in una brace ormai consumata.

Una mosca vola bassa ronzando senza sosta, prendo la mira e picchio con forza. La manco.

Quando apro gli occhi i miei studenti mi fissano dai loro quadratini; l’orologio alla destra dello schermo segna le otto e un quarto.

«Ragazzi» dico, la voce colpevole di chi sa di aver divagato, «avete finito la traduzione?»

Cesare, De belllo gallico, libro III paragrafo 18.

Soraya scosta una ciocca di capelli neri dalla fronte e legge dal quaderno che fa capolino dagli angoli dello schermo. La traduzione è lineare e scivola via come acqua tiepida sulle mani; è una storia di tradimenti e di imbrogli giustificata da Cesare con il solito cinismo degli uomini di polso, dei generali risoluti:

In genere, gli uomini sono inclini a credere vero ciò che desiderano.

Cesare, De bello Gallico. Paragrafo 18 del libro III

«Anch’io credo solo in quello che vedo, non di certo in quello che spero.» Aggiunge Soraya mentre gli occhi neri riflettono tramonti fiochi, nuvole bianche e altipiani in lontananza e moschee che rifulgono sotto il sole paglierino di ottobre.

Soraya si fa chiamare ‘La principessa di Persia’ come se fosse un ossimoro, perché nella vita reale non parla mai per frasi fatte, perché la Persia non esiste più. Suo padre lavora al centro di stoccaggio di Amazon a Sparrow point, la madre fa la parrucchiera a domicilio, pochi soldi e pochi fronzoli.

Soraya è la regola che non contempla eccezioni, sono tutti così i miei alunni. Ieri, mentre parlavamo del metu mortis, il tema filosofico sulla paura della morte, Sam ha detto che settimana scorsa ha visto il filmato di un uomo che è morto in un incidente stradale. Indossava una body cam, la moto sfrecciava, una macchina gli ha tagliato la strada, poi c’è stato il botto, la camera si è librata in cielo, poi l’immagine è rimasta fissa e immobile tra gli arbusti.

«E tu? Cos’hai provato?» gli avevo domandato con un senso di disagio.

Era seguito un silenzio interminabile, poi Sam aveva fatto spallucce: «Boh… io non lo so. » aveva detto.

La mia generazione è cresciuta a televisione e merendine, questi ragazzi a Youtube e tofu. La mia curiosità si è nutrita scegliendo programmi dalla Guida TV sull’ultima colonna del Corriere della Sera, i miei alunni?

Lemme google it.

‘Mama’ Google guida i miei alunni con fare spiccio e un po’ ruvido; gli ricorda come tradurre Cesare, come si fa a vivere e come si fa a morire, quali sono i rimedi naturali per curare l’acne e quali sono state le cause che hanno permesso a George W Bush di diventare presidente degli Stati Uniti dopo il riconteggio delle schede elettorali nello stato della Florida. Mama Google è una compagna discreta, perché dà risposte senza fare domande, senza filtri passa tutto, senza giudicare, e poco importa se quelle risposte siano giuste o sbagliate, in fondo l’ha detto anche Cesare che gli uomini sono inclini a credere a ciò che vogliono.

«Ragazzi, che ne dite se domani facessimo lezione al parco? Naturalmente indossando le mascherine. Sarebbe bello vedersi di persona, senza computer… in fondo… noi non ci siamo mai visti di persona. Se vi va scrivo una email alla preside, vediamo cosa dice… che poi tanto indossiamo le mascherine.. e poi come dicevano anche gli antichi romani: Semel in anno licet insanire... una volta all’anno si può fare una pazzia… »

I ragazzi mi guardano con avidità, forse anche con un briciolo di speranza, già mi fingo nella mente un quadretto bucolico, un’Arcadia americana dove io e i miei alunni seduti tra la vegetazione del nuovo mondo disquisiamo di Cesare, di gloria e di onore, mentre uccelli esotici planano sulle nostre teste facendo la spola tra il campo e la palude, dimentichi per un attimo di questa pandemia di questa…

«Hey Mr D… aspetti un attimo… domani pioverà… e pure parecchio» sbotta Kaylee, capelli biondi, un sorriso irriverente, di chi la sa lunga.

«Sei sicura?»

«Certo! L’ha detto Google.»

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Americanismi

Un sole introverso di inizio ottobre filtra dalla finestra svegliandomi un attimo prima che la sveglia cominci a suonare. Sono le sette meno un quarto, il Maryland si stropiccia controvoglia, lo sento stiracchiarsi dalla finestra, sgambate di podisti con il fiatone, vecchietti in ciabatte e calzini con il cane al guinzaglio, odore di uova fritte e caffè nero bollente.

Nel controviale Mr. Hamilton innaffia il giardino del backyard fissando distrattamente il cielo indaco. L’America è esausta, assomiglia a un bambino così stanco da sembrare isterico. Stanca di stare ore in fila per entrare al supermercato, stanca di vedere gente a spasso, che di lavoro ce n’è davvero poco, stanca del secondo aiuto economico ancora intrappolato dalle lotte politiche del Campidoglio, stanca di vedere i figli a casa, che le scuole, almeno quelle pubbliche, hanno abdicato rifugiandosi in un mondo virtuale, fatto di ombre

Mi alzo dal letto controvoglia, fa freddo. Scendo in cucina e mi preparo un caffè mentre controllo distrattamente la lezione che dovrò insegnare tra mezz’ora. Dalle casse dello stereo Glenn Gould suona Beethoven, i colori giallo pastello d’autunno che vengono riflessi dalla finestra cercano di rincuorarmi mentre l’odore di caffè comincia a disperdersi nella cucina. Fisso distrattamente l’orologio appeso alla parete, ho ancora tempo; che poi tra un mese dobbiamo anche spostarlo un’ora indietro l’orologio, a dire il vero molti di noi vorrebbero spostarlo un mese avanti… al quattro novembre, a dopo le elezioni…

Torno a leggere i miei appunti: la lezione di oggi, almeno sulla carta sembra essere una passeggiata, a piece of cake, come direbbero i miei alunni: traduzioni scelte del primo libro del De bello Gallico.

Gli alunni americani adorano Cesare; la sua prosa lineare li rassicura, il suo carisma da generale risoluto e vincente li ispira, non come Virgilio che risulta inconcludente quando racconta con rassegnazione le lamentele di Titiro e Melibeo o del pius Enea che a furia di ripetere ai suoi quel dannato wait for it non sa farsi rispettare nemmeno non dico da Didone, ma neppure dall’ultimo sguattero delle sue navi. Cesare no, lui si erge carismatico come un George Washington sul Rubicone.

Alle otto i miei studenti cominciano a popolare i loro quadratini. I loro nomi adesso hanno anche delle facce sfumate che a volte mi sembrano addirittura espressive.

Sam, maglietta sudicia, basette lunghe, una serie di bestie impagliate che fanno capolino da un soggiorno di legno scuro, si materializza nel primo quadratino.

Eunice Bateman, capelli ricci e rossi, occhi blu oltremare, un sorriso che alla prima sembra supponente fa capolino da una cameretta lilla addobbata con poster pieni di scritte fitte e indecifrabili.

Michael, capelli fini fini, lineamenti scolpiti, braccia larghe, decine di coppe e medaglie abbandonate sulle mensole.

Soraya, lunghi capelli neri, una tazza di tè nero fumante, carnagione olivastra, sorriso malizioso, sprigiona dalle pupille mesmeriche mondi lontani che riflettono i fondali del Tigri e dell’Eufrate.

Kaylee, capelli biondi, un sorriso irriverente, di chi la sa lunga, si connette senza smettere di masticare una gomma fissando il cellulare poggiato maldestramente sulle ginocchia.

Saphira, capelli neri neri, ricci ricci, grandi orecchini di legno con motivi africani, labbra lucide di un rosso rubino, denti bianchissimi e regolari e la pelle scura fresca di giovinezza e di mattino si connette da quello che sembra essere un seminterrato.

Alle otto in punto Cesare comincia a raccontarci del triumvirato gallico, del suo fallimento e del conseguente suicidio di Orgetorige. Noi pendiamo dalle sue labbra. Il quartiere alle mie spalle dondola dalla finestra restituendomi la serenità di un indian summer dal retrogusto amarognolo: cieli azzurri, clima mite, illusioni di un’estate che non durerà, che è già finita.

Poi Eunice o forse Soraya rompe l’incantesimo e sbotta: «Questo Cesare non si può leggere… è un colonialista, maschilista, nazionalista…»

Dovrei dire qualcosa, ma rimango in silenzio, arrendendomi prima di cominciare, pensando a tutt’altro, nello specifico all’imperfezione del finale del Vangelo secondo Marco che finisce con… infatti. Finisce proprio così, con Marco che dice:

Le donne una volta uscite dal sepolcro piene di timore fuggirono via e non dissero niente a nessuno perché avevano paura infatti.

Marco, 16:8

Punto.

Nel giro di pochi secondi mentre sto ancora pensando a Marco, perdo la classe, perdo la mattina, perdo Cesare e la lezione prende una deriva -ista nella quale ogni studente sfoggia un ismo e un isto, o entrambi.

Scopro, che gli ist in America sono vari ed assortiti, come i Donuts glassati e ben allineati nelle vetrine di Dunkin’. Ci sono i colorist, persone che odiano persone di altri colori, da non confodersi con i racist, ci sono gli ableist, persone che odiano i disabili, oltre ai più convenzionali fascist, socialist e communist.

E pensare che in Italia al tempo dell’università avevo fatto il filo a una colorista per settimane appostandomi davanti al salone di bellezza su Corso Regina Margherita. Ogni Giovedì sera, mentre il sole si eclissava dietro la chiesa della gran Madre, al termine della classe di paleografia latina facevo un salto dal manuale del Cencetti alle pagine di Chi e Cronaca Vera.

Et exeuntes fugerunt de monumento; invaserat enim eas tremor et pavor, et nemini quidquam dixerunt, timebant enim.

Marcus 16:8 VULG

Mi alzo dalla sedia in punta di piedi, verso un po’ di caffè americano ormai tiepido nella tazza sbrecciata, quando torno a sedermi la mia classe sta ancora riempendo la chat di zoom, di ismi.

L’America è esausta, assomiglia a un bambino così stanco da sembrare isterico…

Se fossi stato un latinista, a quest’ora sarei in qualche università del New England ad analizzare tabelle e compendi.

Se fossi stato un idealista, forse sarei nel mezzo della discussione sugli ismi, osannato dagli studenti isti, con un piglio da Catone l’uticense.

Virtù non sei che una parola!

Un oriole si poggia delicatamente sul davanzale, il becco giallo, il petto di un arancione che sfuma nel rosso pompeiano. Picchia sui vetri, chiama me, anzi no, anche lui vuole dire la sua sugli ismi.

Un trapezista, un aerist, ecco chi sono… volo da un trapezio all’altro nei bordi di zoom, e Google meet e Microsoft team, cercando di non cadere, sapendo che se cado possenti reti elastiche mi faranno rimbalzare tra gli applausi degli spettatori per tornare nuovamente dove sono adesso, a fissare l’autunno riflesso in un gruppo di alunni che hanno perso la scuola, quella vera, che sono a casa da sei mesi e due settimane, ma trovano ancora la forza di accapigliarsi anima e corpo su tutti gli ismi e gli isti di questo mondo.

Comincio a volergli bene a questi ragazzi, mi sa che mi stanno fregando di nuovo, una lezione alla volta.

L’americanismo parte dalla convinzione che gli Stati Uniti influiscano positivamente sulla cultura, la società e lo stile di vita. Politicamente, è la posizione ideologica favorevole al liberalismo statunitense e in opposizione al comunismo e al nazifascismo

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Le cose sono difficili perché non osiamo.

Per me la scuola è fissare la finestra mentre i miei compagni fanno qualcosa. C’è sempre qualcosa da fare a scuola; un compito da finire, una risposta da dare, una battuta da capire per poter poi ridere come tutti gli altri.

Il ragazzo cammina a piedi sotto la flebile luce dei lampioni a lato di White Oak, poche macchine sfrecciano illuminando a intermittenza la carreggiata alzando spruzzi d’acqua e fango.

Non piaccio agli insegnanti, non per altro, perché sono fatto di un vetro smerigliato che non riflette nulla.  

Quando il ragazzo raggiunge il campo ha i pantaloni inzuppati e le scarpe coperte di fango. Il complesso sportivo, un edificio costruito a ridosso della scuola è trascurato, con l’erba che cresce a ciuffi. Normalmente a quest’ora ci sarebbero decine di ragazzi intenti a correre e a gridare, macchine lungo il parcheggio e decine di genitori seduti su sedie pieghevoli con i cellulari in mano.

A quanto pare ‘Rona si è portato via anche questo.

Entrare in classe per me è sempre stato un po’ come scendere giù in un oceano blu cobalto; inabissarsi un metro alla volta fino a raggiungere il banco adagiato sul fondale e da lì ascoltare i suoni della classe che arrivano attutiti insieme alle vite degli altri ragazzi che si riflettono guizzando sul filo dell’acqua.

Sul fondo invece tutto rimane calmo. Adoro l’acqua e i suoi silenzi.

Il ragazzo raggiunge gli spalti deserti e si siede nell’ultima fila di gradinate imbacuccato nel parka nero con il cappuccio tirato in testa. A qualche decina di metri il suo fantasma corre da solo sul campo deserto sfidando il freddo e l’umidità. Fatica non poco a mettere a fuoco la sua immagine che si confonde con le prime ombre della sera, poi si ricorda che quel ragazzo che corre non è sul campo, ma solo nella sua testa.

Adesso che la scuola si fa al computer tutto è diventato più facile: mi connetto, dico ‘presente’ poi fisso gli alberi fuori dalla finestra; nel frattempo il mio quadratino trattiene il respiro per cinquanta minuti, in apnea, come quando Mr Rogers, il mio coach di nuoto mi chiede di fare due vasche sott’acqua. Con il passare dei minuti la lezione prosegue in remote learning e nessuno si ricorda più di me. Ci sono troppe cose importanti di cui dobbiamo preoccuparci, e di uno come me ci si scorda quasi subito.

Il paesaggio intorno alla Silvana High sembra lunare; le piante gonfie di umidità protendono i rami secchi al cielo blu oltremare e i volatili planano impazziti lungo la cresta della collina a ridosso della palude in un’aria vibrante e surreale. Tutto intorno è silenzio. Il ragazzo seduto sugli spalti sembra un golem senz’anima.

All’inizio non mi piaceva nuotare. Ricordo che d’inverno le labbra mi diventavano subito blu e dopo gli allenamenti rimanevo per mezz’ora sotto il getto d’acqua bollente incapace di muovermi, di pensare. Poi, una bracciata alla volta, questa cosa è cresciuta dentro di me. Se a scuola ero impacciato, confuso, disperso, nell’acqua ero finalmente libero di muovermi e di esprimermi e i miei risultati sportivi accatastati sulla mensola della mia camera da letto sono lì a ricordarmelo: in una vita precedente ero un delfino. L’anno scorso ho vinto i campionati della contea e quelli dello stato, saremmo dovuti andare a  Seattle per le gare nazionali a maggio, poi è scoppiata la pandemia.

Il ragazzo allunga una mano nella tasca dei pantaloni e prende una sigaretta dal pacchetto stropicciato. La fa girare tra le dita per qualche secondo poi la stringe tra le labbra e l’accende distrattamente con un accendino di plastica inalando la prima boccata di ossigeno e tabacco. Non dovrebbe fumare, si dice, poi si ricorda che non ci sono più gare, piscine, medaglie, trasferte, rivincite, vittorie… allora aspira con rabbia lasciando che il fumo si faccia strada nella trachea e nei polmoni. Le maggiori università americane hanno cancellato le borse di studio per meriti sportivi e adesso lui non ha più una direzione. Pare che la gente perbene sia contenta che gli atleti non potranno accedere alle borse di studio, come se fare sport agonistico sia una colpa. Chi da grande diventa avvocato, professore, infermiere, commercialista quando torna a casa guarda gli atleti solo per ricordarsi che nella vita qualcuno non si è dimenticato come si fa a volare…

Questa mattina nella classe di Mr.D abbiamo tradotto una lettera che Seneca ha scritto al suo amico Lucilio, e una frase mi è rimasta impressa: ‘Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili.’ Mi sono allenato per dodici anni tutti i pomeriggi dalle tre alle sette, in palestra e in piscina, con la febbre, con il mal di pancia, mentre il mondo degli altri adolescenti passava indifferente. Ho cenato di corsa, con i capelli induriti da troppi shampoo, cercando di finire compiti che spesso non avevano senso e galleggiavano sparsi in qualche meandro della mia testa leggera nell’acqua ma tremendamente pesante nell’aria. Ho forgiato i miei muscoli e la mia mente nel dolore e nel sacrificio di esercizi interminabili, allenando la fatica con l’allenamento, un centimetro alla volta, fissando il cemento delle mattonelle umide di cloro, sognando altre medaglie, altre vittorie.

Il raccordo anulare è intasato in entrambi i sensi di marcia. Le macchine, ordinatamente incastrate sembrano minuscoli tasselli di un Tetris perfetto. Visto dagli aerei che rollano sul Baltimore Washington International airport, sembrano un immenso, maleodorante monolite luccicante disteso lungo tutta la tangenziale. E poi continua a piovere. Una pioggia densa, violacea, carica di benzene e priva di direzione. Il ragazzo tira ancora un paio di boccate dalla sigaretta, poi la fa cadere ai piedi della panchina e la schiaccia con la punta della scarpa destra.

Chissà, forse nella prossima vita tornerà ad essere un delfino.

Gli atleti americani di età compresa tra i 15 ei 29 anni hanno visto i loro piani sconvolti dalla pandemia di coronavirus. Quasi il 20% afferma che le loro borse di studio sono state posticipate o annullate. Molte famiglie temono che non saranno più in grado di sostenerli se la crisi economica persisterà.

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Womxn. Questione di vocali

«Le dispiacerebbe evitare di utilizzare quella parola?» dice Eunice inscritta nel suo quadratino di Zoom.

La parola in questione è mankind, razza umana, la studentessa Eunice Bateman, presidentessa dell’equity group, sorella d’arte di Priscilla, vecchia conoscenza delle mie classi di latino.

«E perché?» domando, indossando metaforicamente un caschetto blu…

«Perché è una parola sessista… contiene il sostantivo man, uomo, ma identifica anche le donne.»

Dopo una settimana di lezioni virtuali, queste ombre stanno prendendo forma, un po’ come le anime dell’Odissea che ai confini dell’Oceano riprendono forza bevendo sangue di capretti immolati.

Eunice è una ragazza sveglia e combattiva, forse un po’ troppo idealista, ma se non si è idealisti a sedici anni…

Vuoi leggere di più?


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America, the beautiful

Martedì otto settembre, prima ora. Dopo settantotto giorni, quindici ore e quaranta minuti di inerzia scandita da pomeriggi dilapidati davanti a Youtube, distanziamento sociale, mascherine griffate, fughe a Ocean City con la famiglia, tensioni sociali, statue divelte, diatribe politiche e neanche una caraffa di CocaCola o un cestino di popcorn da sgranocchiare nei multisala chiusi per Covid, la mia nuova classe si presenta davanti allo schermo per la prima lezione del nuovo anno scolastico.

Ventisei quadratini silenziosi impersonano con alterne fortune altrettanti studenti guardinghi. L’unica parvenza umana sono io e la mia immagine riflessa nello schermo, o forse no… Dovrò imparare tutti i nomi e provare ad appiccicare pure qualche faccia, un po’ alla volta.

Vuoi continuare a leggere? Questa storia Farà parte del mio nuovo libro in uscita a fine maggio inizio giugno…

Insegnare alle ombre

La fila di Walmart, simile alla coda di un dragone fatta di clienti con le mascherine colorate e griffate incede lentamente. Queste mascherine sembrano raccontare qualcosa di noi, c’è chi patriotticamente sfoggia quella con la bandiera americana, chi più prosaicamente preferisce quella con il logo dei Baltimore Ravens, la squadra di football e chi si affida a scritte motivazionali o a battutacce di dubbio gusto. I carrelli sterilizzati e semivuoti seguono placidamente i loro clienti che si mantengono a rigorosa distanza sociale di sei piedi.

Insegnare alle ombre, quest’estate in libreria…

America, ciascuno sia speranza a se stesso.

Il sole filtra dalle serrande ravvivando il pavimento di quercia scura del soggiorno con nastri di luce guizzante. Alla TV un uomo sta parlando davanti alle telecamere, sembra un attore di una commedia plautina, la pelle flaccida, le gote incipriate, la voce nasale, un marcato accento del sud: ‘tenere chiuse le scuole farà molti più danni del coronavirus. Francia, Germania, Danimarca, Austria, Vietnam… Perfino il Vietnam ha riaperto le scuole.’

Mi alzo dal divano e mi dirigo lentamente verso la cucina, le finestre di casa con le serrande abbassate sembrano resistere a fatica ai raggi dirompenti di questo sole di metà luglio che sta bruciando il quartiere senza scaldarlo; alla tele l’uomo continua a parlare: ‘So che alcune persone in buona fede non sono d’accordo con me e le rispetto. Ma ci sono alcuni individui che vogliono tenere chiuse le nostre scuole perché pensano che ciò dia loro un vantaggio politico. E usano i nostri figli come pedine politiche, e a loro, dico spudoratamente che possono baciarmi il culo.’

Vuoi continuare a leggere? Questa storia Farà parte del mio nuovo libro in uscita a fine maggio inizio giugno…

L’America delle piccole cose, il podcast

Questa settimana potrete ascoltare il PODCAST della storia; L’america delle piccole cose pubblicata il 13 aprile 2020 sul blog.

Buon ascolto…

Le vicende di Mr D. e i suoi alunni torneranno domenica 6 settembre, a ridosso del Labor Day, la festa del lavoro celebrata negli Stati Uniti.

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Ex cathedra 2.0, una storia alla settimana da Baltimore MD, ogni domenica sera o giù di lì. Per chi già mi segue un grazie di cuore.

Grazie nuovamente a Irene Sparacello, attrice e scrittrice per aver dato voce alla storia.

Il libro Hey, sembra l’America è in prevendita sul sito di BATTAGLIA EDIZIONI.

Codice sconto per i lettori del blog: excathedra20America

Made me think of you :-)

Nell’intervista uscita sul blog di BE qualche giorno fa, mi è stato chiesto qual è la storia a cui sono più legato. In realtà le storie sono due e sono collegate: ‘Nostalgia‘ e ‘The Blackest Black‘. Di Nostalgia ho già parlato nell’intervista, ma per motivi di spazio, non sono riuscito ad includere ‘The Blackest black’.

La storia è stata anche pubblicata sul numero di marzo 2019 della rivista musicale Buscadero

La storia si ispira alla poesia ‘Mayakovsky ‘di Frank 0’Hara (Baltimore 27/3/1926 – New York 25/7/1966)

Now I am quietly waiting for
the catastrophe of my personality
to seem beautiful again,
and interesting, and modern.

The country is grey and
brown and white in trees,
snows and skies of laughter
always diminishing, less funny
not just darker, not just grey.

It may be the coldest day of
the year, what does he think of
that? I mean, what do I? And if I do,
perhaps I am myself again.

Ora sto pacatamente aspettando
che la catastrofe della mia personalità
sembri bellissima di nuovo,
e interessante, e moderna.
La campagna è grigia e
marrone e bianca sugli alberi,
nevi e cieli di risate
si affievoliscono man mano, meno salaci
non solo più scuri, non solo più grigi.
Forse è il giorno più freddo dell’anno,
cosa ne pensa lui?
Voglio dire, cosa ne penso io? E se ci penso,
forse sono di nuovo me stesso.

Frank O’Hara. Meditation in an emergency
La poesia letta nell’Episodio di Madmen season2

La storia si apre in un diner americano, in uno snodo trafficato di quell’America anonima e sbiadita, quasi dimessa che si stende a perdifiato nei sobborghi a ridosso delle grandi città:

I diners sono una cosa tutta americana. In italiano non c’è una vera e propria parola per tradurli. Definirli tavole calde è riduttivo e in parte ne toglierebbe il fascino vintage; chiamarli ristoranti è pretestuoso e li eleverebbe a luoghi troppo formali. I diners sono non luoghi, edifici modesti situati su strade di grande traffico, posti dove a qualsiasi ora del giorno e della notte si può ordinare un pasto caldo o una tazza di caffè

The Blackest Black.

Sembra una storia noir: un poliziotto, un diner americano all’alba e una storia da raccontare. Eppure l’idea di menzogna è lì, tra le pieghe di una vicenda che invece di dipanarsi si va attorcigliando, mentre Mr. D si ostina a non voler capire:

Alla nostra destra l’aurora nascente cosparge la terra di nuova luce: «Non devi aver paura, Mr. D, ti prometto che capirò…»

«Non sei tu quello che deve capire…» 

The Blackest Black

Come mi aveva scritto Andrea, un amico che si è sempre divertito ad analizzare le mie storie: l’imprevedibile ribaltamento della situazione iniziale giunge improvviso, ancorché gradualmente preparato dai dialoghi (lo si capisce a posteriori), parallelamente all’incessante crescere della luce del sole attraverso le ampie vetrate. E il verbo chiave del racconto e quel “capire” più volte coniugato in prima e terza persona, quasi ad accompagnare la graduale presa di contatto con una realtà, che alla fine risulta comprensibilissima nella sua oggettività, non però nelle sue motivazioni, e che – in conclusione – , anche per il tradimento di una precedente promessa, lascia disorientati tutti, in primis l’autore…

In effetti, poco alla volta ci si accorge che tutto è finto, anche l’alba che illumina la vetrata e che richiama quasi fedelmente un’alba di migliaia di anni prima, anche questa carica di ineluttabilità.

E già l’Aurora nascente inondava la terra di nuva luce,
lasciando il letto dorato di Titone.

Eneide, IV, 584-585

L’ultima alba di Didone, l’ultima alba di Officer Rizzo…

E alla fine il tema è sempre lo stesso, come a dire che siamo così assorbiti dalle nostre vite di rimbalzo che non riusciamo neppure più a capire dove finisce il dolore vero e dove inizia quello virtuale.

guardo distrattamente i clienti che vengono riflessi dall’immensa vetrata come tante ombre sul fondale dell’Acheronte. Davanti a me il vento gelido continua a sferzare la strada deserta, […] Dal soffitto filtra una luce abbacinante, da sala operatoria, che illumina il mobilio moderno ed essenziale. Pochi clienti seduti sui divanetti osservano le loro vite riflesse dagli schermi dei Macbook,

The Blackest Black

Vite riflesse dagli schermi dei cellulari e dei tablet, raccontate dai social media come in molte delle storie che ho scritto:

secondo i precetti dei social media che grazie al distanziamento sociale hanno fatto uno spillover tracimando nelle nostre vite realmente virtuali. 

Esistenze impalpabili come lacca per capelli.

Noi, sedendo e frugando sui telefonini, sfogliamo le nostre vite di rimbalzo cercando tra le foto e le app feticci di attimi vissuti come se fossero un sogno.

Small talk da Finis Terrae

Sì, lo so… le storie sono come le barzellette… non bisognerebbe spiegarle mai 🙂


Hey, Sembra l’America è in prevendita presso il sito della casa editrice BATTAGLIA EDIZIONI e uscirà in libreria con l’inizio del nuovo anno scolastico, presumibilmente verso fine settembre inizio ottobre.

Oggi questo progetto si affida ai lettori del blog, agli amici e a chi in questo anno si è divertito a leggermi ogni lunedì. Se state pensando di comprarne una copia prima… o poi… beh meglio prima in prevendita, questo è l’unico modo per poter investire nella promozione e distribuzione del libro. Voglio ancghe ringraziare le tante persone che hanno già acquistato il libro, davvero non era una cosa scontata. A tutte le persone che acquisteranno il libro in prevendita e mi spediranno una mail all’indirizzo info@excathedra20.blog dedicherò un ringraziamento speciale nella prima storia del nuovo anno scolastico.

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