Someday This Pain Will Be Useful To You.

Perfer et obdura, dolor hic tibi proderit olim. Scrivo alla lavagna.

La classe mi osserva in drying mode, nel senso che fuori continua a rovesciare un diluvio biblico e la maggior parte dei miei alunni è completamente inzuppata. I riscaldamenti sono finalmente partiti asciugandoci a fuoco lento con il risultato che l’aria della classe sembra quella di una piscina comunale d’inverno. L’aria è pesante e puzza di bagnacauda. Secondo me qualcuno nel fondo della distesa di puff e tappeti si è tolto le scarpe.

‘Allora’ Dico, o forse imploro. ‘Qualcuno vuole aiutarmi a tradurre questa frase?’ Il tentativo è quello di tradurre una serie di frasi celebri Latine.

Uriah, riemergendo dai fondali della classe si stropiccia gli occhi e la barba di rame arricciata dall’umidità, poi, sopraffatto da una meraviglia frammista ad ammirazione esclama: ‘Mr.D non sapevo la conoscesse anche lei’.

Dieci anni fa, davanti a questo commento, avrei probabilmente cominciato a lacrimare sangue come una qualsiasi reliquia recitando a occhi serrati: dies irae dies illa. Oggi so che Uriah è serissimo per cui mi armo di pazienza santa e aspetto. ‘

Davvero Mr.D. lei è un grande. Non sapevo lo guardasse anche lei.’

‘Guardasse? Intendi dire leggesse?’

‘Mr D. La frase, è quella di the walking dead, la serie televisiva, quella degli zombies’ Quasi mi corregge Uriah.

A quanto pare uno sceneggiatore Americano deve aver messo in bocca a chissà quale mostro o zombie l’ immortale verso di Ovidio.

Decido di non ragionar di costui e di passare oltre…

Cancello la frase e scrivo ‘ quis custodiet ipsos custodes?’

Alex, l’armadio a muro difensore della squadra di football dice quasi sotto ipnosi ‘Who will watch the watchmen?’

‘Bravo Alex. Bravissimo. Ti ricordi chi l’ha scritta?’

‘Batman. Nel film Batman v Superman: Dawn of Justice

Sto per dire qualcosa quando il monòtono beep monotòno sancisce la fine del primo round. Gli studenti si alzano alla spicciolata, con la coda dell’occhio intravedo Kenzie mentre si infila gli stivaletti di camoscio ancora inzuppati d’acqua. Lentamente la classe si svuota e rimango piacevolmente solo tra la mia distesa di tappeti e puff meleodoranti. Sto per mettere su un caffè quando la voce squillante di Ms.Harget, la segretaria, si materializza dall’interfono.

‘Mr D?’

‘Sì…?’ Domando con apprensione.

‘C’è una supplenza da fare, per favore vada nell’aula B237’

Alzo la testa all’indirizzo dell’intercom e domandando quasi spaventato: ‘Ha detto B…?’

‘Sì… Mi spiace’. conferma Ms.Harget chiudendo la conversazione.

B 237. B sta per basement, il seminterrato della scuola. A quanto pare mi tocca scendere nelle catacombe.

Nelle scuole americane, gli studenti non possono scegliere in quale istituto studiare, è il quartiere che fornisce la scuola per le proprie comunità. A parte i ghetti e le cloache a cielo aperto, veri e propri riformatori con aule e banchi,  molte scuole si ritrovano con un gruppo di…

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La Collana Hey, sembra l’America – Duemiladiciannove- sarà presto un libro.

BIBLIOGRAFIA

https://www.economist.com/united-states/2020/01/05/a-battle-over-gifted-education-is-brewing-in-america?cid1=cust/dailypicks1/n/bl/n/2020016n/owned/n/n/dailypicks1/n/n/EU/373010/n

I Segreti Della Middle Class

‘C’è chi è schiavo della lussuria, chi dell’avidità, chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura…’

La classe mi osserva in modalità standby mentre chioso una sporca traduzione di Seneca con commento.

‘Quindi in sostanza’ imploro perdendo pezzi per strada ‘in sostanza Seneca dice che siamo tutti schiavi… di… di…qualcosa…’

La classe annuisce come a dire, sì vabbé ma che fantasia sti’ Romani. Poi il monòtono beep monotòno li-mi- ci- libera da questi discorsi stoicamente filosofici.

La seconda ora non insegno, quindi decido di mettermi su un caffè. Apro il cassetto  e mi accorgo che il caffè è finito. Possibile che mi sia dimenticato di comprarlo? Si vede che a furia di rimandare nella speranza di trovarlo in offerta alla fine me ne sono dimenticato. Pazienza. Vorrà dire che mi procurerò la mia dose di caffeina in sala professori.

Cammino lungo il corridoio lato Ovest della Silvana High. La scuola è addobbata con zucche che vanno dal rosso bordeaux al vermiglione, scheletrini, ragnini e teschietti di Halloween che pendono dal soffitto. Schivo a fatica un paio di orde di studenti ritardatari, incrocio tre colleghi che si muovono a testa bassa stringendo saldamente tra le mani una risma di fogli ancora caldi, incrocio officer Rizzo che mi fa un cenno benevolo mentre allunga la mano verso il walkie che gracchia suoni incomprensibili, passo la segreteria, attraverso l’ampio atrio e finalmente raggiungo la porta della sala professori.

La stanza è deserta, a parte un uomo distinto che si muove ai bordi del muro con lo sguardo di chi fa finta di non dover fare niente. La sala professori si sa, è come la sala d’aspetto di una stazione. Tutti stanno lì, ma hanno i minuti contati. Un collega che si dilunga troppo davanti alla fotocopiatrice suscita odio. La collega che cerca gli spicci per il distributore automatico rallentando la fila suscita odio, il collega che si mette a parlare del tale alunno improvvisando un consiglio di classe fuori programma suscita odio. In sala professori gli insegnanti sono dei piccoli Proust che assaporano con triste meraviglia l’ineluttabile e irrimediabile passare del tempo.

Mi chiudo la porta alle spalle. L’uomo adesso sembra reattivo, quasi come un ragno che ha avvertito un’impercettibile vibrazione della tela. Fingo di non vederlo e mi avvio lentamente verso il distributore automatico. L’uomo distinto mi guarda di sottecchi, rimanendo ben saldo ai bordi della tela. Non è uno di noi. I professori li riconosci quasi subito. Sguardi assenti, movimenti rapidi, frasi lesinate con cura. E chi ha voglia di scambiare due chiacchiere dopo che è stato costretto a parlare ininterrottamente per una secchiata di ore per di più la mattina presto?

L’uomo sa di doccia fresca e barba appena fatta. Indossa un completo beige con scarpe nere di lucido. I capelli radi sono…

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Crisi D’identità Americane

Negli ultimi giorni Baltimora è sferzata da un vento gelido proveniente dalla baia. Le temperature sono crollate a tradimento passando dai quindici gradi mattutini delle prime settimane di ottobre ai due gradi scarsi.

Gli studenti più diligenti hanno meticolosamente riposto negli armadi i vestiti estivi proponendo hoody, felpe con il cappuccio, dai colori foschi. Davanti alla spianata della scuola le piante hanno lasciato cadere sul piazzale generosi cumuli di foglie amaranto, cremisi e ambra che hanno ricoperto il cemento grigio dell’asfalto come coriandoli di un improbabile carnevale al contrario. La carovana di pullman scolastici gialli che ogni mattina sfila ordinatamente davanti all’entrata sferza le foglie in aria, come a sfidare la forza di gravità. Le foglie rosse e gialle tritate dal vento danzano vorticosamente incuranti degli alunni con gli hoody e gli air pod nelle orecchie per poi ricadere dolcemente sul fondo di un cielo concavo. Nell’aria c’è odore di freddo umido del Maryland che gonfia le narici e impasta i polmoni.

Che l’estate abbia ceduto il passo  all’autunno lo si può anche capire facendo un giro nei centri commerciali, dove gli alberi di Natale sono già in vendita, allineati meticolosamente accanto ai cestoni di caramelle di Halloween e ai pentoloni per cuocere il tacchino per il giorno del ringraziamento. Questi piccoli segnali, uniti al freddo e alle giornate che si accorciano a vista d’occhio, ci ricordano che l’anno scolastico sta entrando nel vivo.

Durante la prima ora, in una classe che sembra una camera iperbarica, propongo un’improbabile lezione di Latino continuamente interrotta da improvvisi scarichi di tosse e sternuti incontrollabili e incontrollati dei miei studenti.

La classe è in modalità defrost, anche perché i riscaldamenti non sono ancora partiti, ma in compenso l’aria condizionata non ha mai smesso di funzionare con il risultato che i bocchettoni sul soffitto alitano ingenerose folate di bora gelida sulle nostre teste che sembrano adagiate sui fondali del Cocito. Gli alunni più scrupolosi si imbacuccano negli hoody, il resto di noi si protegge come può, magari acquattandosi tra due puff che ancora infestano la mia aula di Latino o utilizzando qualche compagno di sventura come scudo umano.

Mi sfrego le mani e mi avvio verso la lavagna per scrivere una frase in Latino quando Kenzie alza una gelida manina.

‘Hey Mr.D, ma lo sa che forse siamo parenti?’

Fisso Kenzie: un viso rotondo con due impercettibili fossette ai lati delle guance, capelli biondi, occhi chiari e corporatura piccola con gambe tozze e robuste. Io e lei parenti? Chissà… forse questa è la prova tangibile che il freddo crea precoci effetti di demenza senile. Dal mio punto di vista io e Kenzie siamo come i felini e i canini, Joker e Batman, la Juventus e l’Internazionale, Diana e Apollo,  il parmigiano e l’impepata di cozze.

Kenzie continua a sorridere con fare sornione poi dice: ‘sa, l’altro giorno mio padre biologico mi ha regalato un kit del DNA…’

‘Un cosa?’ La interrompo tramortito.

‘Dai Mr.D’ Prosegue lei trattandomi con sufficienza. ‘Un kit del DNA, quelli che si comprano da Walmart per vedere il tuo quadro genetico e da dove vieni…ma da dove viene?’

In effetti l’avevo letto sul giornale, ma avevo catalogato la notizia sotto la voce di fake news o pesci d’aprile. A quanto pare, centinaia di migliaia di americani si sottopongono volontariamente al test del DNA per risalire alle loro origini. Il test è un kit che viene di norma acquistato in farmacia e comprende un raccoglitore di saliva e istruzioni dettagliate più una busta preaffrancata. In sostanza basta sputare nel kit e regalare i propri codici genetici ad una ditta che per novanta dollari fornisce al cliente una lista di tutte le etnie che compongono il suo quadro genetico. I nomi di questi kit sono Hollywoodiani: Ancestors, my heritage, living DNA, Vitagene, Origin3n.

‘Ebbene’ Conclude Kenzie ‘Io sono trenta percento irlandese, venti percento gallese, cinque percento bulgara bla bla bla e un percento italiana…’

La classe si sveglia dal permafrost e ognuno comincia a snocciolare i dati del proprio DNA. Ester dice di essere babilonese, ma anche…

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Pep Rally

La classe mi ascolta in modalità setup language,  nel senso che oggi io e i miei alunni parliamo lingue differenti. La lezione del giorno propone l’insegnamento del periodo ipotetico dell’irrealtà attraverso una serie di domande al limite del paradossale. Io scrivo la domanda alla lavagna e gli studenti devono rispondere con frasi complete sui loro fogli.

La finestra alla nostra sinistra ci restituisce sprazzi di vita americana: trucks che sfrecciano lungo White Oak avenue, una camionetta dei pompieri che sopraggiunge a sirene spiegate e poco altro. Un cielo grigio tappezzato da nuvole ci ricorda che oggi pioverà.

Le prime due domande scorrono via lisce.

‘Uno: Preferiresti vivere in una villa nel mezzo del nulla o in un piccolo appartamento nel cuore di una metropoli?’

Gli studenti ascoltano pazientemente stravaccati sui loro puff e tappeti, pensano per qualche secondo poi cominciano a scrivere le loro risposte.

‘ Due: Preferiresti navigare su una piccola barca in un atollo incontaminato o in internet?’

Gli studenti scrivono senza neanche pensare catalogandola come domanda retorica.

Alla terza domanda gli studenti alzano gli occhi dal foglio come a chiedere: e questo adesso cosa vorrebbe dire?

Riformulo la domanda in modo più chiaro: ‘Preferiresti sposare una persona che ami ma non ti piace o una che ti piace ma che non ami?’

Nulla.

‘Forza ragazzi… pensate a Catullo: Qui potis est, inquis? Quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus. Come è possibile dici? Perché tale offesa costringe l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.’

‘Ah sì quello là…’ Rispondono loro senza troppo entusiasmo.

‘Quindi?’ Li incalzo senza troppa convinzione.

Loro si sforzano di capire ma con fortune alterne.

Kenzie alza una gelida manina spavalda: ‘Mr.D, ad ogni modo io dovrei andare in palestra a quest’ora’

‘E perché mai?’ ripondo deluso, seccato, piccato.

Kenzie mi fissa con un’espressione tra l’esterrefatto e lo scioccato, come a dire che la mia domanda ha forse meno senso di tutte le domande impossibili che ho formulato fino ad ora.

La classe entra lentamente in modalità social scrollandosi di dosso le ultime scorie di Catullo e del periodo ipotetico, che poi a dirla tutta per i miei alunni volere è potere. Determinati come Giulio Cesare e ostinati come Vittorio Alfieri, o forse solo pragmaticamente teenager ‘mericani. ‘I want it all and I want it now’.

‘Mr D. oggi all’ultima ora abbiamo il pep rally!’

Metto a fuoco la classe e solo adesso mi accorgo che tutti sono vestiti di verde e bianco, i colori sociali della nostra scuola. Ma come ho fatto a dimenticarmene? Oggi alla quarta ora la scuola si radunerà in palestra per celebrare le future e passate glorie sportive della Silvana High.

Il pep rally è un fenomeno tutto americano. Studenti delle scuole superiori all’inizio della stagione sportiva si radunano in palestra per festeggiare. Lo scopo di questo evento mondano è quello di incoraggiare lo spirito scolastico e sostenere i membri delle varie squadre sportive.

Kenzie, in qualità di capitano delle varsity cheers leaders è di fatto una delle celebrità di questo evento.

‘Kenzie… vai pure…’ Dico con sufficienza.

‘Sì ma allora se è per questo devo andare anch’io’ Dice Alex, l’ armadio a muro di due metri, difensore della squadra di football.

‘E anche io’ Aggiunge Priscilla, rappresentante della squadra di robotica.

‘E io…’ la segue Uriah.

Poco alla volta tutti si alzano ed escono dall’aula lasciandomi davanti alle mie domande retoriche.

Vado con calma alla lavagna e scrivo l’ultima domanda per la mia nuova classe inesistente ‘Preferiresti essere in grado di leggere i pensieri di tutti o di dover dire ad alta voce tutto quello che pensi?’

Al termine della prima ora Mr.Cummings, il coordinatore del pep rally, si presenta davanti alla…

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La Sottile Linea Semantica

Quando rialzo la testa mi trovo davanti Priscilla Bateman che mi fissa con paziente sguardo inespressivo. I capelli rossi sciolti le ricadono disordinatamente lungo le guance coperte da efelidi, la pelle diafana sembra una sottile pellicola trasparente. La guardo come a dire: e adesso che c’è ancora? Lei continua a fissarmi dai suoi occhi grigi come biglie di vetro, senza parlare. Ai miei studenti piace essere stanati e capiti, non ascoltati. Metto a fuoco e mi accorgo che stringe nella mano destra un foglietto spiegazzato.

«Hai qualcosa per me?» Le chiedo con fare retorico.

Lei non parla, si aggiusta i capelli fermandoli dietro alle orecchie, sorride e mi porge il foglio, si gira e se ne va.

La guardo uscire dall’aula e mischiarsi alla ressa di alunni che intasano il corridoio, poi finisco di prendere le presenze.

Il monòtono beep monotòno sancisce l’inizio della seconda ora, quella in cui programmo.

Mi metto su un caffè, poi allungo la mano sul foglio spiegazzato e lo apro. Il foglio produce un leggero fruscio, come di brace che arde.

Il foglio è scritto in un corsivo meticoloso, Poche righe organizzate come se fossero una poesia: 

C’è una sottile linea semantica

tra il bizzarro e

la bellezza. Quella

linea è cosparsa

di meduse.

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www.battagliaedizioni.com

Si Sta Come In Maryland Sui Pali Della Luce Le Scarpe

L’autunno è iniziato da una settimana ma qui in Maryland il clima è decisamente estivo con temperature che sfiorano i trenta gradi. Gli studenti ringraziano mother nature, il global warming e l’ indian summer, non necessariamente in quest’ordine,  e dilapidano i pomeriggi a maniche corte e infradito lungo il waterfront della baia stipato di turisti con un gelato in mano e spessi occhiali da sole. I più temerari invece vanno a Fells Point e si godono una pinta e crab cakes sotto gli ombrelloni che perimetrano il pavé di Thames Street.

 

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Small Talks From Finis Terrae

La classe è in modalità spotify. Non so come abbiano fatto, ma i miei studenti hanno messo la mia voce che spiegava un improponibile percorso sul capello nella letteratura Latina in modalità mute e adesso fissano le mie labbra che si muovono al ritmo di never really over di Katy Perry.

La situazione non mi turba più di tanto, non è insubordinazione, l’atteggiamento dei miei alunni rappresenta piuttosto lo status quo della Silvana High in questo venerdì mattina di fine settembre. Di fatti non è la mia classe di Latino ad essere in fibrillazione, è l’intero istituto che oggi si muove a ritmo dance. Domani sera le porte della scuola si apriranno per celebrare la prima festa mondana dell’anno scolastico ninenteen’twentyl’homecoming dance.

Homecoming è il ballo tradizionale di inzio anno al quale possono partecipare tutti gli studenti della scuola, non come il Prom, il ballo di fine anno riservato ai seniors, gli studenti dell’ultimo anno.

Il tema di quest’anno è ‘Back to Hollywood’. La scuola è addobbata con festoni e lanterne che rievocano il bianco e nero di Ginger Rogers e Fred Aistare. Gli studenti bisbigliano segretamente quale vestito indosseranno domani sera, ma naturalmente la discrezione è d’obbligo, tutti sognano di fare un’entrata trionfale e di venir ricordati per omnia saecula saeculorum.

Dal canto mio mi limito a portare a termine la lezione come se nulla fosse, sapendo che homecoming passerà come il di’ di festa, mentre il mio compito in classe rimarrà nei registri del primo quarto, indelebile come una macchia d’olio sul vestito della domenica.

Al termine della prima ora Kenzie mi viene incontro sfoggiando un sorriso complice: ‘Mr.D, lei domani verrà a fare un giro per la scuola?’

La guardo con occhi sornioni: ‘Naturalmente, non mi perderei questo appuntamento mondano per niente al mondo’.

‘Mr D. Non se ne pentirà…’ Replica Kenzie uscendo dall’aula.

La verità è che il mio nome è stato scelto dall’amministrazione insieme a quello di altri cinque compagni di sventura. Li chiamano extra duties, compiti extra che ogni insegnante deve fare da contratto. Quest’anno a me è toccato homecoming.

Il monòtono beep monotòno restituisce Kenzie alla seconda ora e a me un briciolo di tranquillità. È la mia ora di programmazione, così decido di mettermi su un caffè prima di cominciare a correggere.

 

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Losing my religion

Aprire la porta della mia aula al mattino è un rito. I miei alunni lo sanno e aspettano in modalità power saving mentre infilo la chiave nella serratura. Sarah fissa un punto indefinito nel corridoio con la schiena curva e gli auricolari nelle orecchie, chissà cosa sta ascoltando di così deprimente. Laiba indossa un hijab color crema perfettamente intonato con le All Stars dorate mentre sfoglia nervosamente il libro di American history, chissà a che ora avrà il test. Uriah è al telefono con qualcuno, ma bisbiglia e non riesco a distinguere le parole.

L’ordine di arrivo a scuola dei miei studenti ricorda quello dei concerti. I primi ad arrivare sono gli alunni meno social, oppure, come nel caso di Uriah, gli influencer di nicchia, quelli del ‘pochi ma buoni’. Man mano che i minuti passano, entrano gli studenti con qualche centinaio di followers. Le star, come da copione,  arrivano sempre alla fine, quando l’atmosfera è calda e la scuola si è ormai trasformata in un formicaio brulicante.

Forse anche per questo, quando intravedo Kenzie in fondo al corridoio sbracciarsi e salutarmi calorosamente, capisco che la giornata sta per prendere una brutta piega.

La porta si apre di schianto emettendo un crepitio metallico. Gli studenti mi seguono senza fretta mentre mi avvio alla cattedra. L’odore dell’aula mi riempie le narici; sa di stantio, un misto di detersivo evaporato, muffa e sbianchetto.

Prendo il portatile e lo connetto al proiettore, poi con calma mi avvio alla lavagna, scrivo la data in Latino e l’oggetto del giorno: ‘possumus dicere quid interest inter Didonem et Nausicaam…

‘Hey Mr.D…’ è la voce squillante di Kenzie. Guardo l’orologio appeso alla parete. Sette e diciannove: non dovrebbe essere qui. Kenzie dovrebbe fare il suo ingresso trionfale tra le sette e quaranta e le sette e quarantacinque, subito un attimo prima del monòtono beep monotòno della prima ora. Dovrebbe entrare con una caraffa di mocacchino super deluxe dispensando saluti annoiati ai maschietti della classe  per poi rivolgersi a me, quasi con aria di sfida: ‘Hey Mr.D, visto che ce l’ho fatta anche oggi?’

 

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United Colors Of America

UNITED COLORS OF AMERICA

Mercoledì quattro settembre, prima ora. Dopo settantotto giorni, quindici ore e quaranta minuti di inerzia scandita da pomeriggi dilapidati davanti a Youtube, feste notturne, storie social, vacanze con la famiglia nelle spiagge bianche della Carolina del nord, caraffe di CocaCola e cestini di popcorn sgranocchiati nei multisala di White Marsh, Maryland, la classe si presenta in recovery mode. Nel frattempo io, come se niente fosse, cerco di imporre una marcia forzata sull’ablativo strumentale mentre i miei occhi traballanti fanno a pugni con la cacofonia di colori che mi si para davanti.

Prima fila. Kenzie indossa una magliettina a maniche corte che restituisce generose porzioni di carne. La scritta al centro è fucsia con brillantini dorati e recita un laico: ‘Jesus saves, I spend.’

Alla sua sinistra Laiba indossa un hijab azzurro che le copre capelli e guance perfettamente intonato con i pantaloni turchesi.

Secondo tavolo, Alex, un ragazzone che peserà un quintale per un metro e novanta indossa la divisa bianca di football della scuola con vistose chiazze di cibo frammiste a terriccio ed erba strusciata, jeans tutt’altro che immacolati e ciabatte da piscina nere con calzini bianchi.

A chiudere la fila c’è Sarah, pelle diafana, volto emaciato, una maglietta nera che mette in risalto le costole come se fossero scalini a pioli e una scritta che recita: ‘Hell on earth’. Chissà, forse una metafora di questa giornata.

 

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Don’t trust what you see, even salt looks like sugar.

La silvana High sembra un teatro la notte che precede la prima della stagione. L’edificio è strapieno di insegnanti, amici, studenti, genitori. È un via vai frenetico di persone che corrono da una stanza all’altra mentre i bidelli si affannano a soddisfare le richieste, a volte anche bizarre, del corpo docenti.

Io, seduto alla scrivania della mia aula fisso con sguardo assente la checklist che la preside ci ha consegnato lunedì mattina durante il primo collegio docenti dell’anno scolastico nineteentwenty. Si tratta di una spunta su un foglio A4 che presenta una serie di cose che ogni insegnante è tenuto a completare prima di martedì, quando i cancelli della Silvana High apriranno ufficialmente per l’inizio dell’anno scolastico.

Alzo per un attimo gli occhi e guardo l’aula così tranquilla e silenziosa. Dalle casse del computer Ben Howard canta: ‘Anger/ I’ve seen it rise/ From a careless word that I said/ Well guilt is wasteful /Pride is childish.

La piccola finestrella sulla sinistra mi restituisce un cielo azzurro sgombro di nuvole che sembra salutare l’ultimo venerdì del mese di agosto. Baltimora è frenetica, come la maggior parte delle grandi città degli Stati Uniti del resto. L’ultimo weekend di agosto è considerato da tutti gli americani come la grande festa della fine dell’estate. Lunedì l’America si fermerà per festeggiare il Labour day, la festa del lavoro, poi martedì inizierà un nuovo anno lavorativo, un nuovo anno scolastico.

Sospiro e torno a fissare la lista delle cose da fare.

Controllare di aver ricevuto l’orario scolastico.

Fatto.

Assicurarsi di aver ricevuto le chiavi della propria aula.

Fatto.

Assicurarsi di aver scritto il programma per ogni classe insegnata.

Fatto.

Assicurarsi di aver organizzato la propria aula in modo coerente così da accomodare le esigenze degli studenti.

Fatto.

Alzo di nuovo la testa dal foglio. So di aver fatto tutto tranne…

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