‘Sono Ms. Malone, la segretaria della Preside, la prego di restare in linea che le inoltro la chiamata’
‘Mr D.?’
‘Sì?’
‘Sono la Preside della Silvana High… come sta oggi?’
‘Bene grazie…’
‘Allora, tenga presente che il Lunedì le lezioni terminano alle tre e mezza perché tutti i docenti sono tenuti a fermarsi un’ora in più, fa parte del contratto’
‘Ah capisco…’
‘L’orario per tutti gli altri giorni è dalle sette e mezza fino alle due e mezza…’
‘Va bene…’
‘L’ufficio abilitazione sta lavorando alle sue carte, forse dovrà sostenere degli esami universitari integrativi per ottenere il patentino da insegnante definitivo, quello di cinque anni’
‘Ah… capisco’
‘Nel fratempo le verrà rilasciato un patentino provvisorio della durata di dodici mesi, se al termine dell’anno non avrà superato gli esami richiesti non potrà più insegnare e il suo contratto verrà revocato. Tutto chiaro?’
‘Sì… cioè no…’
‘In che senso?’
‘Nel senso che questa chiamata signifca che vuole assumermi per insegnare alla Silvana High?’
‘Sì… intendiamo offrirle un contratto a tempo pieno’
‘Quindi dalle sette e mezza alle due e mezza, sette ore al giorno dal lunedì al sabato?’
‘No, come le ho detto all’inizio il lunedì dovrà rimanere fino alle tre e mezza’
‘Quindi il tempo pieno è trentasei ora alla settimana?’
‘Allora lei è italiano, giusto?’ Chiede la preside senza staccare gli occhi dal mio curriculum.
Annuisco.
‘E come mai si è trasferito in Maryland?’ Si intromette Mr. Malone, il vice preside, fissandomi con fare attento, da cane ringhioso.
Non mi sembra il caso di dirgli che in realtà non mi sono ancora trasferito così mi limito a dire una mezza verità: ‘Beh, dopo aver insegnato per quasi dieci anni in Italia avevo voglia di provare una nuova esperienza, così mi sono iscritto al portale Springjob. Ho avuto diverse proposte, soprattutto dal Vermont, dal Texas e dal Maryland. Per motivi logistici e di clima questa mi è sembrata la più ragionevole.’
‘Una curiosità’ interviene Ms.Koch, ‘come si pronuncia il suo nome?’
‘Michele mi-keh-leh-” Scandisco.
Mr. Malone ringhia di nuovo, si vede che tocca a lui la parte del bad cop – il polizziotto cattivo. ‘Ma lei ha i permessi per lavorare in U.S.A.? Carta verde? Visti?’.
‘Sono cittadino. Mia mamma è americana’.
La preside scorre con gli occhi lungo i miei fogli e poi esordisce con fare pragmatico, come se volesse riportare tutti i presenti, me compreso, al motivo di questo colloquio: ‘Quindi lei ha insegnato in Italia per… dieci anni?’.
‘Undici… lettere e Latino in diversi licei’. Preciso.
‘Il suo punto di forza?’ chiede Ms.Smith senza alzare gli occhi dal mio file.
‘La conoscenza del Latino’. Rispondo perentorio.
Vuoi leggere di più?
La Collana Hey, sembra l’America – Duemiladiciannove- sarà presto un libro.
La preside mi fa cenno di seguirla mentre si dirige a passo spedito verso la porta sul lato opposto all’ingresso della segreteria. Ci incamminiamo in rigoroso silenzio lungo un corridoio stretto e buio, sarà lungo sì e no venti metri e ad occhio conto cinque porte in tutto. Passiamo la prima porta: Robert Malone – Assistant principal – chiusa. Sotto la targhetta c’è un poster: una serie di sassi levigati, di quelli che nelle spiagge sassose i ragazzini raccolgono per lanciarli a raso sull’acqua per farli rimbalzare. I sassi sono disposti in modo da formare una specie di arco, ma l’immagine nell’insieme dà l’idea di un equilibrio instabile. Sotto all’immagine campeggia una scritta – Dimmi quale toglieresti – Ovviamente è una domanda retorica e il messaggio fin troppo chiaro: la struttura sembra cadere da un momento all’altro solo a guardarla, figuriamoci a toccarla. Seconda porta: Margaret Houtchens – Guidance – chiusa. Qui più che un poster hanno affisso una sorta di dichiarazione di intenti: I 5 IMPEGNI del consulente scolastico: 1. prometto di ascoltare – 2.prometto di essere qualcosa in più di una persona che sistema il tuo orario scolastico 3. prometto discrezione 4. Prometto di essere un porto franco dove parlare dei tuoi problemi 5. Prometto di spingerti ad alzare il limite delle tua aspettative. Sotto ad ogni comandamento segue una breve didascalia, ma non ho tempo di leggere perché la preside si muove a passi frettolosi e nevrotici, mi riprometto di leggerli alla fine del colloquio. La terza porta è aperta, la preside la imbocca con sicurezza.
L’ufficio di Ms.Lambert è uno spazio arioso e ben ordinato. Una finestra che dà sul piazzale dispensa generose porzioni di luce che rendono l’ambiente ancora più accogliente e funzionale. Un’ immensa scrivania coloniale a ridosso del muro ospita due..
L’autista di Lyft mi informa che siamo arrivati. Come apro lo sportello, vengo investito da una folata di aria calda, umida e appiccicaticcia. La distanza dalla macchina all’ingresso della SHS è poco meno di cinquanta metri, eppure quando raggiungo la porta ho le ascelle appiccicate alla camicia. Premo il pulsante dell’interfono e dopo pochi secondi una vocina cortese gracchia qualcosa dal citofono, non ho capito nulla di quello che ha detto ma mi limito a recitare la frase che sto studiando da quando sono salito sulla macchina di Lyft: “Good morning, I’m Mr.D and I’m here for the interview”. Passano altri due secondi e uno scatto metallico mi apre la strada verso il mio colloquio di lavoro. L’ingresso dell’edificio non si discosta molto dall’impressione che mi ero fatto dall’esterno. L’atrio principale è un enorme salone che comincia ad accusare il passare degli anni. Il pavimento anni Cinquanta è una distesa di blocchi regolari di linoleum color sabbia ricoperti da minuscole macchioline nere e grigie, ma non ha nulla di vintage, è solo vecchio. I muri sono a mattoni a vista, mentre il soffitto è ricoperto da pannelli di cartongesso bianchi.
La finestrella della biblioteca restituisce un cielo coperto da nuvole grigie e voci confuse di ragazzi che ridono e si rincorrono alla rinfusa: la squadra di lacrosse, o più probabilmente un gruppo eterogeneo di freshmen ancora a metà strada tra la spensieratezza delle scuole medie e la malizia delle scuole superiori.
All’interno della biblioteca regna un silenzio di piombo mentre ci apprestiamo ad iniziare un collegio docenti dal titolo: una conversazione coraggiosa sul razzismo.
Un vecchio motto inglese recita: If you can’t beat them join them: se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro- una sorta di pax romana al contrario. Beh, da queste parti più che una massima, uno stile di vita.
Sulla I-695 West mi sto dirigendo verso Woodlawn per partecipare alla cena di gala per celebrare Mr.Cummings, collega vincitore del premio di insegnante dell’anno. Ho comprato un biglietto per la modica cifra di ottanta dollari, ma in fondo lo considero il mio biglietto della lotteria per avvicinarmi a passo spedito verso il gotha degli insegnanti della nostra contea. Obtorto collo,I bite the bullet, ho ingoiato il rospo, e adesso cerco di farmi piacere la serata. Un cielo amaranto si eclissa con calma tra le insegne verdi del raccordo anulare e parte dello skyline di Baltimora che brilla in lontananza. La signorina del navigatore mi ricorda che la mia uscita è la numero sedici, ancora quattro miglia da guidare senza fretta. Alla radio Usher canta
oh my gosh You make me want to say Oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh
Ho seguito, adulato, lusingato Mr.Cummings per una settimana. L’ho accompagnato con passo socratico tra le pieghe del nostro istituto. L’ho ascoltato parlare con colleghi, segretarie, bidelli, alunni, nel tentativo di carpirne i segreti, di trovarne una macchia. Giorno dopo giorno, mi ero reso conto che Mr.Cummings era un uomo senza macchie. Gli studenti volevano essere come lui, la preside avrebbe voluto che gli altri docenti fossero come lui, i genitori avrebbero voluto parlare ai loro figli come faceva lui, alla fine della settimana anche io avrei voluto essere come lui…
Ore quattordici. ‘forsan et haec olim meminisse iuvabit’Gli studenti entrano in airplane mode mentre cerco di portare a termine un percorso sul valore del tempo nei testi classici. Kenzie di sicuro non perde tempo mentre fa gli occhi dolci a Matt che dal canto suo fa finta di non vederla, o forse non la vede davvero visto che ha un occhio aperto e uno semi chiuso.
Il grande orologio appeso alla parete è una clessidra che gronda sabbia.
Ore quattordici e cinque. -Eheu fugaces labuntur anni – Ancora dieci minuti e la giornata passerà agli archivi. Kenzie si è stancata di fare gli occhi dolci a Matt e ora ha allungato la mano sotto al banco, ha preso l’iphone e sta cercando di sbloccarlo con la faccia… buona fortuna.
Dal canto mio ormai non sto più portando a termine il percorso sul valore del tempo, lo sto implorando.
È con grande orgoglio che vi annuncio che Mr.Cummings è stato
‘Buona settimana?’ Mi domanda Maria senza distogliere lo sguardo dalla baia. La domanda non mi coglie di sorpresa, intanto perché è venerdì e quindi in un certo senso -ci sta- e poi perché alla fine, dopo aver passato metà del tempo in silenzio, beh… da qualche parte bisognava pur cominciare. Nonostante ciò, invece di rispondere, bofonchio qualcosa di incomprensibile.È una cara amica Maria. Si è trasferita a Baltimora l’anno scorso da Roma con la famiglia per seguire il marito, professore presso la prestigiosa università della città, e poco alla volta, ma non senza fatica, si sta anche lei adattando a questa nuova vita. Di solito, quando vuole vedermi per un aperitivo, è perché ha bisogno che le traduca qualche modo di dire o fare Americano.
Katie mi scansa con ruvida delicatezza e comincia a digitare velocemente. ‘Ecco, dice alla fine, così va meglio, leggi…’
Leggo…
La mail ha l’odore dolciastro delle camelie e delle tagete che si decompongono lentamente trasformando la loro fragranza in un pungente olezzo di morte. In Italia un genitore si sentirebbe apertamente preso in giro da un incipit così zuccheroso, qui non è così. L’ America non ha mai tradito il suo inguaribile ottimismo, l’ha solo metabolizzato e messo in un vasetto di plastica per poi farlo invecchiare con malinconica nostalgia. L’ottimismo è rimasto nel fondo del vasetto che però col tempo è ingiallito e ha perso freschezza, come un Michael Jackson che