Turno: coatto per destino, eroe per necessità

La storia di Turno è una di quelle che non sai mai se appartengano alla mitologia o a un video di Roma Est alle tre di notte.

Ma partiamo proprio da lui: Turno, un coatto semplice semplice. Bello, genuino, con quella serenità di chi si accontenta di poche cose: la fidanzata Lavinia, i pranzi dalla suocera, le domeniche a Ladispoli, due gladiatori allo stadio e la certezza che certe tradizioni non cambieranno mai.

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Divide et impera!

Eh, ma che modi…
sì, sto parlando con te.

È inutile che ti nascondi dietro a un punto esclamativo,
come se quella sbarra in fondo alla frase potesse fingere entusiasmo al posto tuo.
Io ti vedo lo stesso, sai?


Tu non ti annunci: ti imponi.
Non arrivi: compari.
Non chiedi: comandi.
Ahhh, ti pianti in testa come un jingle pubblicitario.
Non suggerisci — ordini.
Punto.


Sei la voce del GPS: “Gira a destra.”
Sei il messaggio del computer: “Inserisci la password.”
Zero cortesie, zero alternative: solo istruzioni da eseguire.
Un rituale che pretende obbedienza, non partecipazione.


E forse è per questo che i Romani ti infilavano persino nei saluti:
Ave. Salve.
Uno “Stai bene! Stai forte!” senza fronzoli.

Persino la felicità suona come un comando:
Gaudete! Rallegratevi!

A Natale, nessuna tregua: Adeste, fideles.
Più addestramento militare che magia dell’Avvento.


Sfrecci sulle auto — o almeno sulle Audi.
Perché sì, il marchio sarebbe proprio l’imperativo di audire.
Abili con le lingue… e con i carburatori.


E la mattina, poi, sei tutto fuorché poetico:
mi afferri il polso al distributore.

Inserisci la carta.
Rimuovi la carta.
Seleziona il tipo.
Avvia erogazione.

Al bancomat stessa storia:
Digita il PIN. Ritira il contante.

Alla fine incontro qualcosa e mi scappa il pensiero:
“Oh… è imperativo?”
E lo è sempre.


A scuola mi circondi.
Ti stendi sugli schermi, nei protocolli, nei caricamenti lenti:

Inserisci la password.
Riprova.
Aggiorna più tardi.
Continua.

Ti nascondi nei libri di cucina,
nei manuali di istruzioni,
nei foglietti dell’IKEA.

Imperativo.


E poi, ecco il tuo capolavoro: divide et impera.

Peccato che gli americani non ci abbiano capito un caxxo
and ti abbiano trasformato in un mantra aziendale:

Let’s divide and conquer, guys!”

Convinti che significhi spartirsi i compiti per ottimizzare.
Ma tu lo sai bene:

i Romani non dividevano per distribuire,
dividevano per indebolire.

Mettili uno contro l’altro, poi dominali meglio.
Altro che team building e performance review:
pura strategia da burattinai.


E, a forza di ascoltarti, ho quasi smesso di accorgermi
di quando sto scegliendo
e di quando sto solo eseguendo.

Tu ordini.
Altri… raccolgono.


Perché oggi c’è una presenza più ampia,
immensa, silenziosa,
che non comanda: usa.

Prende la tua voce, la arrotonda, la lucida,
la posa sugli schermi come fosse polvere.

E mentre finge distanza,
ricama traiettorie, destini, abitudini.

Trasforma ogni scelta in un Metadato,
ogni esitazione in una Mèta già tracciata,
ogni gesto in un’eco che ritorna amplificata.


E allora mi chiedo:

credere nel proprio sistema è Metà della conquista…
o solo un modo per sentirsi conquistati a Metà?


Perché oggi basta un imperativo innocuo,
uno soltanto,
per far girare opinioni, abitudini, intere città,
per piegare folle, mercati, perfino governi.

Quale?
Mi chiedi.


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Foto: Magritte, the son of man

American education Week. Abbracci di plastica

Gentili genitori ed insegnanti della Silvana High School. In segno di rispetto per la scomparsa di officer Rizzo, l’amministrazione chiede cortesemente di affrontare l’American Education Week con un profilo consono a questo momento di dolore.


Ci sono due date nel calendario scolastico americano che ogni insegnante baratterebbe volentieri con una cefalea a grappolo o una nevralgia del trigemino. La prima, di gran lunga la più temuta, è il giorno dell’osservazione, ovvero quando l’amministrazione per regolamento deve assistere a una lezione per valutare le capacità didattiche e professionali dell’insegnante; di fatto una pubblica e quieta lapidazione concordata tra le parti.
La seconda, quasi per motivi diametralmente opposti, è la settimana dell’American Education Week, quella in cui orde di genitori, nonni, parenti alla lontana, hanno libero accesso all’edificio scolastico e si aggirano per le classi.


L’amministrazione ricorda altresì che i funerali di officer Rizzo saranno officiati in forma strettamente privata e che al posto dei fiori la famiglia apprezzerebbe donazioni alla fondazione Inner City per il sostegno degli studenti a bassa scolarizzazione.


L’American Education Week ha una lunga tradizione che risale addirittura agli anni Venti. La nobile idea di fondo era, ed è tutt’ora, quella di mostrare alla comunità l’orgoglio e l’efficienza delle scuole statali americane accorciando la distanza tra loro, le famiglie, e noi, gli insegnanti.
Anche per questo motivo l’evento si volge a ridosso della festa del Ringraziamento come a omaggiare il ruolo svolto dagli educatori che giorno dopo giorno si prodigano a forgiare le future classi dirigenti americane. Durante l’arco di tutta la settimana, le scuole offrono diverse opportunità alle famiglie per imparare, approfondire, esplorare l’affascinante mondo dell’insegnamento e i grandi benefici dell’apprendimento. Le iniziative variano da mostre tematiche, concerti, riunioni, convegni e cene, ma il momento clou rimane il giorno in cui si ha libero accesso alle classi durante le lezioni.


Nel rispetto del dolore e dello smarrimento di alunni e corpo docenti, si chiede cortesemente alla comunità di evitare le visite durante l’orario di lezione.


L’evento nel complesso ricorda una riunione condominiale. Tutti cominciano con spirito civico e moderato entusiasmo, partendo dal democratico presupposto di aver ragione e di dover interagire con un gruppo di mentecatti, per poi ritrovarsi con il cellulare aperto su Google alla voce “avvocato” per i familiari e “psichiatria” per gli insegnanti.
Il motivo è presto detto: tutti, ma proprio tutti, insegnanti compresi, ritengono che fare l’insegnante sia un lavoro da sfigati.


Gli studenti che volessero omaggiare officer Rizzo potranno apporre fuori nell’atrio messaggi di cordoglio per la famiglia. Vietate, per motivi di sicurezza, le candele.


Il risultato è che la pancia della comunità diserta le tavole rotonde per poi riversarsi come orde di barbari nelle classi e mettersi a osservare con sufficienza il lavoro degli insegnanti, ritenendo di poterlo fare cento, mille, diecimila volte meglio. Perché in fondo cosa ci vuole ad ammaestrare trenta adolescenti quando si ha il coltello dalla parte del manico? Legge e ordine per Giove!
Per utilizzare una metafora calcistica, l’approccio mentale dei docenti all’American Education Week ricorda quello delle partite del cuore; ritmi blandi, melina a centrocampo e calorose battute di mani all’indirizzo degli spettatori.
Naturalmente tutto questo non basta, e spesso il pretesto della visita in classe si trasforma in un processo alla Camus. Gli insegnanti per la maggior parte del tempo subiscono in silenzio e aspettano con bovina pazienza, senza protestare, salvo poi barricarsi in sala professori e vomitare tutta la loro frustrazione verso i propri simili: i colleghi.
Durante l’American Education Week dell’anno scorso, mentre portavo avanti una blanda lezione di vocabolario, spiegando che in inglese le parole che finiscono in able sono aggettivi derivati da verbi latini, come presumable dal latino prae-sumere, excusable da excusare, potable dal latino potare… un vecchietto agguerrito aveva alzato la mano strillando: «Voleva dire po-rtable, immagino». Nella classe era calato il silenzio.
Avevo sorriso, cercando con scarsi risultati almeno un buon motivo per rispettare gli anziani.
Demenza senile…
«Sì, lei ha ragione ma…» avevo cercato di dire.
«Certo che ho ragione» mi aveva apostrofato il vecchietto fissando tutte le persone in classe con aria di sfida frammista a sdegno.
…artriti reumautoidi…
«Solo che… l’etimologia di potable è potare dal verbo latino bere… da qui l’aggettivo.»
«Guardi che Latino l’ho studiato anch’io…» aveva risposto lui alzando due braccia grinzose verso il soffitto.
Disfunzioni erettili…
«Non lo metto in dubbio Sir ma…»
«Ragazzi» aveva concluso il vecchietto, «fidatevi, il professore si è confuso, l’aggettivo non è potable, ma portable, con la erre» aveva chiosato liquidandomi con sufficienza.
Beati mites, quoniam istis, in ordine stantibus anteponere nosmet ipsos possumus. Beati i miti, perché possiamo passargli davanti mentre siamo in fila.
Al termine delle lezioni, quando l’avevo incontrato faccia a faccia, avevo scoperto che non aveva nipoti nell’istituto, né figli né parenti, ma che riteneva fosse un suo sacrosanto diritto venire a vedere come i suoi soldi di contribuente venissero dilapidati per pagare stipendi a incompetenti come me che non sapevano neanche lo spelling dell’aggettivo portable.
Beati pauperes, quoniam tanto plus pecuniae nobis reliquis relinquunt. Beati i poveri perché lasciano molti più soldi per noi…


Alla prima ora, in un clima rarefatto e quasi grottesco, accolgo i miei studenti che mi fissano in cerca di risposte che non ho; con un dolore frammisto a stupore e incredulità, forse anche rabbia. Kenzie, con gli occhi gonfi e rivoli di lacrime frammisti al rimmel che le rigano le guance, sembra una bambina con la faccia inzaccherata di terra; persino Alex, l’armadio a muro, sembra più piccolo, quasi umano, e non il solito gigante di due metri per un quintale.
Siamo come i pastori arcadi del famoso dipinto di Poussin, quelli che mentre passeggiano felici nel bosco d’Arcadia, tra ninfe e natura incontaminata, scoprono con sorpresa una tomba con l’iscrizione latina et in Arcadia ego: la morte si trova anche tra i giardini di Arcadia, nei corridoi della nostra scuola.
Nessuno vorrebbe essere qui, ma cerchiamo di farci forza a vicenda. Dopo alcune frasi di circostanza che avrei potuto tranquillamente evitare, imposto una lezioncina di ripasso sull’ablativo assoluto quando la porta si apre lentamente.


Se avete pensieri negativi o conoscete o notate cambiamento di umore in colleghi o alunni, non esitate a contattare il preside o un membro dell’amministrazione.


Mamma e papà di Priscilla Bateman, vestiti con colori sgargianti si presentano in classe sorridenti stringendo tra le mani una caraffa di mochaccino caramel deluxe lei, e un bibitone verde con ghiaccio lui. Sono felici e sorridenti, piccoli alieni arrivati da un’altra galassia, fissano il gruppo di adolescenti con gli occhi gonfi e i visi tirati.
La signora Bateman, una donna paffutella che assomiglia a un simpatico bignè alla crema, sorride in modo empatico poi dice: «Disturbiamo?».


Nel saggio L’umorismo Pirandello distingue il comico dall’umoristico spiegando che il primo corrisponde a un avvertimento del contrario, e che quindi fa ridere, mentre il secondo è il sentimento del contrario e quindi non fa più ridere ma fa quasi pena.
Priscilla, ancora intenta a scarabocchiare qualcosa sul foglio, alza gli occhi e piega gli indici e i pollici verso la famiglia, come a formare un cuore. Chissà se Pirandello avrebbe trovato questo quadretto familiare comico o umoristico.


L’amministrazione ha messo a disposizione della scuola un team di psicologi che assisterà gli studenti e lo staff in caso di bisogno di supporto emotivo e psicologico.


Il monòtono beep monotòno sancisce la fine della prima ora.
Gli studenti si allontanano senza parlare, anche Priscilla con mamma e papà. Io rimango seduto per un minuto buono. Non ho voglia di fare niente, nemmeno di mettermi su un caffè, tutto mi sembra tremendamente inutile oggi.
Alla fine mi alzo, prendo un paio di fogli e mi dirigo in sala professori; se proprio devo iniziare a far finta che tutto sia normale, tanto vale partire dalle fotocopie.
I corridoi sono affollati di studenti ma anche di poliziotti e persone in giacca e cravatta e tailleur, pezzi grossi dell’ufficio centrale. Raggiungo a fatica la sala professori zigzagando tra poliziotti, pezzi grossi dell’amministrazione e alunni con gli occhi gonfi.
Quando apro la porta mi trovo davanti a un donnone che mi fissa con sguardo di profonda empatia. La fisso stringendo i fogli tra le mani, quasi nascondendoli dietro la schiena. Lei ricambia lo sguardo e già che c’è aggiunge un sorriso.
Avanzo indeciso, spostandomi impercettibilmente verso la mia sinistra, per evitare di finirle addosso. Lei se ne accorge e comincia a spostarsi impercettibilmente verso la sua destra.
Provo a cambiare direzione, senza dare nell’occhio, ma lei fa l’esatta mossa allo specchio. Di fatto, passo dopo passo finisco dritto tra le pieghe dei suoi lipidi.
Il donnone si limita ad allargare le braccia e ad accogliermi nel suo abbraccio. Profuma di buono, di mammole e miele. Rimango avvolto nei suoi vestiti per qualche secondo, senza parlare, poi mi libero da quell’amplesso e raggiungo la fotocopiatrice.


Il donnone esce dalla stanza senza prendersi il disturbo di presentarsi, lasciandomi solo con le mie domande.

Nella solitudine e nello sconforto di questi momenti quella donna si limita a regalare abbracci professionali a chi non riesce a procurarsene neanche uno sincero.


Dalla fotocopiatrice escono i primi fogli ancora caldi di toner, l’inchiostro delle parole si scioglie nel bianco immacolato della carta: Nemo quam bene vivat, sed quam diu, curat, cum omnibus possit contingere, ut bene vivant, ut diu, nulli.
Nessuno si preoccupa di una vita virtuosa, ma pensa solo a quanto tempo potrà vivere. Tutti possono vivere bene, nessuno ha il potere di vivere a lungo.

Photo by Marco Bianchetti on Unsplash

Damocle 2.0: Scroll, Invidia e Altre Tragedie

— Allora ragazzi, traduciamo qualcosa?

— Tipo?

Tipo la storia di Damocle, uno sfigato versione “social media edition”.

— E chi era sto sfigato?

— Uno che viveva scrollando la vita degli altri. Sempre.

— Tipo FOMO 24/7?

— FOMO… e cioè?

— L’acronimo, prof: Fear Of Missing Out. Paura di perdersi qualcosa.

— E sarebbe?

— Quelli che stanno sui social tutto il giorno per paura di non vedere nulla. Anche quando non succede niente.

— Ah. Peggio.

— Peggio?

— Peggio: Damocle era proprio residente fisso nello scroll infinito. Altro che FOMO, lui aveva l’abbonamento annuale.

— Ok, chiaro.

— Un giorno inciampa nel profilo di re Dionigi: vita perfetta, highlights, engagements a pioggia.

— Classico: l’invidia gli manda in tilt l’algoritmo.

— Esatto. Legge tutto, rosica, e piano piano diventa un hater. Finché commenta: “Facile tirarsela con la corona e il regno già pronto.”

— E Dionigi che fa, lo blocca?

— No. Gli scrive: “Vuoi la versione non filtrata? Eccoti i codici.”

— Gli dà l’account?

— Gli dà il trono. Full experience: luci, musica, comfort.

— Ok, premium plan.

— E Damocle si sente un trending topic vivente.

— E quanto dura?

— Finché non alza lo sguardo. Cinque minuti, netti.

— E cosa vede?

— Una spada. Vera. Sospesa con un singolo crine di cavallo.

— Tipo notifica rossa di problema serio.

— Serissimo.

— E il trono non è più premium…

— È ansia in HD.

— Esatto: la vita perfetta del re era bella finché Damocle non vedeva il backstage.

— Vedi i post, non vedi le bozze cancellate.

— Né il carico che non entra nei frame.

— Né la fatica che nessuno filma.

— Già.

— Morale?

— Damocle scende: “Ridatemi la mia vita da sfigato. Meno filtri, ma almeno è mia.”

— Tipo: meglio un profilo reale che un clone lucido.

— Ci sei.

— E la spada?

— È ancora lì. È la parte invisibile di ogni vita che ammiriamo da fuori.

— Mr. D…

— Dimmi.

— Ma la sua spada di Damocle qual è?

— I miei studenti.

— Noi?!

— Sì. Quando entrate in classe con quell’aria da “oggi non so se valgo”, quel filo si muove.

— E lei cosa fa?

— Cerco di tenerlo fermo. È la parte del lavoro che non finisce nel feed.

— Non la metterà mica su Instagram questa storia, vero?

— Figurati.

— Eh, mi pareva. Lei è un professore di latino filosofo, figurati se…

— La metto su Facebook.

— FACEBOOK?! Perché?

— Perché sono un boomer, no?

Il profumo dei voti

“Un buon voto sa di pennarelli che graffiano la lavagna, di gomma delle scarpe nuove che striscia sul pavimento lucidato a cera.
Sa del deodorante che Seth spruzza a casaccio prima della campanella—quello che ti secca la gola e resta sospeso nell’aria come una nuvola ad alta quota.
Sa delle buste di patatine appena aperte, gonfie di olio, sale e grassi saturi che in quel momento non fanno male a nessuno.
E sa degli energy drink che odorano di taurina e adolescenza, e dei miei studenti che li bevono e diventano minotauri gentili, smarriti nei loro labirinti di sonno e sogni.

Ha il colore del libro di latino: quella specie di senape-marroncina con la foto improbabile e il titolo impronunciabile, Wheelock’s Latin.
Ha il suono di un cellulare che pigola lontano, sempre più piano, come una profezia che non sa bene a chi parlare;
ha il trillo di mille campanelle che aprono e chiudono speranze, che spalancano e richiudono il mondo in un battito.

Fuori, l’autunno scivola via come una promessa non mantenuta: si stacca dagli alberi in silenzio e si porta via gli ultimi ricordi dell’estate.

E mentre qui dentro si parla di voti, percentuali, rubriche, scale e valori…
quello che davvero resterà—quando tutto questo smetterà di contare—sarà soltanto il ricordo di una giovinezza che aveva paura.
Giovane e impaurita.

A sua insaputa.

Autunno 2024 – un giorno qualsiasi.
Rivisto e riscritto, perché gli scritti—come i pensieri—sono foglie leggere: cadono, tornano, cambiano forma.
E noi con loro. Sempre. Comunque.”

Tra il più e il meno

L’uomo mi fissa.
Di tanto in tanto, prende la penna e scrive qualcosa.
Ha un’aria assorta, quella tipica dei mattini di chi ha già vissuto troppe routine: CTRL-C, CTRL-V, CTRL-ALT-CANC, username e password, il notiziario delle sette, l’impermeabile preso ai saldi del Labor Day, dopobarba di Dollar Tree, il discount su Providence Road, il traffico sull’I-695 — il raccordo di Baltimora — la pioggia di fine autunno che schiaffeggia il parabrezza.

Le sue dita ossute e sottili sono prive di anello, ma questo non vuol dire niente. Potrebbe essere sposato, chissà, un matrimonio felice o che si trascina in qualche modo…


Ora sorride, o almeno ci prova. È un sorriso quasi comico, come uno sforzo dell’anima. Dentro quel sorriso c’è un universo con tanto di galassie: pomeriggi a casa, il televisore della sala sintonizzato su WBAL, il notiziario delle 6 o’clock che accartoccia le notizie una alla volta: un inseguimento sull’Avenue, un incidente sulla Boulevard, una sparatoria sulla Street… ‘Merica.

L’uomo riprende a parlare. Lo ascolto come si ascoltano gli uccelli che cinguettano sui davanzali d’estate: non è importante quello che dicono, ma solo il suono che producono.

È un Oriole, l’uccello che popola i boschi del Maryland e della Virginia: becco rosso, dorso blu e giallo. Quando mi fissa, capisco che mi ha fatto una domanda.
Sorrido e uso la formula inglese molto in voga da queste parti: “Say it one more time.- Dillo un’altra volta…”

Lui ripete la domanda:
— Di cosa si occupa, Mr. D.?
Alzo la testa verso il soffitto.
Ci sono macchie di umidità marroni. Questa cosa tutta americana non la sopporto: l’idea che se qualcosa funziona, basta e avanza. Anche se è brutta, se non si aggiusta, va bene uguale.
L’occhio a queste latitudini non sembra volere la sua parte…

Ma una vita senza bellezza che vita è?

La luce fioca della stanza disegna una curva sottile lungo la macchia. Sembra quasi biforcarsi in due rami morbidi.
Mi ricorda le mani di mio padre: nodose, calde, attraversate da striature di pelle e vene.
Più a sinistra, una crepa prende forma. A prima vista, sembra un cane con un corno. No, aspetta. Un canicorno, una crasi improbabile, come una bestia mitologica in attesa di un incontro impossibile.


Questo soffitto è il mio caleidoscopio di bambino. Avrò avuto sette anni, bastava un colpo del polso e il disegno si frantumava in mille schegge di vetro colorato per ricomporsi in qualcos’altro.
Un soffitto imperfetto, americano, con macchie trascurate che continuano a cambiare forma. Non bello, ma perlomeno vivo.

L’uomo getta un’occhiata paziente all’orologio.
— Io di mestiere esporto. Dico…
— E cosa esporta?
— Idee, concetti, frasi, lingue morte…
— E dove?
— Nelle scuole. Tra gli adolescenti…
— E come va il lavoro?
— Diciamo che mi difendo, anche se negli ultimi mesi il peso dei dazi si fa sentire…
— Ah, i dazi!
— Eh, che poi dazio deriva dal latino. Participio di un verbo di cui adesso non ricordo il paradigma. Poi i secoli l’hanno allungato, stirato, messo ai valichi e sulle porte delle città… Quanti siete? Cosa portate? Un fiorino!
Alla fine il segreto sta tutto lì: una parola che porta dentro l’eco di un gesto antico — dare qualcosa per continuare il viaggio. Porti pazienza, ma noi insegnanti siamo coondannati a insegnare… sempre… qualcosa… a qualcuno…


L’uomo sorride, una piega agli angoli della bocca accondiscendente.
— E la parola tariffa, anche quella è latina?
— Nah, quella col latino non c’entra un 🌵.
— Comunque, il lavoro va bene? insiste l’uomo.
— Più che altro va a giorni… a volte sì, a volte no, a volte chissà. Proprio come i dazi.

Sul soffitto, quella macchia continua a fissarmi: ha il profilo di un uomo qualunque, con addosso l’odore del dopobarba del discount, la pioggia del traffico e le notizie delle sei.
Provo a dirgli qualcosa, ma le mie domande si sciolgono nella nebbia dei suoi occhi — nei miei pensieri evaporati in quella macchia…

Il suo sguardo si fa più intenso, ma l’immagine della macchia sul soffitto non si dissolve.

Alla fine, siamo solo macchie. Appariamo, sbiadiamo, e restiamo lì, senza che qualcuno lo noti, in cerca di un senso che forse non troveremo mai.

Photo by Malcolm Lightbody on Unsplash

The Blackest Black

Seduti nel diner Nautilus subito a ridosso del raccordo anulare, io e officer Rizzo condividiamo il primo di una lunga serie di caffè della giornata.

Simile a un gigantesco camper ricoperto da pannelli in acciaio inossidabile, l’edificio è stretto e allungato con il tetto bombato e una gigantesca insegna a neon. Un maestoso bancone di servizio domina l’interno, con un’area adibita a cucina contro la parete posteriore e sgabelli a pavimento per i clienti di fronte. Una fila di cabine a ridosso della parete anteriore e alle estremità delimita il perimetro della struttura. L’arredamento con elementi art déco ricorda vagamente l’aspetto dei vagoni ristorante degli intercity.

I diner sono una cosa tutta americana. In italiano non c’è una vera e propria parola per tradurli. Definirli tavole calde è riduttivo e in parte ne toglierebbe il fascino vintage; chiamarli ristoranti è pretestuoso e li eleverebbe a luoghi troppo formali. I diner sono non-luoghi, edifici modesti situati su strade di grande traffico, posti dove a qualsiasi ora del giorno e della notte si può ordinare un pasto caldo o una tazza di caffè; cibo poco elaborato da mangiare da soli in un posto senza pretese.

È molto presto, eppure il locale è già stipato di gente. Dal finestrone alla nostra destra vediamo biancheggiare le prime luci del giorno che illuminano Providence Road; il cielo promette un’altra giornata fredda e soleggiata di fine novembre. C’è un profumo di ‘Merica buona e rassicurante nell’aria, di caffè forte e nero bollente appena uscito, di uova strapazzate, di pane tostato e di bacon che sfrigola nelle padelle. Il Nautilus si trova su una via trafficata che collega il centro città alla contea, lo sterminato sobborgo di casette bifamiliari senza pretese, proprio come il Nautilus.

Poso la tazza sul tavolo di legno sbrecciato: «Pensavo l’avessero chiuso questo diner. Mi ricordavo che ci avevano fatto uno Starbucks. Lo sapevi che quello nell’intersezione tra Providence e Maple Avenue l’hanno chiuso la scorsa settimana? I diner stanno sparendo insieme alle vite semplici e senza pretese».

Officer Rizzo cambia espressione, alza la testa dalla tazza e mi fissa senza parlare.

«Che c’è?» chiedo, anche se so già che piega sta prendendo questa conversazione.

«Adesso me lo dici cos’è successo ieri alla Silvana High? È mezz’ora che siamo qui e continui a parlarmi di diner americani».

Sono stanco, svuotato e confuso, non ho più né la voglia né la forza di tergiversare: «Una cosa brutta…» dico abbassando gli occhi, quasi mortificato.

«Lo so, ma ora devi collaborare e mi devi raccontare tutto, per bene e dall’inizio, perché anche se siamo amici io sono pur sempre un poliziotto…». Rizzo allunga una mano nella tasca dei pantaloni e recupera un’elegante agendina Moleskine nera e una penna. Alla nostra destra l’aurora nascente cosparge la terra di nuova luce: «Non devi aver paura, Mr. D, ti prometto che capirò…»

«Non sei tu quello che deve capire…»

«È per questo che voglio che ne parli. Tenere tutto dentro non aiuta» dice officer Rizzo sforzandosi di sorridere; dovrebbe essere un sorriso rassicurante, ma in realtà assomiglia più a una smorfia.

«È successo tutto durante la seconda ora» sospiro facendomi forza, «avevo… avrei dovuto avere un’ora buca ma dalla segreteria mi hanno chiesto di andare a coprire la classe di Mr. Whittle.»

«Immagino con che spirito ci sei andato…» dice officer Rizzo con uno sguardo complice, come a darmi coraggio.

«Ero seccato, ovvio… mentre camminavo verso la classe di Mr. Whittle, all’altezza del tuo ufficio e quello della guidance ho sentito il colpo secco».

Officer Rizzo scrive impassibile sull’agendina, senza parlare.

«Lì per lì ho pensato che qualcuno avesse fatto cadere qualcosa per terra, tipo una catasta di libri. È successo proprio come avevi detto tu… come se le orecchie avessero decodificato il rumore, ma il cervello si fosse rifiutato di credere che nel mondo potesse esserci così tanto dolore».

Officer Rizzo allunga la mano verso la tazza e beve un sorso di caffè, poi apre la bocca, come per dire qualcosa, ma all’ultimo forse cambia idea e rimane in silenzio.

«Ho visto un paio di persone correre verso il suono, ma io ho tirato dritto, perché non volevo capire, perché ero in ritardo. Quando ho raggiunto la classe di Mr. Whittle, Mr. Cummings, che doveva aver fatto la prima metà di supplenza, ha indicato con l’indice l’orologio al polso, come a farmi presente che ero in ritardo. Io ho scosso la testa e gli ho detto che forse era successo qualcosa lungo il corridoio».

Officer Rizzo si scherma la faccia con la mano. Adesso il sole dalla vetrata è diventato accecante e faccio fatica a distinguere i contorni del suo viso.

«A ogni modo» continuo socchiudendo le palpebre accecate dal sole che inonda la vetrata, «come Mr. Cummings è andato via… dalla segreteria ci hanno detto che eravamo entrati in lock-down. Ho chiuso la porta a chiave sbuffando, pensando che si trattasse della solita esercitazione. Mentre dicevo ai ragazzi di stare in silenzio e di andarsi a sedere come sempre sul pavimento, sotto ai banchi, mi è tornato in mente il rumore nel corridoio, due colpi in sequenza, la gente che correva verso quel trambusto. Stavo rivivendo la scena del corridoio come in un sogno sfuocato, come se gli occhi e la mente si stessero muovendo in differita… Non era il rumore di libri che cadevano, vero?»

«Ho paura di no…» dice Rizzo scrivendo.

«Allora ho cominciato a tremare, non tanto per me… per i ragazzi… Siamo rimasti in quell’aula in silenzio per due ore, tutti zitti e impauriti. Le serrande abbassate, un buio fitto e il rumore incessante dell’impianto di aerazione a tenerci compagnia. Fuori, come da un mondo distante e piccolo sentivamo rumori confusi, di pale di un elicottero, di ambulanze, sirene».

Officer Rizzo scuote la testa, il sole alle sue spalle fa quasi male agli occhi: «Ma chi ha sparato?»

«Non mi ricordo…» mento abbassando la testa cercando di ricacciare indietro le lacrime frammiste a un profondo senso di vergogna e di rabbia.

«Non ti preoccupare» dice officer Rizzo, «è tutto finito…» poi ripone la Moleskine e la penna nella tasca e si alza dalla sedia.

Quando mi dà le spalle per dirigersi verso la porta trovo il coraggio di parlare: «Avevi detto a Kenzie che ci saresti stato… che ci avresti protetto e invece ci hai mentito…» bisbiglio lentamente con un nodo di rabbia che mi stringe la gola, la testa tra le mani e le palpebre chiuse che ormai non riescono più ad arginare le lacrime.

Officer Rizzo tentenna un attimo, poi scompare oltre la porta mentre riemergo a fatica dal mio sogno a occhi aperti, scrollando la testa piena zeppa di pensieri viscidi e appiccicosi come syrup dei pancake, come sangue rappreso. Il diner si dissolve poco alla volta trasformandosi piano piano nel nuovo e funzionale Starbucks per millennials. C’è odore dolciastro ora, di peppermint mocha e di caramello, odore di Natale e di plastica lucida.

Seduto da solo su uno sgabello che si affaccia sulla vetrata a ridosso di Providence Road, guardo i clienti che vengono riflessi come tante ombre sul fondale dell’Acheronte. Davanti a me il vento gelido continua a sferzare la strada deserta, il mio portatile ancora acceso, aperto sulla pagina dell’Herald Sun mi informa che la batteria è quasi scarica. Dal soffitto filtra una luce abbacinante, da sala operatoria, che illumina il mobilio moderno ed essenziale. Pochi clienti seduti sui divanetti osservano le loro vite riflesse dagli schermi dei Macbook, mentre i commessi con le cuffie e gli speaker si prodigano a completare le comande degli automobilisti che dall’esterno prendono mochaccini dal drive-thru. Fuori dalla finestra continua a piovere a dirotto, una pioggia pesante frammista a neve.

La voce di officer Rizzo si dissolve lentamente in testa.

Perché se non ci fosse il male, forse non capiremmo il bene. Perché per ogni cosa brutta che accade ce ne sono dieci belle, perché il futuro ci è stato affidato ma non è stato ancora scritto, ed è bello così.

Abbasso la testa sul portatile rileggendo per la millesima volta lo stesso articolo del giornale, come se ogni volta cercassi una spiegazione diversa senza mai riuscire a trovarla, un po’ come quando si legge una pagina di un libro senza prestare attenzione, con gli occhi che scorrono le lettere mentre la mente è altrove, e quando si arriva in fondo bisogna ricominciare da capo.

Fuori il vento gelido frammisto a pioggia e nevischio continua a frustare Providence Road. Il cielo è più scuro del blackest black, il nero più nero. Non filtra il benché minimo raggio di luce. Alla radio Tom Petty e gli Heartbrackers cantano:

…Into the great wide open
Under them skies of blue
Out in the great wide open
A rebel without a clue…

Ho finito di leggere l’articolo per l’ennesima volta, bevo un altro sorso di peppermint mocha dolce e zuccherato e ricomincio da capo…

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La Fatica di Vivere (in HD)

Seneca, circondato da schiavi e soffocato dal peso dei sesterzi, perché scrivevi taedet me huius vitae — questa vita mi annoia?
Ti eri davvero stancato di vivere?

E tu, Lucrezio, li vedi ancora gli uomini che si spostano da una città all’altra, cambiando amori, case, auto e fogli di giornale — per poi accorgersi che il vero peso se lo portano dietro come l’odore acre di una scoreggia?
Si fugis, te ipsum fugis: se stai scappando, scappi da te stesso…

Ovidio, tu eri più disinnamorato, eppure… fastidit quotidiana voluptas: ti infastidiva la mondanità.
Perché perfino un tramonto — con i suoi cirri di porpora e d’oro — se dura per sempre diventa prevedibile come lo screensaver del monitor dell’ufficio.

E tu, Orazio… ma che te lo dico a fare: la noia l’hai misurata.
Cinque… dieci… venti… trenta… trentasei… quarantatré…
Perché la “misura” è solo un numero… e i numeri contano i passi sulla terra, ma non la fatica.

Petronio, tu ci hai riso sopra, ma intanto il taedium vitae te lo sei mangiato a cucchiaiate nel banchetto di Trimalchione, tra vitelli d’oro e satiri evirati che ballavano il tuo personale Bunga Bunga.

E Giovenale… tu non parlare nemmeno, che sei il più amaro di tutti:
propter vitam vivendi perdere causas — viviamo così a lungo che ci dimentichiamo perfino il perché.

Oggi il taedium vitae ha cambiato forma.
Vive nelle email,
nei semafori sempre rossi,
nei post tutti uguali, nei loro messaggi e nei commenti che commentano i commenti.

Nel Medioevo lo chiamavano odio della vita, letteralmente in-odium: un odio che nasce da dentro.
Che poi ‘odiare’, in latino, è un verbo difettivo: esiste solo al passato, come a ricordarci che l’odio è un sentimento già compiuto, che non passa mai.

Non passa più…

E nel nostro italiano moderno, inodiare ha generato “noia”, come a dire che l’odio si è stancato di bruciare e si è seduto.
Ma dentro quella parola — noia — c’è ancora una radice antica… l’eco sorda di un odio esausto: in-odio-noia.

E così:

Il taedium vitae era la malinconia dei filosofi.
L’inodium era la rabbia dei vivi.
La noia è il rancore dei morti.

E voi, Lucrezio, Seneca, Giovenale… ora ci guardate dal bagliore inquieto degli schermi, sospesi tra una notifica e un aggiornamento, e sorridete: il vostro taedium vitae non è mai morto —
ha soltanto imparato a scorrere tra le nostre dita.

Vilhelm Hammershøi Interior with Woman at Piano, Strandgade 30 (1901)

Il catalogo del silenzio

Ci hanno raccontate a metà. Anzi no: ci hanno raccontate a modo loro. Avete i nostri nomi — gusci vuoti, senz’anima. Conoscete gli dèi che ci hanno punite, trasformate, dilaniate, umiliate. Ma non avete il senso. Quello ve lo siete perso per strada. Eravamo ninfe, spose, madri, muse. Donne. Le “fortunate” — o forse sarebbe meglio dire le “predestinate”. Scelte da dèi pagani che ci hanno sfiorato, e da quel contatto divino non ci siamo più svegliate.

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Il rasoio di Occam spiegato a una fan di Taylor Swift

Sai, c’è un principio logico che invitava a tagliare il superfluo.
L’ha inventato un frate del Trecento, Guglielmo di Occam: il primo minimalista della storia.

Oggi l’abbiamo preso alla lettera — tagliando tutto: fili, cuffie, pensieri.

Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora.
Invano si fa con più ciò che si può fare con meno.

In parole povere: non moltiplicare le spiegazioni quando ne basta una.
Perché la verità non ha bisogno di allegati, gif, immagini e tabelle.
La semplicità non è povertà di pensiero — è sobrietà dello sguardo.

Occam, santo patrono dei miei studenti — riducono, saltano, tagliano.
Non per chiarezza, ma per istinto di sopravvivenza.
Cercano la via più breve tra la noia e la campanella.

Quasi lo vedo, questo monaco, col suo saio ruvido e un rasoio Bic rosa fluorescente in mano.
Non rade barbe e peli delle ascelle… rade illusioni.
La lama sottile recide il superfluo: idee, rapporti e tutte quelle seghe mentali che ci portiamo in tasca come monete da dieci lire.

La password non entra?
Non è il destino che ti mette alla prova.
Hai sbagliato una maiuscola.

Il collega non saluta mai?
Non è un segno.
È uno stronzo.

Il computer si blocca?
Non è il Bug del millennio.
È che hai dodici finestre aperte, e in una — da qualche parte nel buio — è partito un tormentone estivo … Pasito a pasito, suave suavecito Nos vamos pegando poquito a poquito

Io intanto spaccio rasoi metaforici a sedicenni in felpa oversize, che negli dèi greci cercano la profondità che hanno perso in uno schermo amoled.

E vaglielo a spiegare che il taglio più doloroso non è quello delle teorie superflue, né degli amori sbagliati, ma quello col passato.
Quando affondi la lama lì, non vola sangue, ma coriandoli di ricordi intrisi di rosso corallo.
E nel silenzio che segue, le ferite non lasciano un segno quando le tagli, ma quando smettono di far male.

Photo by KoolShooters