La sottile linea semantica

Le rivoluzioni, si sa, partono spontaneamente dal basso dopo essere state pilotate dall’alto. Anche la nostra piccola rivoluzione d’ottobre si muove lungo la Silvana High cavalcata da studenti che esigono una scuola meno scolastica, possibilmente senza libri, senza sedie né banchi. Il mostro rintanato negli uffici dell’amministrazione ci osserva silenzioso, annotando, ascoltando. Così noi docenti ci muoviamo circospetti come scarpe appese ai cavi del telefono a Southside Park, dove da gennaio a oggi si contano centotré morti ammazzati.

Alle ore otto di un lunedì che cede il passo all’incombente autunno, con temperature intorno ai quindici gradi e un cielo lucido, tirato come Domopak su un avanzo dimenticato in frigo — come se anche il meteo, oggi, avesse deciso di vivere in modalità conservazione-minima-indispensabile — mi appresto a intentare una lezione di Latino moderno. Il programma originale a quest’ora consiglierebbe la lettura con analisi metrica di un centinaio di versi del primo libro dell’Eneide, ma l’Esperia è ormai un miraggio lontano e sic stantibus rebus mi adatto a fare una lezione sull’uso degli aggettivi latini per descrivere i propri familiari.

Continue reading “La sottile linea semantica”

Raccomandazioni

Hai trovato tutto quello che cercavi?
— Quasi. Mi manca solo una raccomandazione…

La cassiera solleva lo sguardo:
un sorriso che sa di corridoi ministeriali,
stanze impolverate affacciate sui giardini scarlatti d’autunno,
email dal passo pesante,
lettere ripiegate come promesse,
fogli in attesa di una firma —
la benedizione distratta di un santo laico.

— Quelle non si trovano più sugli scaffali — dice.
— Ora si scaricano. Si inoltrano. Si allegano.
Le migliori? Ancora sussurrate,
come preghiere nei retrobottega del destino.

Il nastro riprende a scorrere.
Ogni bip un colpo d’ala, o di resa.
Nella busta biodegradabile cadono latte, pane,
dignità, favori, speranze in saldo.

Resto fermo, dissolto nella luce fredda.
Chissà se raccomandarsi è ancora riparo
o solo un luccichìo.
Non più una mano tesa —
solo una banconota,
rapida, anonima, passata tra troppi polpastrelli.

Il valore?
In chi la stringe.

Un tempo era verbo lieve:
affidare con cura, consegnare ciò che conta
alle mani di chi può custodire.
Atto umano, quasi sacro.

Poi la pelle ha cambiato nome.
L’aiuto è diventato strategia.
La fiducia, favore.
La vicinanza, corsia preferenziale.

E oggi la raccomandazione non è più ponte,
ma passaggio in penombra tra chi può e chi deve ringraziare.
Stessa parola, accento diverso —
come àncora e ancóra:
la prima trattiene, la seconda rimanda.
È l’accento della resa.

Forse non manca la raccomandazione:
manca la cura — quella romana,
attenzione, premura, affetto.
L’antidoto all’indifferenza.

Scriveva Seneca, con calma feroce:

Et vide quod iudicium meum habeas: audeo te tibi credere.
E guarda quanta fiducia ho nel mio giudizio:
oso affidarti a te stesso.

Raccomandarti —
come si fa con ciò che non si vuole perdere.


Raccomandare viene da re-commendare:
mandare insieme, affidare a un altro ciò che è caro.
Non segnalare: custodire.
Un gesto antico quanto le mani che si stringono —
quando la fiducia non chiedeva ancora password.

Photo by Lina Trochez on Unsplash

Dalla polvere

Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so.
Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.”
Non significa niente. Forse è stato ieri.

— Albert Camus, Lo straniero


La luce lattiginosa dell’alba gli ricorda le mattine della scuola.
Lo scuolabus della Corsicana High che svoltava a destra, mentre lui — testa bassa, felpa col cappuccio tirato fin sopra gli occhi — prendeva la strada opposta.
Nelle cuffie, un chitarrista urlava come se il mondo fosse già in fiamme.

Gli piaceva proprio per quello: perché diceva a voce alta ciò che tutti pensavano sottovoce.
Che lo sceriffo picchiava la moglie ma pregava la domenica, che l’edicolante su Alleghany Avenue accarezzava troppo spesso le ragazzine del liceo, che l’imprenditore immobiliare che presiedeva il coro in chiesa falsificava i conti, e che il reverendo predicava moralità con l’alito che sapeva di gin.

Tutti ben stirati, tutti perbene, tutti pronti a indignarsi davanti a un poster di una band.
Sapevano chi era il diavolo, ma dovevano additarne uno nuovo.

Un rumore secco lo riporta al presente: una chiave che gira, un passo nel corridoio.
L’aria sa di metallo e caffè bruciato. Dalle strade di Huntsville arrivano solo ronzii lontani, un camion del latte, una sirena distratta.

Nel cortile del penitenziario, un uccello si posa sul filo spinato e aspetta.
Tutti, oggi, sembrano aspettare qualcosa.

È sveglio da ore. Per dormire c’è tempo… da morto avrà turni infiniti.
Si rade da solo, con gesti lenti, per non sprecare il poco tempo che gli resta.
Rifiuta l’ultimo pasto.
«Non ho fame,» dice. «Il corpo tanto non mi appartiene più.»

Chiede soltanto una Bibbia e una sigaretta.
La Bibbia arriva in una busta di plastica, come una reliquia disinfettata; la sigaretta gliela porge un secondino.
Lui la accende, aspira piano, come se ricordasse per caso di essere ancora vivo.

Quando gli chiedono se vuole dire qualcosa, si raddrizza.
Non ha fogli in mano, non legge niente. Parla guardando davanti a sé, come se le parole gli fossero rimaste in gola da troppo tempo.

«Voglio dire solo una cosa: sono un uomo innocente, condannato per un crimine che non ho commesso.
Da dodici anni sono perseguitato per qualcosa che non ho fatto.
Dalla polvere sono venuto e alla polvere ritornerò — e la terra diventerà il mio trono.»

Poi guarda verso il vetro. Dietro, i testimoni: avvocati, giornalisti, un prete e una donna… Non piange, non parla, ha gli occhi fissi.

«Non sei tu quella che dovrebbe essere qui,» dice.
«Tu lo sai, vero? Lo sapevi allora. Lo sai ora.»

Ripete la frase, più piano:
«Tu lo sai…»

Continue reading “Dalla polvere”

All’incrocio di tre vie

«Hai trovato tutto quello che cercavi?» chiede la cassiera, con la voce piatta di chi da ore passa feticci di vite sul lettore.
«A dire il vero… cercavo qualcosa di meno… triviale.»

La cassiera non risponde subito.
Sorride soltanto —
un sorriso che ha già visto troppe vite scorrere sul nastro di gomma
per aggiungere rumore al rumore.

E allora ogni beep diventa un verso di poesia industriale:

beep frasi scontate
beep cuori in promozione: “prendi uno, soffri due”
beep progetti a lunga conservazione
beep emozioni a punti
beep desideri fuori stagione
beep dignità biodegradabile
beep silenzi sottovuoto

Il rumore dei beep si confonde con la pioggia
che batte sui vetri automatici e se ne fotte —
di noi, delle stagioni, delle guerre di principio, dei cuori in disarmo.
Dentro, invece, il beep è un metronomo stanco
che misura le vite mentre scorrono sul nastro trasportatore.

«Triviale a me piace,» dice la cassiera.
«È una parola che sa di qualcosa.»

Poi la voce cambia tono:
«Di frasi ripetute all’infinito…

Chiama quando arrivi.
Non fare tardi.
Hai mangiato qualcosa?
Dormi un po’, se riesci.
Ti scrivo domani, promesso.
Non dire sciocchezze.
Hai studiato?»

Sul banco resta solo un mazzo di fiori stropicciati.
La cassiera li passa sul lettore: beep.
Lo scontrino si piega tra le dita, fragile come un indizio.

Esco.
La pioggia mi segue fino al parcheggio.
Le parole della cassiera ancora nella testa:
triviale non è ciò che è comune,
ma ciò che non guardiamo più con meraviglia.


Triviale, dal latino trivialis, cioè “del trivio”:
l’incrocio di tre vie dove un tempo la gente si fermava a parlare.
Le parole che nascevano lì erano di tutti —
comuni perché condivise, non perché vuote.

Photo by Sanju Pandita on Unsplash

Ingiustizie ben illuminate.

@FaetonteOfficial
«Ragazzi, è normale che mio padre non mi lasci mai guidare il carro del sole?»

@PiziaDelTempio
«Ragazzi, qualcuno sa come disattivare le voci dei morti? Mi distraggono mentre scrivo oracoli.»

@PasifaeOfficial
«Help: il mio fidanzato è mezzo uomo e mezzo toro… ma le corna gliele ho messe io…»

@CupidoInCrisis
«Mi hanno detto che non posso più lanciare frecce senza sapere con quale pronme le persone si identificano. Poi apro il feed e vedo ministri che lanciano sermoni con la moglie in cornice e l’amante in agenda.»

@MedusaHairCare
«Le mie amiche mi hanno detto che devo essere più estroversa e disinibita con i ragazzi… ma ogni volta che li guardo si pietrificano.»

@SfingeTeacher
«Raga, nuovo enigma online. Dicono sia difficile da morire. Confermo.»

@OrfeoMusica
«Community… mi serve ASAP un tutorial per risalire dall’Ade. Qualcuno ha il link?»


«Ahhh, mannaggia a Clitemnestra. Sull’Olimpo si stava meglio quando non esistevano i social,» sospira Zeus, mentre scorre con il pollice divino la pagina di Faithbook in cerca di qualche nuova avventura.
«Guardali… tutti lì a giudicare, commentare, taggare. Un tempo bastava un fulmine per rimettere ordine; ora servono i filtri, le smentite e i meme con gli emoji tristi.»

Scorre ancora un po’, più per curiosità divina che per reale interesse.
E poi si ferma.

Continue reading “Ingiustizie ben illuminate.”

In principio era il vero

Leggenda narra che, un giorno, due grammatici latini si sfidarono in una gara singolare: dire la frase più breve possibile.

Il primo si concentrò, le sopracciglia serrate come in un concilio di dèi, poi un lampo gli attraversò gli occhi. — Eo rus, — disse, compiaciuto. (“Vado in campagna.”)

Il secondo lo guardò, e un sorriso gli fiorì sulle labbra:— I, — rispose soltanto. (“Vai.”)


In principio era il verbo.
Lo avevano fregato così…

Illuso da una frase sacra,
si caricò sulle spalle
sostantivi, pronomi, aggettivi —
tutto il peso del dire.

Finché non si accorse
che lo usavano —
per muovere, non per sentire.
Sulle labbra di tutti,
nel cuore di nessuno.

I sostantivi avevano casa,
i pronomi maschere,
gli aggettivi profumi.

Lui era solo passaggio.

E nel passaggio
si consumava.

Allora si spogliò delle persone:
dell’io vanitoso,
del tu esposto,
del noi invadente,
del voi giudicante.

E rimase nudo
davanti alla lingua.

Non volle più muovere — ma restare.
Non volle più agire — ma partecipare.

Così divenne participio —
verbo sospeso
tra l’essere e l’avere,
tra il ricordo e la fiamma:
adolescente nell’impulso,
adulto nella ferita.

E in quell’ardente oscillare
tra il detto e il taciuto,
il verbo — come l’uomo —
si scoprì fragile,
nell’infinito:

perché ogni parola,
come la vita,
vive finché vibra —
nella sua caduta infinita.


Photo by Fabian Irsara on Unsplash

Chiacchiere da finis terrae

Photo by Stella St. Clair on Unsplash

La classe è in modalità Spotify. Non so come abbiano fatto, ma i miei studenti hanno messo la mia voce che spiegava un improponibile percorso sul capello nella letteratura latina in modalità mute e adesso fissano le mie labbra che si muovono al ritmo di Never really over di Katy Perry.

Continue reading “Chiacchiere da finis terrae”

Una bibbia e un paio di scarpe

“Molti anni dopo, di fronte al plotone d’esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine

Eh sì… se avessi un filo di disciplina, avrei già aperto una rubrica fissa: Only in America.
Perché certe storie, giuro, sembrano succedere solo qui.
(O forse sono io che continuo a farmi fregare dal mito?).

Comunque, per raccontare questa storia bisogna partire dalla fine.
Perché, proprio come in Cent’anni di solitudine, o chessò… in American Beauty, il destino si rivela subito, e ogni pagina diventa un cammino a ritroso verso l’inevitabile.


Novembre 2016, Portland, Oregon.
La porta di una casa si apre piano. La maniglia, se potesse parlare, direbbe di custodire ancora il ricordo di quei calli: le linee, i solchi, la smania di un ragazzo che ci infilava una chiave in fretta.

Continue reading “Una bibbia e un paio di scarpe”

Un oracolo piegato in due

— Hai trovato tutto quello che cercavi?
— Quasi. Mi manca solo un po’ di consenso…

La cassiera alza gli occhi. Sorride appena. Ha lo sguardo di chi potrebbe insegnare filosofia morale alle anime distratte dalle offerte del giorno. In quel sorriso si incaglia il riflesso tenue di una dolcezza sfumata, un tramonto che si piega, fragile e lucente, come la stagnola di una caramella scartata.

— Non lo vendiamo più da tempo. Troppo costoso tenerlo sugli scaffali. Ora si trova solo online, in pacchetti di like e condivisioni…

Il nastro scorre lento, riga sgranata di un VHS che si riavvolge; polvere di idrolitina che frizza in un bicchiere smerigliato.

Ultimo bip.
Lo scontrino passa tra le mani come un oracolo piegato in due.

Davanti al carrello semivuoto, pomodori in offerta, pane smozzicato… e la sensazione che a mancare non sia la spesa del giorno, ma il filo sottile che ci lega a qualcosa: un respiro quieto che nessuna cassa può registrare.

Che poi provare insieme è l’unica moneta
che il tempo non riesce a spendere.

Consenso. Dal latino, cum + sensus.
Sensus: participio passato di sentire, che non è soltanto udire, ma provare, percepire, lasciarsi attraversare.

Photo by ethan on Unsplash

Giovenale, quando indignarsi è l’ultima forma di speranza

Con Giovenale non si ride: si digrignano i denti.
La sua satira non consola, smaschera. È il fischio fuori dal coro, la voce che non ha paura di dire che gli uomini, sotto una toga o in giacca e cravatta, non cambiano mai.

Siamo nella Roma di fine I secolo. Se Marziale è la penna che punge, Giovenale è la lama che affonda. Camminano nella stessa città, respirano la stessa aria, ma mentre uno annota con ironia le piccole miserie quotidiane, l’altro vede l’intero impero come un corpo corrotto da smascherare.

Leggerlo oggi è come guardarsi allo specchio senza filtri: scomodo, ma necessario. Con la rabbia di un comico che non fa ridere.

E allora scelgo cinque fendenti: cinque colpi che hanno attraversato i secoli — dai Fori al Medioevo, dal Rinascimento alle rivoluzioni — fino a noi, tra grattacieli e social. Per scoprire che, dopo 1925 anni, fanno ancora male.


1. “Difficile est saturam non scribere.”

(È difficile non scrivere satire.)

Quando tutto intorno è quel che è, la scrittura diventa un’urgenza. Apri un giornale o scorri un feed, e ti chiedi: come faccio a restare zitto?


2. “Panem et circenses.”

(Pane e giochi.)

La folla romana voleva pane e spettacoli. Noi scrolliamo Netflix e sgranocchiamo popcorn. La politica, ieri come oggi, si compra col comfort.


3. “Mens sana in corpore sano.”

(Mente sana in corpo sano.)

Non è uno slogan da palestra: è una preghiera laica. Perché un corpo scolpito senza pensiero è un tempio vuoto.


4. “Quis custodiet ipsos custodes?”

(Chi sorveglierà i sorveglianti?)

Chi vigila su chi detiene il potere?
La legge? Ma la scrive chi governa.
I media? Ma appartengono agli stessi padroni.
Un algoritmo? Ma risponde a chi lo programma.

Silenzio. Non un’aula, ma un vuoto. Un silenzio che pesa come cenere nell’aria. E intanto i custodi non hanno più bisogno di controllori: il sistema si chiude su se stesso, in un gioco di scatole cinesi, specchi che moltiplicano altri specchi, fino a cancellare l’ultimo volto. Così la sorveglianza diventa aria, e l’aria destino.


5. “Summum crede nefas vitam praeferre pudori.”

(Tieni per massimo delitto preferire la vita al pudore.)

Non è un tatuaggio sulla pelle, ma una lama fredda tra le costole: meglio il silenzio del corpo che il baratto dell’anima.
E quella lama ti guarda — occhi di vetro — e sussurra: «Dimmi, amice, cammini ancora coi tuoi passi o nel frattempo ti sei venduto anche la strada?»


Leggere Giovenale è guardarsi allo specchio sotto una luce chirurgica.
Non consola, non alleggerisce, non fa sconti.
Ma proprio per questo ci salva dall’abitudine: perché indignarsi, in fine, è l’ultima forma di speranza.

Photo in copertina by Claudio Schwarz on Unsplash