Joan e la follia

Photo by Nahid Hatami on Unsplash

Era il tempo in cui, nel profondo Sud, la legge non parlava nei tribunali, ma graffiava sui muri e sui cartelli degli autobus. Segni che squarciavano il cielo come costellazioni capovolte: “Whites only” — “Colored only.”

Ogni epoca ha le sue cicatrici: cucite nella stoffa, incise nella pietra, piantate nel legno.

Sulle verande, le sedie a dondolo oscillavano come vecchie signore che bisbigliavano segreti. L’aria era tesa e vibrante di sete, come una corda stonata. La storia non si leggeva nei libri: aleggiava nell’afa che si appiccicava alla pelle. Echi di fantasmi senza nome che camminavano sulle assi scricchiolanti. Catene invisibili sotto il respiro dolciastro delle magnolie, occhi mai chiusi scrutavano dalle ombre.

E poi tutto era bianco.
Bianchi i muri delle scuole, bianchi i vestiti della festa, bianche le promesse di un futuro già cucito su misura. Un bianco che non illuminava. Non era l’assenza di luce a negare la visione, ma l’eccesso. Cecità.

Un bianco che fingeva purezza e invece cancellava i volti, mascherava le ingiustizie sotto la stoffa immacolata della convenienza. Così, dietro quell’abbaglio uniforme, gli altri diventavano invisibili, ridotti a ombre che nessuno voleva riconoscere.

In quella luce troppo chiara crebbe Joan, imparando a sua volta che il bianco non era innocenza ma sepolcro: il bianco delle lapidi e delle magnolie. A quindici anni aveva già capito che il dio del reverendo della domenica era solo un’ombra sbiadita, e che il suo futuro “ordinato” non poteva bastare.

Appena più che ragazza, lasciò le aule “per bene” delle università bianche per iscriversi al Tougaloo College, un’università per neri in Mississippi.

Nel 1961 si unì ai Freedom Riders. Studenti e attivisti, bianchi e neri che salivano sugli autobus sfidando le leggi segregazioniste. La Corte Suprema aveva già dichiarato illegale la segregazione sui trasporti interstatali, ma il Sud ignorava la sentenza. Quei pullman erano diventati campi di battaglia: sedersi nel posto “sbagliato” significava sfidare l’ordine costituito. Molti autobus furono assaltati e incendiati, molti manifestanti finirono in ospedale, la maggior parte in prigione. Non era un viaggio: era una guerra disperata di civiltà.

Venne arrestata a Jackson, Mississippi, in un inizio di giugno che bruciava di sole e sirene. Spintoni, manette, il clangore di una porta chiusa.

Continue reading “Joan e la follia”

Deucalione e Pirra – reboot post-apocalittico

Per l’ennesima volta Zeus perde la pazienza. Sai che novità… è come quando giuri di smetterla di guardare video scemi su YouTube alle due di notte e invece, un secondo dopo, sei lì che ridi come un idiota davanti a un cane che balla la macarena. Con gli uomini, il re degli dèi ha lo stesso identico rapporto tossico: “stavolta basta”, e poi ci ricasca. Ma adesso la misura è colma.

Ai piedi del monte Olimpo la situazione è questa: un’orgia party permanente, si tromba come se non ci fosse un domani, coffee shop stile Amsterdam persino nei villaggi più sperduti della Tessaglia, figli illegittimi che si moltiplicano come follower farlocchi su Instagram. E per avere i famosi quindici minuti di celebrità non serve più nemmeno la busta di C’è posta per te: basta uno sputtanescion improvvisato nel foro di Salamina, caricato su TikTok.

L’ipocrisia è lampante: Zeus campione di fedeltà? Ma per piacere. Ha sparso la Grecia di semidei più numerosi dei filtri facciali su Instagram Stories, ma ragiona come certi politici in doppiopetto stirato: “Patria e Famiglia”… finché non salta fuori la foto con l’amante minorenne all’autogrill.

Zeus decide: l’umanità va resettata. Problema: non ha più idee. Dopo aver passato secoli a trasformare ninfe in fontane e uomini in cespugli ornamentali, anche lui soffre di un blocco dello scrittore cosmico. Lo vedi lì, che mordicchia lo stilo davanti a una tavoletta bianca e sospira: “Ok, fontane e cespugli già fatti… e adesso?”

E allora scappa. Stanco di sacrifici puzzolenti, si catapulta negli Stati Uniti: un McDonald’s gli pare un altare con l’arco dorato, Alexa la Pizia a cui chiede se Era lo perdonerà mai per tutte le corna che le ha elargito.

Alla fine approda in un motel scalcinato: neon che lampeggia, moquette impregnata di fritto, Bibbia nel cassetto. La sfoglia, legge di Noè e ride: “Arca, diluvio, reset totale. Altro che oracoli, qui serve un cataclisma alla vecchia maniera.”

Idea rubata al volo, come uno studente che spaccia per propria una tesina copiata da Wikipedia. Solo che Zeus può riscrivere il mondo intero.

Dies Irae, dies illa. Sopra la Grecia si addensano nuvole da kolossal hollywoodiano. Fulmini, tuoni, trombe d’aria: manca solo la scritta directed by Cecil B. DeMille. La pioggia scende come effetto speciale da milioni di dollari: ulivi divelti, templi travolti, contadini trasformati in nuotatori olimpici che fanno lo stile libero tra colonne doriche. Manca solo il banner: In 3D, only in theaters.

Dall’alto Zeus se la gode come un produttore megalomane: “Catastrofico, apocalittico, ma con ritmo!”

Zeus, convinto di aver cancellato l’umanità, chiude i rubinetti e si compiace. Le acque scendono come un sipario, lasciando rovine, alberi strappati, bestie trascinate via. Missione compiuta.

Poi lo sguardo si stringe.
In quell’oceano devastato si intravedono due puntini insignificanti…

Sono Deucalione e Pirra. Lui, figlio di quello scassamaroni di Prometeo, che non riesce mai a farsi i fatti suoi. Lei, figlia di quella ficcanaso di Pandora, ironica e stanca, che per consolarsi chiacchiera con una zucca galleggiante come fosse Wilson.

Eh sì, perché Prometeo ha spoilerato il finale al figlio: «Deucalio’, fatti una barca, porta tua moglie — che poi è pure tua cugina, la famiglia prima di tutto — e lascia che il resto vada a fondo.»

Zeus sbrocca. Ha montato un kolossal hollywoodiano da fine del mondo e il finale gli viene rovinato da due puntini che sembrano usciti da una parodia di Cast Away.

Così, mentre il mondo annega, i due scivolano via sulle onde: e senza saperlo sono già la versione 2.0 dell’umanità.

Deucalione e Pirra, spaesati tra fango e rovine, niente manuale, niente tutorial su YouTube, vanno da Temi — non una zia di provincia, ma la dea della Giustizia e dell’Ordine. Se qualcuno può dargli le istruzioni per far ripartire l’umanità, è lei.

Peccato che Temi parli come un prof di latino: secca, perentoria, tutta grammatica e zero carezze. Le sue “spiegazioni” sembrano più un compito in classe che un aiuto vero: «Velatevi il capo e gettate dietro le spalle le ossa della Grande Madre. Questa consegna vale il 20% del voto finale, niente refusi o errori di caso, grazie.»

Silenzio.

Deucalione si gratta la testa: «Ma che cactus 🌵 vuol dire? Questa parla peggio di Gadda sotto acidi.»
Per un attimo restano lì, persi. Ossa? Grande Madre? Si guardano intorno, ma di scheletri non se ne vedono. Poi a Pirra scatta la lampadina: «La Grande Madre è Gea, la Terra. Le sue ossa non possono che essere le pietre.»

Così raccolgono sassi dal fango e li lanciano dietro le spalle. Una, due, dieci… e dal terreno iniziano a uscire uomini e donne, che si sgranchiscono come comparse convocate all’ultimo minuto. Niente elmi lucenti o corazze: più che eroi, sembrano figuranti di provincia. Uomini e donne tornano a camminare: prima spaesati, poi già a litigare, ridere, baciarsi. Uno trova un grappolo d’uva e improvvisa un brindisi, un altro chiede: «Scusate, c’è mica il Wi-Fi?».

Dall’alto Zeus scuote la testa. «Mannaggia a Clitemnestra. Ho cancellato il mondo per ricominciare, e già fanno casino.»

Poi se ne va, con l’aria rassegnata di un professore che capisce che, anche al terzo spiegone, nessuno ha afferrato l’ablativo assoluto.

Sipario.

Luce fioca: Mesopotamia, tra i giardini fangosi del Tigri e dell’Eufrate. Un vecchio ziggurat, capre sull’argine, l’acqua come sottofondo infinito.

In primo piano Utnapishtim è seduto sul vater di un palazzo in rovina, una tavoletta cuneiforme sulle ginocchia. Legge Apollodoro che racconta il mito di Deucalione e Pirra e sbraita: «Ma guarda questi greci! Si prendono pure il diluvio come fosse farina del loro sacco… l’avevo inventata io, mannaggia a Enkidu!»

Dietro di lui, Gilgamesh scuote la testa e lo punzecchia: «Comunque è colpa tua: con quel caxxo di nome, nemmeno alla Settimana Enigmistica riuscivano a infilarti.»

Utnapishtim alza lo sguardo verso i giardini pensili al di là del Tigri e mormora, quasi tra sé: «Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?»

Poi tira lo sciacquone con stizza. Il gorgoglio si confonde con l’Eufrate in piena e si perde in mille rivoli di porpora e d’oro.

Qualsiasi somiglianza con politici, professori di latino o vicini di casa è puramente voluta. Per i curiosi, le fonti sono quelle di sempre: Apollodoro con la sua Biblioteca, Ovidio nelle Metamorfosi e il buon Esiodo con la sua Teogonia (più incasinata di un pranzo di Natale allargato). Per la versione “deluxe” del diluvio c’è Utnapishtim nel Poema di Gilgamesh, che faceva l’influencer dell’arca ben prima di Noè, e per gli effetti speciali Cecil B. DeMille, perché ogni apocalisse che si rispetti merita un tocco hollywoodiano.

La nuova epica è un feed. Omero 2.0

“Omero… Ma hai mai pensato di aprire un profilo Instagram?”

“Cos’è Instagram? Un nuovo poema epico?”

“Più o meno! È il posto dove tutti fingono di vivere vite eroiche, ma senza combattere guerre vere. Tu però saresti trendy, fidati.”

“Trendy? Io? Ma non sono già passato di moda?”

“Mai stato più in voga! Sei come i Levi’s 501: classico intramontabile. Ogni tanto qualcuno prova a dire che è roba vecchia, ma poi torni sempre di moda. E sai una cosa? Sono anni che provo a scrivere caxxate sulla lingua latina, ma puntualmente mi dicono che è divisiva. Invece le tue storie, i tuoi miti greci… sempre al top!”

“Quindi, i giovani moderni amano ancora Achille, Ulisse Elena e Menelao?”

“Hai voglia! Achille è praticamente un influencer: bello, problematico, con quel misto di arroganza e fragilità che fa impazzire tutti. E pensa che una mia collega di latino ci ha pure scritto un libro che ha fatto il botto! Voglio dire, Achille è trending topic da millenni, altro che algoritmi.”

“E il latino, invece?”

“Ah, lì è dura. Provo a spiegare che il perfetto passivo non è un trauma, ma mi guardano come se stessi cercando di proporre una pizza all’ananas con il ketchup. Però con te, niente da fare: rimani una rockstar. Sei tipo Gucci che rispolvera i mocassini o Nike che ripropone le Air Max: una garanzia.”

“Quindi mi consigli di restare sul pezzo?”

“Ovvio. Magari lascia perdere Instagram e punta sui podcast: ‘Canti Epici’, un successo assicurato.”

“E tu cosa farai?”

“Per ora? Sono in ferie e caxxeggio! A parte scrivere caxxate sull’importanza del latino, sto pensando di espandermi. Ad esempio, un bel post sulla storia di Edipo: insomma, il pastore che parte con un compito semplicissimo (‘kill the baby’) e riesce a sbagliare tutto. Edipo che cresce e si innamora di una MILF, e da lì hai voglia a fare casino. Sofocle con una trama così, oggi farebbe il botto su Netflix. E qui mi viene in mente Giuda in Jesus Christ Superstar, quando dice: ‘Israel in 4 B.C. had no mass communication.’ Il suo ragionamento vale anche per i greci: con tutto il potenziale di queste storie, nessuno streaming, nessun social, neanche un volantino! Eppure, guarda come hanno resistito nei secoli. Insomma… hanno fatto il viral marketing prima ancora che esistesse!”

“Attento all’hybris.”

“Lo so, ma intanto mi becco i commenti degli haters, che a volte mi sembrano poeti a loro insaputa. Sparano sentenze in versi liberi, senza nemmeno accorgersene. È un po’ come se fossero moderni aedi: raccontano drammi e tragedie personali, solo che lo fanno nei messaggi privati e nei commenti sotto i post. Una nuova epica, insomma. Potrebbe essere il tema per un nuovo poema… Ma lascio a te la stesura. Ora vado a scrivere il post su Edipo. Ad maiora, semper!”

Se vuoi supportare questa pagina, magari potresti acquistare una copia di Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Have a good one -;)

“Have a good one!” – se vivi negli Stati Uniti, prima o poi te lo sentirai dire. Ma cosa significa? Letteralmente “Passane una buona”, è un saluto generico che può sostituire il classico “Buona giornata”. Il bello (o il mistero) sta proprio in quel “one”, che può riferirsi a qualsiasi cosa: un giorno, un appuntamento, una pizza… praticamente tutto.

Lo uso anch’io eh… ma ogni volta il mio lato del cervello italiano – come un piccolo diavolo sulla spalla sinistra – mi bisbiglia ironico:

Ma che caxxo gli stiamo augurando davvero?

Una buona giornata? Un buon giro al supermercato? Una buona lotta con l’aspirapolvere? Magari una buona seduta dal dentista?

Verba volant, sed dubium manet.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Il passato più passato (e il futuro più futuro)

«Mr. D., ma questo pluperfect, come si traduce in inglese?»

«Con il past perfect.»

«Uh?»

«Ma sì, tipo: I had seen, I had won, etc.»

«Ma… è sicuro sicuro… che esiste in inglese?»

«Sicurissimo! E non solo: esiste anche il future perfect.»

«Che sarebbe?»

«I will have seen, I will have won, etc.»

«Ah… ed esiste pure questo?»

«Certo! Perché i verbi servono a descrivere le nostre azioni sulla linea del tempo. E su questa linea… beh, a volte qualcosa succede in un passato più passato di un altro passato, o in un futuro più futuro. Tipo: By the end of the semester, I will have written my essay and impressed my teacher!»

«Sempre troppo spiritoso, Mr. D.»

«Ecco perché studiare il latino è così importante!»

«Perché così potrò dire I had seen e I had won?»

«No, perché è solo attraverso il confronto che impari davvero una lingua! È come con i sistemi operativi: se usi sempre e solo Android, non ne apprezzi davvero i punti di forza finché non lo confronti con iOS, o viceversa. Allo stesso modo, il miglior modo per imparare la grammatica è studiarla confrontando due lingue. Una è il tuo sistema operativo… l’altra è il benchmark.»

«Sì, ma devo proprio confrontarla con un sistema operativo morto?»

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Enea, il Will Coyote della mitologia

Il mio eroe preferito?

Enea, l’eroe che incarna la sfiga più epica di sempre.

Scena: Troia brucia, e lui, da bravo eroe, si carica il padre zoppo sulle spalle, prende il figlio per mano e trascina con sé un fardello chiamato “destino”. Nel caos della fuga si perde pure la moglie, e quando finalmente la ritrova – ormai un fantasma – lei gli dice, con una calma glaciale: “Non è volere degli dèi che io segua il tuo destino.”

Come a dire: “Vai avanti, io resto qui.” Enea vorrebbe quasi mollare tutto, ma no, neanche quello gli è concesso.

Poi arriva a Cartagine, trova un po’ di pace e si innamora di Didone, una regina forte e carismatica. Storia d’amore epica, tutto bello, finché gli dèi gli ricordano che ha un lavoro da finire: fondare l’Italia.

Didone, ovviamente, non la prende bene. E quando gli chiede di restare, lui spara la frase meno empatica di sempre: ITALIAM NON SPONTE SEQUOR.

Tradotto letteralmente: “Non cerco l’Italia di mia volontà.”

Come a dire: “Non è colpa mia, ma… mi tocca.”

Cioè, sul serio? Una risposta così forse va bene in ufficio, non davanti a una donna disperata. Risultato: Didone si infuria, Giunone trama contro di lui, le donne troiane bruciano le navi, e Turno lo aspetta al varco con la spada in mano. Tutti arrabbiati con Enea, e lui, imperterrito, avanti per la sua strada.

Enea non è Ulisse, brillante e scaltro, né Achille, glorioso e invincibile, e nemmeno Ettore, malinconico e nobile. Enea è l’eroe impiegato, uno che fa quello che deve perché “gli tocca.”

E quando tutto sembra crollargli addosso, lui trova pure il tempo per filosofeggiare: forsan et haec olim meminisse iuvabit (“Forse un giorno ricorderemo tutto questo e ci farà piacere”). Ma davvero, Enea? Sei inseguito dagli dèi, odiato da Didone, e pensi che sarà un bel ricordo?

Enea è il Will il Coyote della mitologia: sempre lì, a inseguire un destino che lo prende in giro, schivando (male) i massi che gli piovono addosso. Ma, nonostante tutto, non molla mai.

Ed è per questo che continua a restare il più umano degli eroi e gli voglio bene…

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Quando Virgilio vale più di Ryan Carter

Qual è il soggetto della frase? E il complemento oggetto? Oh, e in che caso è rerum? Mentem è accusativo, questo lo so…”

Le voci delle tue compagne si trascinano in una biblioteca soleggiata, tra tavoli in legno chiaro e scaffali pieni di libri con le copertine patinate. Un raggio di sole attraversa la finestra e illumina il tavolo.

Oltre il vetro, gli schiamazzi della squadra di lacrosse catturano l’attenzione delle altre ragazze sedute intorno a te. Di tanto in tanto, qualcuna lancia occhiate furtive verso il campo, sperando di intravedere Ryan Carter, il capitano. Alto, con capelli arruffati, maglia sgualcita numero 7 e un sorriso disarmante, ha quel fascino da commedia adolescenziale che attira senza sforzo.

Tu, però, non guardi fuori. Sei immersa nella frase aperta sul libro davanti a te. Non capisci ancora del tutto la grammatica: nominativi, genitivi, casi latini… tutto si confonde in un groviglio nella tua mente. Ma quella frase, quella sì che la senti. Dentro. Racchiude qualcosa che va oltre le parole. Parla di lacrime, di fragilità umana, di menti mortali velate da una tenerezza indefinibile.

Le tue compagne sbuffano e ridacchiano sottovoce, puntando gli occhi sul campo. Una di loro si alza con la scusa di prendere un libro, ma il suo sguardo tradisce l’intento: spiare ancora meglio Ryan Carter.

Tu abbassi gli occhi, vergognandoti. Non è che ci tieni proprio a dire che quella frase di latino ti piace; tanto varrebbe mettersi un bel cartello sulla schiena con scritto: Prego, prendetemi pure per il culo! Ai più attivi accessi VIP omaggio ai nostri contenuti esclusivi!

Allora ti stringi nelle spalle, il libro aperto sul banco. I tuoi occhi però si perdono, oltre la finestra e il campo da football, oltre l’Interstate a ridosso della baia, su, verso il cielo azzurro di dicembre attraversato da nubi bianche come fiocchi di cotone.

E quella frase resta lì, a sussurrarti dal foglio, insistente come un segreto da decifrare, un richiamo che ti parla di qualcosa di più grande, di un mondo che non si lascia chiudere tra le righe di un manuale o dietro i vetri di una finestra.

Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt.

“Sono le lacrime delle cose, e le cose mortali toccano la mente.” (mia traduzione scrausa)

… La storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente (Traduzione di Augusto Rostagni)

Se vuoi supportare questa pagina, magari potresti acquistare una copia di Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Playlist virgiliana: 5 hit dall’Eneide

Le cinque frasi dell’Eneide che mi piacciono di più?

Una domanda da due miliardi di sesterzi…

Virgilio scriveva di eroi e dèi, ma in fondo parlava di noi. Okay, ne scelgo 5 consapevole che domani potrebbero cambiare (o magari aggiungerò un contorno).

1️ Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt.

(Ci sono lacrime per le cose umane e le vicende mortali toccano l’animo.)

Enea si commuove davanti ai rilievi sulla caduta di Troia. È il momento in cui capiamo che anche un eroe può piangere. Servirebbe oggi, in un mondo che sembra sempre più anestetizzato, per ricordarci che la fragilità è forza. (Avevo già fatto un post su questa frase quando ancora mi prendevo sul serio. Quasi quasi lo lascio nei commenti…)

2️ Audentes fortuna iuvat.

(La fortuna aiuta gli audaci.)

Turno lo grida prima della battaglia, la adoro perché sappiamo tutti come va a finire: Turno muore. Enea lo uccide. Non perché vuole – figurati se riesce mai a fare una cosa che vuole – ma perché il destino glielo impone, grazie tante cintura di Pallante. È una frase che mischia sacro e profano: motivazione pura per grandi imprese… o per finire quella pizza gigante che ti guarda con aria di sfida.

3️ Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

(Forse un giorno sarà piacevole ricordare anche queste cose.)

Enea rincuora i suoi uomini naufragati, e noi ci rivediamo in quelle parole. Dai balconi, durante quel famoso “momento storico” in cui tutti impastavamo pane… pizze… focacce… e ci scoprivamo tutti ieri… giardinieri, romanzieri, carpentieri… o isti… collezionisti, artisti, animalisti… ci raccontavamo che ne saremmo usciti migliori. Forse non è andata proprio così, ma oggi possiamo sorridere di quei giorni con un misto di malinconia e tenerezza.

4️ Tu regere imperio populos, Romane, memento.

(Tu, Romano, ricorda di governare i popoli con il tuo potere.)

La frase più americana dell’Eneide. I Romani si sentivano baciati dalla fortuna per il solo fatto di essere nati romani: il loro destino era mantenere la pace… a modo loro, con la Pax Romana. E allora basta crederci: con grande potere arriva grande responsabilità.

5️ Dis aliter visum.

(Gli dèi hanno deciso diversamente.)

Enea lo dice su Didone, ma noi possiamo usarla per accettare qualsiasi imprevisto con dignità. È un “Pazienza” detto con classe, utile in ogni occasione: dal parcheggio rubato ai grandi piani che saltano all’ultimo momento. Perché a volte, semplicemente, non è destino.

Bonus track: Marcellus eris.

(sarai Marcello)

Una promessa di futuro spezzata, che risuona nelle parole di Anchise come un’eco di ciò che non sarà mai. Il destino del giovane Marcello, il nipote prediletto di Augusto strappato alla vita troppo presto, è un colpo al cuore. Virgilio, con quei “gigli a piene mani,” rende eterna una scena che strappa lacrime anche al lettore più saldo. È poesia pura: parla a tutti noi delle promesse che non si avverano mai.

Ora vado a svenire, come Ottavia nel quadro, la cognata di Livia.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Lucrezio in tasca

Che vuoto che c’è!/

La vita cos’è? /

È una gara senza senso e noi /

Siamo soli nell’immenso /

vuoto che c’è /

La vita cos’è?

Lucrezio… quello che ti guarda negli occhi e ti dice: “Amico, la vita è questa, arrangiati.” Seneca, con buona pace della sua filosofia zen, ti abbraccia e ti offre una tisana mentre ti sussurra che tutto andrà bene.

Lui?

Beh… arriva con un megafono e ti spiattella addosso verità che, per correttezza di info non avevo neanche chiesto. E la sua prosa? Altro che placido ruscello! È un torrente in piena che mi trascina via, lasciandomi stordito e senza fiato. Ed è proprio per questo che lo temo: perché riesce a scuotermi senza pietà, con buona pace della serenità dell’anima!

I miei versi preferiti? domanda da due miliardi di atomi (per restare in tema). Okay, ne scelgo cinque, consapevole che domani potrei pentirmene:

1️”Nequaquam nobis divinitus esse paratam naturam rerum.” (De Rerum Natura, II, 180)

(Non è stata la divinità a preparare per noi la natura delle cose.)

Quando il classico e il pop si scontrano, la filosofia diventa un ritornello che mi resta in testa. Lucrezio regala una visione senza illusioni: siamo qui, nel caos organizzato dell’universo, senza un piano prestabilito. Inquietante? Forse. Liberatorio? Assolutamente. And I’m free free falling…yeah… per dirla con Tom Petty…

2️ “Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum.” (De Rerum Natura, III, 830)

(La morte, dunque, non è nulla per noi né ci riguarda affatto.)

Un pugno di razionalità contro il terrore del “dopo”. Vivere significa non temere ciò che non si può sperimentare. Perché l’importante è crederci. Comunque, per quanto ci provi, questa frase mi perseguita: più la ripeto, più cerco di convincermi, meno ci riesco… non sono un filosofo… Neppure un latinista… sono solo un prof di latino.

3️ “Suave mari magno turbantibus aequora ventis…” (De Rerum Natura, II, 1)

(È dolce, quando sul vasto mare i venti sconvolgono le onde…)

Guardare da lontano chi si lascia trasportare in discussioni inutili: parole parole parole, ma quanta musica in tutto questo caos. Lucrezio lo diceva: osservare il naufragio degli altri, a distanza, è un piacere che non ha prezzo… Ah… quante volte ho scrollato la timeline conto terzi pensando “meno male che non sono io”

4️ “Tantum religio potuit suadere malorum.” (De Rerum Natura, I, 101)

(A tal punto la religione è stata capace di ispirare il male.)

Una frase che mi fa tremare i polsi e che, mannaggia a Clitemnestra, non ha mai perso di attualità. Lucrezio ci avverte: il fanatismo è una minaccia costante, un limite al nostro potenziale di vivere liberi. Ma questa non la commentiamo, altrimenti scadiamo in politica… e la politica mi annoia…

5️ O miseras hominum mentes, o pectora caeca! Qualibus in tenebris vitae quantisque periclis degitur hoc aevi quodcumquest!” (De rerum natura II, 14)

(O misere menti degli uomini, o cuori ciechi! In quali tenebre e in quali grandi pericoli si consuma questa vita, qualunque essa sia!)

Una sintesi della nostra condizione: ancorati al nostro piccolo mondo di paure e desideri, dimentichiamo spesso di alzare lo sguardo e contemplare il tutto. Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale e noi sempre lì, intrappolati in un ciclo infinito di paure e desideri.

Grazie, Lucrezio, per averci capito meglio di quanto capisco me stesso.

Bonus track: “Omnis cum sensus homini de corpore cessit…”

(De Rerum Natura, III, 870) (Quando tutti i sensi sono usciti dal corpo…)

Non c’è paradiso, non c’è inferno, solo un ritorno alla natura. Per quanto destabilizzante, Lucrezio mi invita a fare pace con il destino di polvere e stelle.

Eh niente…Lucrezio è così, mi scuote, mi costringe a guardare il buio senza distogliere lo sguardo.

Non consola… però… illumina…

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Seneca in cinque sorsi

I miei amici già lo sanno che ho un debole per Seneca… Sarà perché è stato il prof dell’alunno più indomabile della storia (Nerone). Sarà perché la sua vita è un intreccio di contraddizioni che lo rende profondamente umano: maestro di sobrietà in una villa da sogno, filosofo stoico in una corte avvelenata da intrighi e sangue. Le sue parole, a volte, sembrano distanti dalla sua vita.

Eppure, quando il destino gli ha chiesto l’ultimo atto, ha saputo uscire di scena dando un senso definitivo alla sua esistenza.

Ecco perché con Seneca non riesco a fermarmi a cinque frasi. E allora lancio una degustazione: piccoli assaggi del suo pensiero, da sorseggiare piano. Le sue riflessioni sono come una pensione integrativa per l’anima: prima si accumulano, meglio si affronterà la vecchiaia.

1️ “Servi sunt.’ Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae”

(Sono schiavi. Anzi, compagni di schiavitù, se terrai presente che altrettanto è concesso alla sorte nei confronti di entrambi.)

Le catene peggiori sono quelle invisibili. Seneca ci parla delle schiavitù mentali, delle cose che possediamo e a cui non sappiamo rinunciare: oggetti, convinzioni, paure. Ci allontanano dalla vita vera, che è conoscenza. Mi viene in mente una scena del film Tra le nuvole: Ryan Bingham, il protagonista, invita a “svuotare lo zaino”, a lasciare andare tutto ciò che ci appesantisce. Seneca, da lontano, ci ricorda: liberatevi, perché non possediamo nulla, ma sono le cose a possedere noi. (monologo nel primo commento)

2️ Multa non quia difficilia sunt non audemus, sed quia non audemus difficilia sunt.”

(Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma perché non osiamo che sono difficili.)

Questa frase è un antidoto perfetto contro la procrastinazione e la paura. Anch’io mi sono rifugiato in scuse, rinunciando ad affrontare ciò che mi spaventava. Restavo fermo, convinto che le difficoltà fossero insormontabili. Poi, un giorno, ho deciso di fare il salto: ho impacchettato tutto e sono partito. Quella partenza, che credevo una fine, si è trasformata in un nuovo inizio. Ho capito che non sono le cose difficili a fermarci, ma la nostra paura di provarci.

3️ “Nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito.”

(Nessuno dà valore al tempo; lo usano con leggerezza, come fosse gratuito.)

Il tempo somiglia alle persone a cui abbiamo voluto bene: spesso lo diamo per scontato o lo viviamo con un moto di insofferenza. Solo quando non c’è più ci rendiamo conto di quanto fosse prezioso. Lo sprechiamo, lo lasciamo scorrere via, convinti che non finirà mai. E allora, ogni attimo consapevole diventa un frammento di eternità.

4️ “Non scholae sed vitae discimus.”

(Non impariamo per la scuola, ma per la vita.)

Questa frase mi accompagna ogni giorno delle molteplici vite che ho vissuto in molteplici classi, diviso tra due continenti. Ho sempre creduto di poter cambiare i miei alunni per poi cambiare il mondo. Ma una campanella alla volta, ho scoperto che erano loro che cambiavano me mentre il mondo continuava a girare indifferente.

5️ “Exigua pars est vitae quam nos vivimus. Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est.”

(Ben poca parte della vita è quella che viviamo davvero. Tutto il resto, in verità, non è vita, ma solo tempo.)

Traffico sulla Interstate. Frenata brusca. Semaforo rosso interminabile. Email urgente. Il caffè che si raffredda. Incontro imprevisto. Fotocopiatrice bloccata. Intervallo rubato. Insalata divorata davanti al monitor. Allarme antincendio. Firma per l’uscita anticipata di uno studente. Riunione straordinaria. Telefonata. Lista della spesa. Email non lette. Zaino da preparare.

E poi? E poi niente… Arriva la notte e ti chiedi: “Oggi, davvero, ho vissuto?”

Seneca ce lo sussurra da lontano: non basta far passare il tempo, bisogna provare a viverlo.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.