Final Destination, versione Samarcanda

Che poi questa storia degli oracoli che portano sfiga non è che fosse un’esclusiva dei greci, eh….

È come la tecnologia degli smartphone: Apple la chiama Face ID, Samsung usa Iris Scan, Google parla di “Unlock by Gaze,” ma alla fine è sempre la stessa cosa.

Prendiamo ad esempio i persiani… anche loro avevano il loro “oracolo system,” un algoritmo mistico che, con la precisione di un GPS, ti diceva dove e quando il destino ti avrebbe fregato.

Basti pensare al mito del re di Samarcanda, un classico del genere “ci provo, ma tanto non ho scampo.”

Un giorno, il re consulta il suo personale assistente vocale, ovvero l’indovino di corte.

“Indovino, come vanno le cose?”

L’indovino, un sadico masochista che prova un piacere unico nel dare brutte notizie, sorride compiaciuto: “Maestà, ho una notizia buona e una cattiva… La buona è che oggi siete vivo.”

“E la cattiva?”

“Che stasera morirete.”

Panico!

Il re, con la faccia da “ma che caxxo ho fatto di male?”, monta sul cavallo più veloce e scappa a gambe levate da Samarcanda. Attraversa deserti, montagne e vallate, passando persino per un villaggio talmente remoto che l’unico bar aperto offre solo acqua del rubinetto. Google Maps va in tilt e continua a dire: “Ricalcolo percorso.”

“L’ho fregato!” pensa il re, convinto di aver evitato il suo appuntamento con il destino.

Così quella sera, finalmente rilassato, si siede nella sua stanza del motel, guardando il soffitto di paglia e pensando che forse è il caso di lasciare una recensione positiva su Booking. Quando sente bussare alla porta:

Toc toc.

“Chi è?”

“Deliveroo, pizza kebab.”

“Ohh, finalmente…”

Rassicurato, apre la porta… e si trova davanti la Morte, che lo guarda con quel sorriso di chi sa già tutto.

“Ma… tu?!” balbetta il re.

La Morte, con la calma di un algoritmo che non sbaglia mai, scuote la testa divertita e dice: “Maestà, stamattina vi ho visto a Samarcanda e mi sono chiesta: ‘Come farà ad arrivare puntuale al nostro appuntamento stasera nel buco del c**lo dell’impero?’ Poi ho capito: non avete mai visto Final Destination, vero? Se l’aveste fatto, sapreste che non si scappa mai. Mi stupisco di voi.”

Morale: Il destino non è un’esclusiva greca, persiana o romana. È come la tecnologia che riconosce il tuo volto o il tuo dito: puoi cambiare posto, scappare, nasconderti nel punto più remoto del pianeta, ma il sistema ti frega sempre. Il destino arriva, preciso come un pacco Amazon Prime, ovunque tu sia.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Racchiudere Cicero in un post…

Racchiudere Cicerone in un post?

Un po’ come provare a piegare un arcobaleno e riporlo in un cassetto…

Eh sì perché Cicerone è il tipo che, seduto al tavolo di un bar, ti snocciola una citazione profonda, poi ti racconta l’ultimo pettegolezzo su Clodio e, mentre sei ancora lì che ridi, ti spiazza con una riflessione sul fatto che non bisogna maltrattare gli animali perché animal racchiude, in fondo, la parola animus (l’anima) o con il pensiero che nessuno si ritiene così vecchio da non poter vivere un altro giorno.

Cicerone è stato un testimone unico – e tragico – della fine di un’epoca. Innamorato della politica, l’ha vissuta come un’arte sublime, una missione e una passione totale. Ha combattuto con le parole e con il pensiero per difendere un ideale di Repubblica che vedeva sgretolarsi sotto i suoi occhi. E ci ha lasciato una verità che ancora oggi fa discutere: senza un establishment forte e coeso, il senso stesso di Repubblica crolla. La democrazia non è un ideale astratto e incontaminato; è un campo di battaglia dove si costruisce il compromesso, si intrecciano alleanze e si affrontano le contraddizioni del potere.

Non è un eroe epico, ma un uomo sarcastico, ambizioso, colto, curioso, arrivista. E, sotto tutte queste maschere, un eterno innamorato del diritto romano, di quella struttura che aveva dato un senso al mondo.

Oggi le sue parole parlano a un presente che sembra averne tanto bisogno…

1️ “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae.”

(La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita.)

In un’epoca in cui molti riscrivono la narrativa degli eventi quasi in tempo reale, il dibattito su come ricordare il passato è un dovere civile. Dai monumenti abbattuti alle discussioni sui libri di storia, Cicerone ci ricorda che, senza una memoria condivisa, rischiamo di perdere la direzione.

2️ “Salus populi suprema lex esto.”

(La salvezza del popolo sia la legge suprema.)

Che poi è anche il motto dello stato del Missouri… Durante il nostro annus horribilis, tra mascherine, distanze e “esperti” improvvisati su ogni social, ci siamo chiesti tutti cosa significasse davvero il bene comune. Cicerone, con questa frase, ci provoca: chi decide dove finisce la libertà personale e inizia la protezione di tutti? E, ammettiamolo, siamo davvero capaci di pensarci comunità se basta una fila al supermercato per dimenticarlo?

3️ “Amicitia nisi inter bonos esse non potest.”

(L’amicizia non può esistere se non tra persone buone.)

Per Cicerone, le “persone buone” non sono i santi, ma chi vive secondo virtù, con sincerità e rettitudine. Insomma, uno di quelli che non ti abbandona quando il tuo gruppo WhatsApp diventa un inferno. Oggi, in un mondo dove un’amicizia può nascere e finire con un clic, questa visione è una sfida: quanti legami resistono davvero quando c’è da metterci qualcosa di più di un cuore su Instagram?

4️ “O tempora, o mores!”

(O tempi, o costumi!)

La frase perfetta per ogni scrollata sui social che ti lascia incredulo davanti all’ennesimo scandalo politico, alla viralità di fake news o a influencer che diventano opinionisti su qualsiasi argomento. È una di quelle esclamazioni universali che funzionano bene in ogni epoca e contesto. Ma Cicerone non si limitava a indignarsi: il suo era un grido d’allarme, un invito a non rassegnarsi alla mediocrità e alla decadenza dei costumi.

5️ “Cedant arma togae, concedat laurea laudi.”

(Cedano le armi alla toga, il trionfo alla gloria della parola.)

Che poi è anche il motto dello stato del Wyoming. Un invito a mettere il sapere e la diplomazia al di sopra della forza. Altro che gladiatori e leoni da tastiera: qui servono menti sveglie e cuori grandi! E chissà, magari da qualche altra parte su questo pianeta sgangherato il monito potrebbe davvero fare la differenza.

E io, oggi, qui in Maryland, lontano da Arpino, tra mondi che sembrano così diversi, mi illudo di avere la stessa forza di coltivare ciò che conta davvero: insegnare la bellezza delle parole, il peso della storia e persino il sogno di una democrazia.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Mitridate: Quando il Mar Nero era un Telepass

Ma a me la politica annoia. E anche da un bel pezzo… almeno da quando ho cominciato a tradurre le versioni di latino al liceo.

Mi spiego meglio?

Mi spiego meglio…

Prendiamo Mitridate… Quando ti trovi a tradurre le imprese di Mitridate, diventi immune a qualsiasi intrigo della politica moderna.

Nessuna Caccia a Ottobre Rosso, nessun complotto o Baia dei Porci potrà mai sorprenderti. Ah, e se non sapete chi è Mitridate, meglio che vi sediate: questa storia, come si dice qui negli Stati Uniti, is too good to be real.

Mitridate, detto il Grande (perché l’umiltà, si sa, era sopravvalutata anche allora), nasce nel 132 (circa) a.C. in un contesto familiare che nemmeno le peggiori telenovelas messicane avrebbero potuto immaginare.

Suo padre?

Avvelenato – perché il veleno era il caffè corretto dell’antichità. E lui, ancora ragazzino, è costretto a darsi alla fuga per evitare di finire allo stesso modo.

Si rifugia nei boschi, dove, a quanto pare, passa il tempo correndo tra le montagne e addestrandosi a diventare una sorta di supercattivo degno di un fumetto. Quando finalmente torna, non lo fa certo in punta di piedi: con un piano che sembra uscito da un film di Guy Ritchie, si riprende il trono e si autoproclama re del Ponto.

Fine del dramma? Ma quando mai! Questo era solo il trailer.

Tanto lo so che magari vi state chiedendo: Ma dov’è il Ponto? Tranquilli, non siete soli. Me lo chiedono sempre anche i miei studenti, di solito con la stessa espressione di chi scopre l’esistenza del genitivo di stima.

Il Ponto era una regione situata nell’attuale Turchia settentrionale, affacciata sul Mar Nero – che all’epoca si chiamava Eusino. Ora, potete rispondere gridando Eusino!… No, non è una parolaccia tipo “cretino”. È semplicemente il vecchio nome del Mar Nero, un nome che sa di classe, tipo un passaporto VIP per le rotte commerciali. Perché, colpo di scena, il Mar Eusino era una specie di Telepass dell’antichità. Chi voleva passarci per fare affari doveva chiedere il permesso o, più probabilmente, pagare profumatamente.

Dove trovarlo? Semplice: prendete una mappa, cercate la Grecia e continuate verso destra finché non incontrate il mare. Voilà, l’Eusino. E lì, incastonata tra montagne e scogliere, c’era una sorta di Svizzera dell’antichità – cioè il Ponto, ma con meno cioccolato, meno banche e molte più battaglie.

E a proposito di battaglie, Mitridate non era certo il tipo da starsene buono sul trono a giocare a Risiko, pescando carte strane tipo conquistare l’Asia Minore e Creta con due carri armati. No, lui decise che sfidare Roma fosse un’ottima idea. Non una volta, ma tre.

Tre guerre mitridatiche: una vera e propria saga epica in cui lui interpretava la parte di un Rambo dell’antichità, con tanto di colpi di scena e fughe rocambolesche. Ogni volta Roma mandava generali strapagati, eserciti infiniti e un sacco di spocchia. E ogni volta Mitridate li fregava: una volta con alleanze improbabili, un’altra scappando più veloce di una notifica indesiderata sul cellulare.

Certo, non è che tutto gli andasse sempre bene. A un certo punto, Mitridate si rifugia in Crimea, tradito dai suoi stessi figli – degni protagonisti di un reality show dell’epoca, tra intrighi e colpi di scena. Ed è qui che arriva il gran finale, da manuale.

Mitridate, sconfitto ma non domo, decide di suicidarsi con il veleno. Sì, proprio quel veleno che aveva abusato per tutta la vita. Ma, sorpresa (o forse no?): non funziona. Il suo corpo era talmente abituato al veleno che lo metabolizzava come fosse una tisana al tamarindo. Alla fine, deve farsi uccidere da un soldato, perché, diciamocelo, anche i supereroi della politica ogni tanto devono arrendersi.

Morale della storia? Se hai tradotto le versioni di latino, la pagina di politica del Corriere della Sera ti sembrerà noiosa quanto un influencer che ti spiega la dieta perfetta mentre mangia un toast con uovo fritto e avocado.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Tra il sole che tramonta e l’elastico di una mutanda

Soles occidere et redire possunt:

nobis cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda.

(Il sole può tramontare e risorgere:

ma per noi, quando questa breve luce si spegne,

non ci resta che dormire una notte eterna.)

Eh sì, la vita è una luce breve e fragile, destinata a spegnersi per sempre. E mentre noi ce lo ripetiamo, Catullo, che lo aveva scritto secoli fa, sta già dormendo la sua notte eterna.

E allora leggo ai miei ragazzi questi versi più come un’esortazione che come una resa. Catullo non ci parla solo di amore: ci spinge a riflettere sul controsenso della condizione umana. Siamo sospesi tra il desiderio infinito di essere vivi e la consapevolezza della nostra finitezza.

Eppure, proprio in questa tensione, il poeta ci offre un insegnamento potente e attuale: la “brevis lux” della vita va vissuta con intensità, senza rimpianti, senza paura.

Finché il sole risplende, non possiamo permetterci di lasciare che i nostri giorni trascorrano nell’ombra. Perché sebbene la notte eterna arriverà per tutti, sta a noi decidere quanto brillare nel tempo che ci viene concesso.

E poi in quella nox una dormienda, persino la perifrastica passiva – si allunga come l’elastico di una mutanda, o i giorni di un’agenda, o una merenda… o forse solo come Amanda e Miranda che si specchiano in una leggenda…

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Il cuore imbecille (in senso latino)

L’ho riletto stamattina e, come la polvere di caffè sul fondo di una tazza vuota, è rimasto lì, a pizzicare il cuore:

Quisquis amat. veniat. Veneri volo frangere costas

fustibus et lumbos debilitare deae.

Si potest illa mihi tenerum pertundere pectus

quit ego non possim caput illae frangere fuste?

Quisquis amat, veniat – Chiunque ami, si faccia avanti.

È una sfida, ma anche una verità universale: chi ha amato lo sa.

Veneri volo frangere costas – Voglio spezzare le costole a Venere.

Potremmo dirlo in modo più diretto: voglio spaccare la faccia a Venere. L’anonimo non si trattiene: è blasfemo, sconfortato, e attribuisce a Venere la colpa del suo dolore.

Fustibus et lumbos debilitare deae – E pure indebolire i suoi fianchi con dei bastoni.

Rabbia cruda, pura, senza filtri.

Si potest illa mihi tenerum pertundere pectus – Se lei può perforarmi il cuore tenero…

Ed ecco il punto: l’amore fa male, colpisce dritto al cuore, un cuore tenero, impreparato… forse imbecille, nel senso latino di fragile.

Quid ego non possim caput illae frangere fuste? – Perché, allora, io non posso spaccarle la testa con un bastone?

Una domanda retorica. Una disperazione senza via d’uscita, ma profondamente umana. E a me ricorda ‘Ho licenziato Dio’ l’incipit del cantico dei drogati di De andrè…

Chi ha scritto queste parole, duemila anni fa, conosceva lo stesso dolore che conosciamo noi oggi. Abbiamo cambiato il mezzo, ma non il messaggio.

Questa non è una sconfitta, ma una speranza: siamo di passaggio su questo pianeta, ed è confortante sapere che andremo via provando quello che altri hanno già provato, quello che chi arriverà dopo di noi è condannato a provare.

Abbiamo raggiunto la luna, scoperto nuovi continenti, riscaldato le nostre case, creato cibo e guerre. Solchiamo i cieli come moderni Fetonti o Icari, inventiamo macchine e perpetuiamo disuguaglianze. Eppure, un rimedio per un cuore infranto non l’abbiamo ancora trovato.

Mi tornano in mente i versi finali di Nevicata di Carducci. Anche i graffiti di Pompei, come i versi di Carducci, ci parlano dal passato. Spiriti reduci che guardano e chiamano, ricordandoci che il dolore e l’amore sono il filo che ci lega attraverso i secoli:

“Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici

spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –

giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.”

Un testimone dopo l’altro. Sempre lo stesso cuore. Sempre lo stesso amore. Sempre lo stesso dolore. Ma anche lo stesso legame, eterno, indissolubile…

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Giugurta. House of Cards in salsa numidica

Ah… corruzione, bustarelle… È una vita che ci sguazzo dentro: ho iniziato a quattordici anni e domani lo farò ancora.

Mi spiego?

Mi spiego…

Chiunque abbia tradotto una versione su Giugurta sa di cosa parlo. Dopo ore passate a decifrare frasi in cui virtus significa tutto e il contrario di tutto, gli intrighi dei governi moderni mi sembrano il solito meme di DiCaprio che ride con il calice in mano: sempre uguale, già visto mille volte, ma in fondo perfetto per descrivere certe situazioni.

Giugurta – re di Numidia, manipolatore professionista e leggenda vivente del motto “io non ho amici, ho solo interessi” – è la prova lampante che la corruzione non è stata inventata ieri.

Questo tizio, nel II secolo a.C., ha trasformato il Senato romano in un moderno consiglio d’amministrazione, distribuendo mazzette come se fossero gadget a un convegno. Altro che “lobbying”: lui giocava su più tavoli, finanziava campagne elettorali ante litteram e probabilmente avrebbe potuto brevettare l’idea del conflitto d’interessi.

Se vi scandalizzate per certi retroscena moderni – dai giri di favori nei consigli comunali alle cene di gala che decidono il destino di un contratto – aspettate di sentire come questo signore sapeva tirare i fili del potere. Non avrebbe sfigurato in uno show tipo House of Cards; anzi, probabilmente avrebbe dato consigli a Frank Underwood su come non farsi beccare.

Alla fine, Giugurta ci lascia una lezione universale: i potenti sanno sempre come arrangiarsi, ieri come oggi. Perché cambiano le valute – dai sesterzi al denaro sonante ai bitcoin – ma il business degli interessi personali resta sempre lo stesso.

Benvenuti in Numidia, la terra delle opportunità (per chi paga bene)

Numidia, o “Nord Africa” per gli amici moderni, è una terra di sabbia, cavalli turbo e generali romani con la stessa delicatezza di un elefante con la labirintite.

Qui, nel 160 a.C. circa, nasce Giugurta. Piccolo dettaglio: è figlio illegittimo. Ma chi se ne importa? Ha fascino da vendere, l’astuzia di un gatto che apre il frigo e una specializzazione in “corruzione applicata”.

La Roma dell’epoca? Un bazar dove si può comprare tutto: senatori, consoli e probabilmente anche una toga firmata con le iniziali “SPQR”.

Giugurta arriva a Roma come exchange student, si guarda intorno, sorride e pensa: “Questi sono i miei polli.” Roma dal canto suo lo accoglie a braccia aperte: lo addestra nell’arte della guerra e – senza volerlo – gli regala un master in “Come sfruttare i romani per il tuo tornaconto personale”.

La sua strategia è semplice: “Perché combattere quando puoi corrompere?” Giugurta non si limita a infilarsi tra le pieghe della politica romana, ci fa breakdance.

Quando (finalmente) lo zio, re di Numidia, muore, Giugurta si ritrova a condividere il regno con due cugini.

Il problema? Lui non è il tipo che divide. Inizia così una serie di mosse che farebbero impallidire le migliori serie di intrighi politici.

Un cugino finisce assassinato, l’altro chiede aiuto a Roma.

Roma protesta, alza un sopracciglio… e poi accetta una generosa mazzetta in sesterzi per chiudere un occhio.

Giugurta capisce il trucco: quando le cose si mettono male, basta pagare. E funziona! Finché non esagera…

Un giorno, stanco delle mezze misure, entra a Cirta (l’attuale Costantina, in Algeria), fa fuori il suo ultimo rivale e, già che c’è, massacra anche alcuni mercanti romani capitati lì per caso.

Errore.

Roma può tollerare molte cose, ma non che qualcuno metta in discussione il principio: “I romani si possono fregare, ma non accoppare.”

PARTE II: Quando i romani dicono “Basta” (ma con calma)

Inizia così la Guerra giugurtina, che si può riassumere in quattro atti:

1. Roma manda un esercito.

2. Giugurta lo corrompe.

3. Roma si offende e manda un altro esercito.

4. Giugurta lo prende in giro con guerriglie e imboscate.

A questo punto entra in scena Gaio Mario, un generale che mi ricorda tanto il mio prof di matematica del liceo: puntiglioso, severo, inarrestabile. Con il suo “amico” Lucio Cornelio Silla – sì, magari amici per finta, ma al tempo sì – vuole dare una lezione definitiva a Giugurta.

Dopo inseguimenti degni di un film d’azione e tradimenti su tradimenti, Giugurta viene venduto dal suo stesso suocero (la famiglia: una garanzia…), finendo a Roma in catene.

L’ultima scena è memorabile: Giugurta, l’uomo che aveva comprato senatori come figurine Panini, viene trascinato per le strade durante il trionfo di Mario. Da re di Numidia a trofeo umano, destinato alla prigione e alla morte per fame.

Morale?

E alla fine un qualunque telegiornale assomiglia a una replica di una televendita su una rete minore.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Pirates of the Mediterranean: starring Julius Caesar

Giulio Cesare me lo immagino sempre con la toga immacolata, lo sguardo di uno che sa il fatto suo e qualche ciuffo bianco che spunta da sotto la corona d’alloro. Il classico boss della storia…

Eppure, prima di sfidare il Senato e lanciare il celebre alea iacta est, anche lui è stato un ragazzino… insomma, correva per le strade di Roma, si beccava le sgridate di mamma Aurelia e magari copiava i compiti di greco all’ultimo minuto… o forse no?

Sì, perché leggendo certe versioni al liceo, qualche dubbio sulla giovinezza di Cesare mi era venuto: wait a minute… ma non è che gli storici dell’epoca ci sono andati giù pesante, un po’ come quelli che raccontano di avere un cugino che a 12 anni già batteva Kasparov e a 14 parlava sette lingue? Perché ogni impresa di Cesare sembra sempre un po’ sopra le righe.

Mi spiego?

Mi spiego…

Riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro nel tempo. 75 a.C. Il giovane Giulio Cesare ha circa 25 anni. Ancora niente Gallia, niente Rubicone, niente Tu quoque, Brute? finito nei meme di Instagram.

No, per ora è solo un aristocratico ambizioso in cerca di gloria, uno che sa di valere e vuole il suo posto tra i grandi. Così decide di partire per Rodi a studiare retorica da un certo Apollonio Molone, un tutor molto quotato da cui pare prendesse ripetizioni private pure Cicerone.

Fatto sta che… colpo di scena! Prima ancora di arrivare, la sua nave viene intercettata dai pirati cilici, una specie di Anonima Sequestri del Mediterraneo, ma con meno cervello e più salsedine nei capelli. Il loro business model è semplice: rapire gente a caso, sparare un riscatto a caso, aspettare i soldi bevendo vino comprato al discount di Creta. Se avessero avuto LinkedIn, il loro slogan sarebbe stato qualcosa tipo “Catturiamo, contrattiamo e, se Giove ci vuole bene, incassiamo.”

Ora, i pirati rapiscono Cesare e ovviamente vogliono un riscatto, ed è qui che la storia prende una piega surreale.

Chiedono venti talenti d’argento. Una cifra ragguardevole, certo, ma evidentemente non abbastanza per l’ego smisurato del giovane Giulio Cesare. Offeso dalla modestia della richiesta, si indigna un po’ come quei calciatori che al calciomercato si sentono sottovalutati: “Come sarebbe a dire venti? Io ne valgo almeno CINQUANTA!”

Diciamolo: in fatto di autostima, Cesare non era secondo a Cristiano Ronaldo che prende lezioni di umiltà da Kanye West davanti a uno specchio dorato. Se fosse vissuto oggi, avrebbe preteso una statua a Times Square, si sarebbe presentato al Super Bowl con un mantello di ermellino su un carro trainato da leoni e avrebbe imposto che la password Wi-Fi del Senato fosse GalliaOmniaDivisaEst—no, non solo l’incipit, tutto il primo libro. E naturalmente avrebbe avuto un account X (Twitter) con la spunta dorata, da cui avrebbe lanciato proclami in caps lock tipo:

VENI, VIDI, VICI.

#SottoQuestoSole#IoSonoioevoinonsieteuncaxxo.

Oppure avrebbe fatto live su Instagram direttamente dal campo di battaglia di Alesia, con il filtro “Imperator” e un sondaggio per i suoi elettori: “Vi sentite più optimates o populares? Votate nei commenti!”

E così, con la sicurezza di un divo che annuncia il sequel di un blockbuster prima ancora che il primo film esca al cinema, Cesare non solo accetta il rapimento, ma lo trasforma in un’opportunità di pubbliche relazioni.

Mentre i suoi amici, tra un mannaggia a Clitemnestra e l’altro, si danno da fare per raccogliere il riscatto con lo stesso spirito di chi mette insieme i soldi per pagare la pizza dopo una serata al ristorante, Cesare trascorre 38 giorni prigioniero su un’isola. Ma—che lo scrivo a fare?—non è un prigioniero qualunque: è un divo capriccioso con l’accappatoio leopardato e le ciabatte di Prada.

Comanda, si atteggia a padrone di casa, tratta i pirati con un misto di superiorità e ironia, li rimprovera quando fanno troppo chiasso mentre dorme e, tra una battuta e l’altra, annuncia che, una volta libero, tornerà a catturarli e a farli giustiziare.

I pirati ridono, pensando che sia solo un giovane romano con manie di grandezza. Cesare, però, vive la sua prigionia come uno di quei boss della mala che, una volta dietro le sbarre, trasformano il carcere nella loro villa privata. Come quei capi della camorra che, anche dalla prigione, continuano a dare ordini, ricevono visite come se fossero in un ufficio e si fanno servire il caffè con la schiuma perfetta. Se fosse stato a Poggioreale, avrebbe avuto la sua cella con mobili d’epoca, TV al plasma e il cameriere personale.

E poi, gioca continuamente con la minaccia. Più volte, con un sorriso sulle labbra, dice:”Appena esco di qui, vi trovo tutti e vi crocifiggo.”

I pirati, naturalmente, non ci hanno capito un caxxo di dove si sono andati a cacciare e scoppiano a ridere.

Il finale? Più scontato dell’influencer di turno che piange nelle stories dopo una figuraccia virale.

Per farla breve: alla fine, il riscatto arriva. I pirati lo lasciano andare, ignari di stare per aggiudicarsi il Darwin Award dell’anno.

Cesare, nemmeno il tempo di un brindisi di ringraziamento, si fionda a Mileto, recluta una flotta privata (perché Giulio non si fa certo problemi a mettere in piedi un esercito dal nulla) e torna a cercarli.

Spoiler: non per una rimpatriata amichevole.

Li trova.

Li cattura.

Riprende i 50 talenti, perché è anche iscritto al CNF (vedi nota nel primo commento).

E poi fa esattamente quello che aveva promesso: li crocifigge tutti.

Uno per uno.

E io, ragazzino sul mio banco di scuola, finisco di tradurre questa versione, alzo gli occhi dal foglio, rileggo la fine…

“Caesar incredibili celeritate ad mare remavit et omnes piratas ipse cruci suffixit.”

Scuoto la testa e mi chiedo quanto ci sia di vero, perché mi sembra meno credibile di quello che mi ha detto il mio vicino di casa Enzo…

Ah, Enzo… raccontava palle così grandi che perfino un account terrapiattista l’avrebbe segnalato per eccesso di fantasia, e più erano assurde, più le diceva con aria seria.

Come quando ha giurato di aver visto Michael Jackson al Conad.

“Ti giuro che era lì!” -mi aveva detto-. “Parlava con quella vocina in falsetto, vestito con una felpa scolorita e jeans sformati, mentre spingeva un carrello cigolante al supermercato, controllava il resto in tasca e metteva sul nastro una bottiglia di One O One, una lattina di Chinotto Neri e un pacchetto di cracker Saiwa.”

Ecco, qualcosa mi dice che Svetonio, Plutarco e il mio amico Enzo sarebbero andati d’accordo.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Attilio Regolo, eroe o fesso?

Ci sono uomini che entrano nella storia per le loro imprese gloriose, altri per le loro decisioni sbagliate. E poi c’è Attilio Regolo, che riesce a farsi ricordare per entrambe le cose. Contemporaneamente.

Mi spiego?

Mi spiego…

La sua vicenda inizia durante la Prima Guerra Punica, quel conflitto interminabile tra Roma e Cartagine che, visto con occhi moderni, assomiglia a una di quelle cause legali tra multinazionali: nessuno vuole cedere per primo e, tra OPA e carte bollate, i costi aziendali nel frattempo esplodono.

Regolo, che all’epoca è console e generale, viene inviato in Africa con il compito di risolvere la questione nel modo più romano possibile: con un’invasione.

Per un certo periodo le cose sembrano girare a suo favore, finché i Cartaginesi non pensano bene di assumere un generale spartano. Il che sarebbe come fare concorrenza sleale: quando il gioco si fa duro, meglio chiamare chi di guerra ne capisce davvero. E così Regolo si ritrova sconfitto e, come se non bastasse, finisce pure prigioniero.

A Cartagine non viene trattato malissimo, almeno secondo gli standard dell’epoca. Niente camere d’albergo, per carità, ma neanche torture immediate. I Cartaginesi, più pragmatici che vendicativi, decidono di utilizzarlo come pedina diplomatica: lo rispediscono a Roma con una missione chiara. Deve convincere il Senato ad accettare la pace o almeno uno scambio di prigionieri.

C’è, però, una piccola clausola: se fallisce, deve tornare a Cartagine.

Ora, non so se, come dicono in tanti, la storia la scrivano i vincitori. Quello che so è che la parola fesso deriva dal latino fessus, che significa stanco. Ora, usiamolo nella sua accezione latina e diciamo che, freudianamente parlando, questi Cartaginesi sono fessi, nel senso di stanchi di portare avanti questa inutile guerra. Perché altrimenti non so come spiegare questa scelta di lasciar partire un generale solo sulla sua parola, beh… insomma… ci siamo capiti.

Ad ogni modo, sbarcato a Roma, Regolo si presenta in Senato. Ci si aspetterebbe che almeno finga di negoziare, magari recitando la parte dell’uomo provato dalla prigionia, implorando un compromesso accettabile.

Invece, con una disinvoltura che oggi definiremmo patriottica, dichiara: “Ragazzi, i Cartaginesi hanno un esercito colabrodo, una roba a metà tra le forze armate di Kim Jong-un e un’armata Brancaleone diretta da Bollywood, con effetti speciali degni di un film low-cost in cui le frecce esplodono prima ancora di essere scoccate. Continuate la guerra, che siete messi meglio.”

Nessuno si aspetta una tale sincerità. I senatori, abituati a discorsi avvolti in strategie retoriche, si guardano tra loro perplessi. Regolo, in pratica, ha appena sabotato la sua stessa missione diplomatica per il bene di Roma.

A quel punto, la questione si fa spinosa. Perché Attilio, ancora avvolto dagli abbracci e dagli applausi, fa le valigie.

“Attì, ma ‘ndo caxxo vai?” gli chiede la moglie. E pure gli amici.

E lui, senza fare una piega, spiega che sì, perché nel compito assegnatogli ha fallito, e l’accordo prevede chiaramente che, in tal caso, deve tornare a Cartagine.

Gli amici gli fanno notare che, tutto sommato, nessuno lo obbligherebbe davvero a rispettare quell’impegno. Dopotutto, Roma non ha mai brillato per eccesso di correttezza quando si tratta di guerra.

Ma niente da fare. Regolo è un uomo tutto d’un pezzo – forse l’unico romano convinto che la parola data abbia valore assoluto – e così non ascolta gli amici e si prepara a ripartire.

Qui gli storici, ma anche gli studenti di latino, si dividono: c’è chi lo loda e chi pensa che forse, anche lui, sia tanto, ma tanto fesso.

No, no… non nel suo significato latino. Questa volta nell’accezione italiana.

E il finale? Una specie di bunga bunga ante litteram. I Cartaginesi, che evidentemente non l’hanno presa benissimo, decidono che la correttezza di Regolo merita una punizione esemplare. E quando dico “esemplare”, intendo qualcosa che faccia scuola nel campo delle torture creative.

Le fonti antiche – sempre pronte a esagerare, come il mio amico Enzo che racconta le sue vacanze a Ibiza – ci offrono diverse versioni del supplizio. C’è chi dice che Regolo sia stato infilato in una botte irta di chiodi e fatto rotolare giù per una collina, trasformando la sua ultima impresa in un esperimento di fisica applicata. Altri raccontano che sia stato costretto a tenere gli occhi aperti sotto il sole cocente fino alla cecità, il che lo renderebbe il primo martire della protezione UV.

Qualunque sia la versione corretta, una cosa è certa: Attilio Regolo diventa il simbolo della coerentia portata all’estremo, una di quelle figure che gli storici romani amano glorificare mentre il resto del mondo, con un sopracciglio alzato, si chiede se ne sia valsa davvero la pena.

E oggi? Oggi il buon Regolo probabilmente sarebbe diventato il soggetto di un TED Talk intitolato “Leadership e Integrità: quando dire la verità ti costa (letteralmente) la pelle”, oppure di un post virale su LinkedIn con la didascalia “Il vero leader mantiene sempre la parola data. Anche quando gli piantano i chiodi addosso.”

Ma, diciamolo, nel migliore dei casi, finirebbe in un meme:

“Quando prendi un impegno e poi ti ricordi che gli altri sono Cartaginesi.”

PS: Okay, devo ammettere che a me Attilio Regolo sta antipatico. Poveraccio, non per colpa sua, ma per via del nome. Regolo, appunto. Basta sentirlo per riaprire un capitolo oscuro della mia infanzia: gli incubi matematici delle elementari.

Vedo ancora quella maledetta scatoletta di plastica piena di cubetti colorati, ognuno con un valore numerico che – giuro – cambiava ogni volta che la maestra lo spiegava. Il cubo bianco era l’1, il carotone il 10, e io lì, seduto, costretto a confrontarli, montarli, smontarli, fingere di capirci qualcosa mentre dentro di me nasceva un odio viscerale per la matematica applicata.

Ecco perché Attilio Regolo non mi è mai andato giù. Per me, più che un generale romano, resterà sempre un incubo didattico in forma umana.

Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

Cesare in Gallia: più notifiche di WhatsApp

“La Gallia è divisa in tre parti.”

Ora, chiunque abbia aperto un libro di storia sa che questa frase significa una sola cosa: Cesare sta per fare casino…

Perché se sei Giulio Cesare e ti mandano a governare la Gallia Cisalpina con annesso comando militare, non ti limiti a fare il burocrate. No, aspetti un’occasione per ampliare il tuo curriculum.

Eh sì, perché i Romani non facevano mai le cose a caso, e anche la Gallia l’hanno spezzata in due come una baguette. Da una parte c’era la Gallia Cisalpina, che in pratica era la Pianura Padana con un nome esotico, dall’altra la Gallia Narbonense, una sorta di corridoio strategico che serviva a tenere a bada i Galli più irrequieti e a garantire ai Romani un passaggio sicuro verso la Spagna. Insomma, un mix tra un avamposto militare e un’autostrada dell’antichità!

Ecco, la Gallia Cisalpina era un po’ come un social network senza notifiche: tutto piatto, nessun flame, nessuna polemica. Un posto dove l’unica breaking news era che qualcuno aveva costruito un ponte nuovo.

Cesare, invece, voleva azione, qualcosa da postare nei suoi Commentarii, roba che facesse engagement.

Quindi, quando lo spediscono lì, ci va con lo stesso entusiasmo di uno che si trova bloccato su LinkedIn mentre tutti gli altri sono su TikTok. Aspetta solo il momento giusto per cambiare piattaforma. E quel momento sta per arrivare.

La fortuna arriva sotto forma di un governatore morto. Il proconsole della Gallia Narbonense lascia il posto vacante e Cesare, con il tempismo perfetto di chi ha sempre un piano B già pronto nel cassetto (e probabilmente anche un piano C e D), si ritrova improvvisamente con il comando di due province.

Poi arrivano gli Elvezi.

Una tranquilla tribù di montanari svizzeri (più o meno) decide che è ora di traslocare. Destinazione: la costa atlantica della Gallia, lontano dalle pressioni germaniche. Una scelta di vita che oggi suonerebbe come un “Mollo tutto e vado a vivere sull’oceano, tra ostriche e maree. Solo che invece di prendere un volo low-cost, partono in 368.000, zaino in spalla, carretti carichi, nonni inclusi.

E, siccome sono gente educata, chiedono a Cesare il permesso di attraversare proprio la Gallia Narborense. Con la stessa ingenuità di chi manda un’e-mail a un ufficio pubblico aspettandosi una risposta veloce.

Cesare sorride, come un buttafuori davanti a un gruppo di turisti tedeschi in sandali e calzini che vogliono entrare in discoteca, e dice: “No.”

Gli Elvezi, montanari pacifici e con zero voglia di fare a botte con i Romani, decidono di evitare problemi. Se Cesare ha detto di no, pazienza: fanno il giro più lungo. Un po’ come quando Google Maps ti propone tre percorsi e scegli quello senza pedaggi.

Il loro itinerario passa per il territorio dei Sequani e degli Edui, due popolazioni galliche che sembrano più disponibili a lasciarli passare. L’idea è scendere lungo la valle del fiume Saona (Arar per i Romani), attraversare la Borgogna e poi puntare dritti verso la costa atlantica della Gallia. Un road trip preistorico con carretti al posto di van e zero possibilità di fermarsi a prendere un caffè lungo la strada.

Ma Cesare, che ha il senso del controllo di un genitore che traccia ogni spostamento del figlio con il GPS, non ci sta. E non per puro spirito di rompiscatole, ma perché gli Elvezi, nel loro lungo viaggio, stanno devastando il territorio gallico. Bruciano campi, saccheggiano villaggi e gli Edui – che sono alleati di Roma – iniziano a lamentarsi come vicini di casa infastiditi da un trasloco rumoroso alle tre di notte.

Cesare coglie la palla al balzo: gli Elvezi non sono più una tribù di migranti innocenti, ma un problema da risolvere con la spada. Li intercetta mentre attraversano il Saona, li attacca, li insegue e infine li costringe alla resa. Non si limita a sconfiggerli: li obbliga a tornare indietro e riprendersi la loro terra. Perché? Perché una Gallia senza Elvezi erranti è una Gallia più stabile.

Rimandandoli indietro, Cesare non solo elimina una minaccia, ma manda un messaggio chiaro: la Gallia è sotto controllo, e nessuno si muove senza il permesso di Roma.

Prima vittoria. E primo post trionfale nei Commentarii, perché alla fine quello che conta non è solo vincere, ma anche far sapere a tutti che hai vinto.

Eh… ma non c’è pace per il nostro Cesare.

Dalla Germania arriva Ariovisto, un re germanico che riesce a farsi odiare da tutti. In pratica, è il vicino che mette la musica a tutto volume alle tre di notte e poi si lamenta se qualcuno bussa al muro.

I Galli locali, esasperati da questo coinquilino indesiderato, vanno da Cesare e gli dicono: “Aiutaci, sei la nostra unica speranza.”

Cesare, che fino a quel momento ha fatto finta di non sentire – un po’ come quando lasci i messaggi su “letto” ma senza rispondere – decide che è il momento giusto per intervenire. Non perché gli dispiaccia la situazione, eh, ma perché un altro tizio che comanda in Gallia senza il suo permesso proprio non gli va giù.

Manda un messaggio ad Ariovisto con la classica formula romana di finta cortesia, aspettandosi almeno un minimo di diplomazia. Ma Ariovisto, con la delicatezza di un hooligan al terzo tempo supplementare, risponde secco: “Se voglio la Gallia, me la prendo.”

Male.

Cesare non è tipo da lasciarsi sfidare così. Lo affronta in battaglia, gli rifila una sconfitta epica e lo spedisce oltre il Reno con un biglietto di sola andata e senza possibilità di rimborso.

Seconda vittoria. E secondo post trionfale nei Commentarii, perché ormai il feed di Cesare è solo una lunga lista di successi.

Mentre Cesare si gode il meritato successo, scopre che i Belgi – i più tosti di tutti i Galli – stanno preparando una ribellione.

E qui nasce una delle frasi più citate del De Bello Gallico:

“Horum omnium fortissimi sunt Belgae.”

(“In sostanza con i Belgi sono caxxi”)

Cesare ovviamente non lo dice per fare un complimento. È che questi qua non si arrendono mai. Dopo una campagna dura e sanguinosa, anche loro vengono messi in riga. Terza vittoria.

A questo punto, Cesare potrebbe concedersi una pausa. Ma la Gallia è come una casella di posta senza il tasto “segna tutto come letto”: appena pensi di aver finito, arriva un’altra notifica di ribellione.

I Veneti, maestri della navigazione, decidono di testare la pazienza romana con una ribellione marittima. Cesare, che di navi ne sa quanto un centurione di sushi, fa costruire una flotta da zero, li sconfigge e li riduce in cenere.

Poco dopo, una tribù chiamata Eburoni, guidata dal furbo Ambiorige, insorge e massacra quasi un’intera legione romana. Cesare non la prende benissimo e lancia una campagna di vendetta così spietata che il territorio degli Eburoni scompare da Google map.

Nel frattempo, i Germani cercano di approfittare della situazione per rientrare in scena. Cesare decide di chiudere il discorso con uno spettacolare ponte sul Reno, attraversa, fa vedere i muscoli e poi se ne torna indietro, giusto per far capire chi comanda.

Manca solo la scritta Game Over per gli avversari.

Non pago di aver sistemato la Gallia, Cesare guarda oltre il canale e dice: “Andiamo a vedere che c’è in Britannia.”

Diciamo che la prima spedizione è più una gita scolastica andata male: logistica complicata, navi arenate, tempo pessimo e locali non proprio accoglienti. La seconda volta va meglio: i Britanni vengono sconfitti, ma Cesare capisce che conquistarli del tutto sarebbe troppo impegnativo.

Si accontenta di una mezza vittoria e torna in Gallia, senza immaginare che, duemila anni dopo, gli italiani avrebbero preso Londra… un espresso alla volta.

Arriviamo al gran finale con Vercingetorige, il gallo che prova a unire tutte le tribù contro Roma.

La battaglia decisiva si svolge ad Alesia, una fortezza naturale che sembra impossibile da prendere.

Sembra…

Cesare, invece di assaltarla, decide di giocare in modalità stratega supremo: costruisce un doppio muro attorno alla città insomma, da una parte assedia, dall’altra viene assediato. Uno per impedire ai Galli di uscire, uno per tenere fuori i rinforzi. Un colpo di genio, roba da manuale di guerra.

Dopo settimane di assedio, fame e disperazione, Vercingetorige capisce che è finita, si arrende e posa le armi ai piedi di Cesare.

La Gallia è definitivamente romana. Insert coin to continue? No, game over.

Morale della storia?

A. Cesare ha scritto la sua autobiografia mentre la stava vivendo.

B. Ha trasformato ogni battaglia in un episodio della sua serie personale.

C. Roma lo applaude, ma il Senato inizia a preoccuparsi. Perché Cesare ha conquistato la Gallia, certo. Ma in fondo, quello che gli interessa davvero è Roma…

E il sequel sarà ancora più esplosivo.

Lo so, gli ammiratori di Cesare – e forse Cesare stesso, se solo potesse twittare dall’aldilà – si staranno indignando come un senatore tradito alle Idi di Marzo dopo aver letto questo post. Del resto, ho omesso l’ottanta percento di una delle campagne militari meglio raccontate della storia, riducendola a una sintesi che farebbe inorridire anche un riassunto di Wikipedia scritto di fretta.

Ma facciamo così: invece di crocifiggermi lungo la via Appia, prendete il De Bello Gallico e leggetelo. In latino, in inglese, in italiano, in sanscrito, se proprio volete farvi del male. Oppure ascoltatelo in audiolibro mentre fate jogging, ché tanto Cesare aveva il dono della sintesi e non vi farà perdere troppo tempo.

E così, date a Cesare quel che è di Cesare.

Se vuoi supportare questa pagina, magari potresti acquistare una copia di Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.

La fine della Repubblica (ovvero l’inizio di tutto)

50 a.C.: LA REPUBBLICA È UN DISASTRO E CESARE STA PER STACCARE LA SPINA

Roma, 50 a.C. La situazione è un casino. Il Senato litiga più di una chat di condominio, il popolo è spaccato come i social dopo ogni partita di Champions, e la città è una pentola a pressione pronta a esplodere.

Da una parte c’è Pompeo, ex golden boy della Repubblica, il manager che vent’anni prima aveva il monopolio del successo. Un tempo era l’Elon Musk della politica romana, ora è più un boomer che non capisce che il mondo è cambiato e continua a mandare fax mentre tutti usano il cloud.

Dall’altra parte c’è Cesare, il carismatico leader populista che viene dalla Gallia, dove ha fatto quello che a Roma nemmeno si sognavano: ha conquistato territori sconosciuti, sterminato tribù intere e – già che c’era – ha pure scritto un bestseller che sarà letto per i prossimi duemila anni.

Ma ora ha un problema: se torna a Roma senza esercito, lo processano per quei piccoli “eccessi” di potere commessi in Gallia. E lui, di finire a fare la fine di un influencer dopo uno scandalo, non ha nessuna voglia.

E Crasso? Ah, Crasso.

Lui è il terzo incomodo, l’amico ricco che vuole dimostrare di essere un duro. Decide di fare il botto in Partia. Letteralmente. Peccato che i Parti abbiano inventato la guerra lampo e siano gli sniper dell’antichità: tirano frecce all’indietro mentre galoppano. Lui invece avanza nel deserto come uno che ha messo Google Maps offline.

Risultato? Lo massacrano. E quando prova a negoziare la salvezza, i Parti gli versano oro fuso in gola. Fine di Crasso. Fine del triumvirato.

Ora torniamo a Cesare. Sei il generale più vincente in circolazione, hai un esercito che ti segue come un guru su Instagram, hai una fortuna che i senatori non riescono neanche a quantificare… e loro cosa fanno? Ti dicono di tornare a Roma a mani vuote, sciogliere le truppe e metterti in fila come un comune mortale?

E certo, come no.

IL RUBICONE: QUANDO UN GENERAL MANAGER DECIDE DI RILANCIARE IL BUSINESS

Cesare fa l’unica cosa che può fare un grande stratega quando il sistema gli è contro: cambia le regole del gioco.

La legge romana è chiara: un generale non può portare il suo esercito oltre il pomerium (il sacro confine dell’Italia). Se lo fa, non è solo un ribelle: è il nemico numero uno dello Stato. È come se avesse hackerato il sistema.

Arriva al Rubicone, un fiumiciattolo innocuo che segna il confine tra la Gallia Cisalpina e l’Italia. Si ferma. Pensa. Potrebbe fare il bravo, negoziare, trovare un compromesso…

Ma poi guarda i suoi legionari che giocano a dadi per ingannare l’attesa, guarda Roma, e capisce una cosa:

I compromessi li fanno i deboli.

La storia non la scrivono i deboli.

Quindi, con lo sguardo di uno che sta per lanciare una startup rivoluzionaria, pronuncia la frase che cambierà tutto:

“Alea iacta est.”

(O dentro di sé forse aggiunge: “Tanto, se non lo faccio io, lo farà qualcun altro.”)

E così, senza più voltarsi indietro, attraversa il Rubicone con il suo esercito.

La partita è iniziata.

CESARE VS POMPEO: IL BIG MATCH DEL SECOLO

Appena Cesare mette piede in Italia, si aspetta una reazione da parte del Senato, di Pompeo, magari qualche resistenza…

Invece? Panico totale.

Pompeo, che sulla carta è il più potente, va nel pallone come un allenatore che si accorge che la sua squadra è tecnicamente superiore ma psicologicamente fragile. Si rende conto di una cosa: Roma non è difendibile.

Cesare ha il popolo dalla sua, le legioni lo idolatrano, e la città è un fuoco che aspetta solo la scintilla. Quindi che fa Pompeo? Scappa. Lui e il Senato prendono la via per la Grecia, promettendo di riorganizzarsi e tornare più forti che mai.

Nel frattempo, Cesare entra trionfalmente in città. Ma sa che questa è solo la prima mossa.

Pompeo ha radunato un esercito mostruoso in Grecia, con più uomini, più cavalli, più rifornimenti. Sulla carta, la vittoria è sua.

Ma Cesare ha qualcosa che nessun altro ha: capisce le situazioni prima di chiunque altro.

A Farsalo, con un esercito più piccolo, Cesare umilia Pompeo con una vittoria così schiacciante che ancora oggi viene studiata nelle accademie militari.

Game over…

O quasi.

Eh sì, perché Pompeo, braccato, scappa in Egitto sperando nell’aiuto di Tolomeo XIII. Pessima idea.

L’EGITTO, CLEOPATRA E UNA STORIA D’AMORE (O QUASI)

Pompeo sbarca in Egitto convinto di trovare aiuto.

Tolomeo XIII invece pensa: “Perché aspettare? Facciamo un favore a Cesare.”

Appena Pompeo mette piede sulla spiaggia, lo fanno fuori senza nemmeno un caffè di benvenuto.

Quando Cesare arriva, gli offrono la testa di Pompeo su un piatto. Tolomeo si aspetta un “Bravo ragazzo.” Invece si becca un “Sei un idiota solo i romani possono uccidere altri romani.”

E csosì Cesare decide che il vero problema non è Pompeo. È Tolomeo.

Ed è qui che entra in scena Cleopatra.

Brillante, ambiziosa, stratega come poche. Sa che Cesare può metterla sul trono. E d’altra parte Cesare sa che Cleopatra può garantire stabilità in Egitto.

Il risultato? Tolomeo XIII finisce annegato nel Nilo, Cleopatra diventa regina, e Cesare si gode qualche notte sul Nilo.

Ma Roma aspetta. Cesare deve tornare.

IL GRAN FINALE: IL MOMENTO IN CUI TUTTO CAMBIA

Cesare torna nella capitale e si prende tutto. Basta Senato, basta giochi di potere: ora comanda lui.

Si fa nominare dittatore a vita. La Repubblica? Kaput.

Ma non tutti sono d’accordo. I senatori sanno come finisce la storia quando uno prende troppo potere.

15 marzo 44 a.C.

Cesare entra in Senato.

Lo accerchiano.

Lo colpiscono.

Uno. Due. Tre. Decine di pugnalate.

Cesare cade. Ma il vero colpo di scena è un altro:

Non è la fine di un tiranno.

È la fine della Repubblica.

Il suo erede, Ottaviano, raccoglierà l’eredità e farà l’unica cosa possibile: trasformare Roma in un Impero.

Se vuoi supportare questa pagina, magari potresti acquistare una copia di Mannaggia a Clitennestra 👉 lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie! ❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon è il regalo più bello che mi puoi fare.