Quando Antigone incontra la geometria non euclidea

— Oggi disegniamo la nostra famiglia! — annuncia la maestra con un sorriso.

Tutti i bambini prendono i colori e iniziano. Antigone resta ferma con la matita in mano. Fissa il foglio bianco, poi alza la mano.

— Posso scriverlo a parole? Il disegno viene fuori come un nodo gordiano.

La maestra ride. — Su, Antigone, non può essere così difficile!

Antigone sospira.

— Vediamo… mia madre è anche mia nonna, perché ha avuto me con suo figlio. Mio padre è anche mio fratello, perché è il figlio di mia madre. I miei fratelli sono anche i miei zii, perché sono i figli di mio padre… che è anche mio fratello.

Silenzio.

Un compagno smette di colorare e guarda il proprio disegno con sospetto. La maestra apre bocca, poi la richiude.

Alla fine, Antigone sospira, poggia la matita e scrive una nota sul foglio:

“Tra figliarelle, nonnemadri, fratellizii, ziofratelli e nonnapadri, il disegno finisce nei libri di geometria non euclidea.”

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Ettore: l’eroe necessario

Troia, 1184 a.C. – Ma potrebbe essere qualsiasi lunedì mattina.

Ettore è pronto. Casco sottobraccio, chiavi infilate nella cintura, già mentalmente sulla strada. Sta per uscire, ma ecco che Andromaca compare come un ninja e gli sbarra il passo.

Senza dire una parola, gli piazza in braccio Astianatte.

“Dove credi di andare?”

Ettore sospira. “Amore, te l’ho detto, devo andare a lavor— a combattere. È il mio dovere.”

Astianatte lo fissa con quegli occhioni da pubblicità di pannolini. Ettore sente un nodo allo stomaco.

Ettore cerca di passarle il bambino, ma Andromaca non lo prende. Astianatte guarda il padre. Guarda l’elmo. Poi scoppia a piangere.

Ettore, in panico, si toglie l’elmo cercando di calmarlo. Andromaca lo fissa: “Lo vedi? Senza quell’affare in testa, ti ha riconosciuto. Ma se muori oggi, crescerà senza nemmeno ricordarsi di te.”

Andromaca significa “colei che combatte come un uomo.” Una con le palle, diremmo oggi. Ma Ettore lo sa: non è questo il punto.

Ettore non può essere solo un padre, un marito, un uomo che tiene in braccio suo figlio. Perché, se accetta questo, smette di essere Ettore.

Eccolo il dramma dell’eroe: Superman non può diventare Clark Kent.

L’eroe è condannato a rimanere solo. Non perché voglia esserlo, ma perché qualcuno deve esserlo.

L’eroe è bellissimo perché non è mai un uomo felice.

È un uomo necessario.

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Ettore, ultimo bagliore prima dell’“oh caxxo

Fortuna vitrea est; tum cum splendit, frangitur.

(La fortuna è come il vetro: quando splende, si rompe.)

Ci sono attimi in cui la luce gioca con il destino, riflettendosi in mille promesse. Ti sembra di vedere un varco, un’opportunità. Ci credi. Stringi la lancia, prendi fiato…

Chiedilo a Ettore…

Achille è tornato sul campo e l’aria odora di ferro, sudore e paura. I Troiani svaniscono come documenti word cancellati con un clic.

Ma Ettore no. Lui resta.

L’eroe non arretra, non può farlo. Non quando sente il peso del tempo scorrergli nelle vene, non quando la sua ombra è ancora intera.

Atena lo guarda. Sorride.

Non basta la caduta, serve l’illusione. L’ultimo bagliore prima della notte. Così la dea prende le sembianze di Deifobo, il fratello di Ettore, e sussurra parole di conforto: “Lancia, e io sarò qui.”

Ettore non si sente più solo e scaglia con tutta la forza che gli è rimasta.

Il giavellotto fende l’aria.

Poi Ettore si volta.

La piana è deserta.

Silenzio.

E capisce.

Come chi sente il telefono squillare e già sa che l’attesa è finita.

Come chi legge le prime due righe di una e-mail e non serve altro.

Come chi vede una luce accendersi sul cruscotto e sa che il viaggio sta per cambiare.

Per un attimo, aveva creduto. Aveva voluto credere…

Per un attimo, il vetro aveva brillato.

Poi, solo frammenti. E in essi, il riflesso di ciò che non sarà.

E prima che la lancia di Achille lo raggiunga, gli resta solo il tempo di dire… “Oh caxxo.”

Eh… ma vuoi mettere? In questa caduta, nel crepuscolo dell’eroe che brilla per un ultimo istante veniamo soffocati da tutta la sua umanità.

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Caro Participio Passato, sei stato

Caro Participio Passato,

Ti scrivo perché, diciamolo, te lo meriti. Sei stato, detto, fatto, corretto, scordato nei quaderni e resuscitato nelle verifiche. Sei stato amato (raro), odiato (frequente), copiato (spessissimo). Insomma, hai vissuto.

Eppure eccoti qui, ancora incollato alla quarta forma del paradigma, come un vecchio attore di teatro che si ostina a recitare nonostante il sipario già calato. Sei un po’ carne e un po’ pesce, un verbo visionario che gioca a fare l’aggettivo, un camaleonte della grammatica, sempre in bilico tra il fare e l’essere stato.

Tu sei il verbo della scuola polverosa con quel retrogusto di gesso e fotocopie, che scricchiola sotto i passi stanchi degli studenti, che non a caso sono participi presenti. Sei stato interrogato, coniugato, maledetto in lingue morte e vive.

Che poi senza di te, caro Participio Passato, i tempi composti sarebbero rimasti orfani, inconcludenti come tanti participi presenti: incalzanti, sfuggenti, iperattivi e irriverenti.

Non sei solo, caro Participio Passato. Ti sono stati affiancati i compiti mai consegnati, le note vergate , i verbi irregolari, elisi, dimenticati e poi riscoperti nei dizionari . Sei passivo per natura, lo so, ma sei anche attivo con i verbi deponenti. E forse ti invidio un po’.

Perché almeno tu, sei stato.

Con nostalgia e un filo di compassione,

un tuo professore affezionato.

E se tu, caro lettore, se dopo aver letto questo post ti sei cancellato (da questa pagina)… comunque ti è toccato fare i conti con lui… il participio passato….

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Elogio semiserio del Congiuntivo

Psst… hey tu… Congiuntivo… Proprio tu… ascolta…

Se non esistessi, bisognerebbe inventarti.

E invece ci sei, anche se qualcuno preferirebbe che tu sparissi, che ti rassegnassi a un ruolo marginale, che ti adattassi a un mondo più semplice, dove il dubbio si trasforma in certezza e il desiderio in ordini secchi e diretti.

Se tu fossi meno poetico, forse saresti più amato.

Ma così non saresti tu.

Penso che tu sia il modo verbale di chi parla con educazione, di chi esprime concetti senza imporli. Vuoi mettere come addolcisci gli imperativi in congiuntivi esortativi?

Stai zitto caxxo!

Stia zitto che è meglio…

Insomma, sei il vento leggero che soffia tra le possibilità, l’ombra gentile del forse, la voce sommessa di chi non impone, ma suggerisce.

E allora mi spingo oltre e ti dico che tu sei il verbo della democrazia.

Forse è per questo che ti danno per spacciato? Ma loro non sanno che te ne stai lì, tranquillo, a passeggiare tra le parole di chi ancora crede che un mondo con un po’ di gentilezza valga sempre più di uno pieno di parole storte e sgualcite.

E comunque, caro Congiuntivo, sappi che, nel caso ti trascurassero, noi italiani ci siamo inventati il condizionale, il modo verbale che addolcisce i rimpianti:

“Ah, se avessi studiato…”

Ma tu, intanto, stai lì, che nel primo commento ti ho dedicato una canzone…

Con affetto e un filo di preoccupazione,

un tuo professore affezionato.

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Cherokee vs. Fedro: X-Files della favola

Nella vita di ogni prof arriva sempre quel momento in cui ti accorgi che due studenti hanno prodotto qualcosa di sorprendentemente simile. Ora, quando succede tra due migliori amici o compagni inseparabili – chessò, Paolo e Francesca, o Tom e Jerry – li sgami subito e provi un sottile piacere, effimero e sadico nel farli confessare.

Il problema è quando i protagonisti della coincidenza sono Michael Jackson e Al Bano. A quel punto, rimani interdetto e inizi a farti domande esistenziali.

Perché se esistono i sosia in carne e ossa, forse esistono anche quelli in carta e inchiostro.

Che poi è l’unico modo che ho per spiegarmi come caxxo sia possibile che uno sciamano Cherokee e Fedro abbiano avuto la stessa identica idea. Stessa location (più o meno), stesso setting, stesso finale. O questa è la prova che Cristoforo Colombo è arrivato secondo, o magari i nativi americani sono sbarcati in Europa, si sono guardati intorno, non hanno gradito e sono tornati indietro. “e tanti saluti a Europa”

Ora, come in quelle trasmissioni televisive in cui si confrontano le canzoni per beccare il plagio, proviamo a sottoporre i due testi al sistema…

Fedro:

“Un tale vide un serpente intirizzito dal gelo. Si impietosì e lo raccolse nel suo grembo per riscaldarlo. Il serpente, appena si riprese, con uno scatto fulmineo lo morse, e quello morì. Quando un altro serpente gli chiese perché lo avesse fatto, rispose: «Perché nessuno impari a far del bene ai perfidi».”

Ora, leggiamo il racconto Cherokee: Un bambino, camminando lungo un sentiero, si imbatte in un serpente a sonagli. Il serpente, ormai vecchio, gli chiede con un filo di voce: «Per favore, puoi portarmi in cima alla montagna? Vorrei vedere il tramonto un’ultima volta».

Il bambino si lascia convincere e lo porta con sé. Insieme ammirano il tramonto, poi il serpente chiede di essere riportato a valle. Il bambino lo prende ancora una volta tra le braccia, lo scalda con il suo corpo e lo porta giù. Ma all’improvviso, il serpente si volta e lo morde. Il bambino, sconvolto, chiede:

«Perché l’hai fatto?»

E il serpente risponde: «Lo sapevi benissimo cos’ero quando mi hai preso in braccio».

Ora, se l’avesse scritto un mio studente, avrei sicuramente chiamato Jack Byrnes di Ti presento i miei con la macchina della verità, o chessò, direttamente la Santa Inquisizione.

“Dimmi la verità, figliolo… Dove l’hai letto? Ti vedo. TI VEDO.” E mentre lui balbetta giustificazioni, in sottofondo parte la colonna sonora di X-Files. Le luci si abbassano. Una porta cigola mentre io nel frattempo prendo i popcorn.

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Resistere all’infinito (i modi indefiniti)

Caaaaaari Moooooodi Indefiniti,

siete l’immortalità, il respiro eterno della lingua, il soffio lieve che, scorrendo tra le parole, smeriglia gli angoli del tempo, rendendo le azioni simili a galassie infinite.

Siete il verbo che, rifiutando ogni confine, sfuggendo alle regole, continuando a esistere senza definirsi, lascia aperte tutte le possibilità…

Siete il battito sommerso della sintassi, il moto perpetuo del pensiero.

E allora ridere, ridere, ridere ancora, sfidando la paura e la morte, trasformando il passo del destino in danza, aprendo strade che sembravano chiuse, cantando l’eterna corsa verso Samarcanda.

Leopardi, per quel che mi riguarda, sta ancora sedendo e mirando, lasciando che il naufragare gli sia dolce in questo mare senza rive, senza argini, senza ritorni.

Montale va meriggiando pallido e assorto, scrutando il silenzio della calura tra i muri assolati, vedendo le ombre allungarsi verso la sera.

Siete l’Accusativo con l’Infinito delle nostre speranze: nos vivere in aeternum, la frase mai chiusa che continuiamo a ripetere nel cuore.

Siete l’Ablativo Assoluto del tempo che, scorrendo, ci illude: sole occidente, lasciandoci credere che ci sarà sempre un’altra alba.

Siete la Perifrastica Passiva, la consapevolezza fragile che tutto ci è concesso tranne il tempo: nobis una nocte dormienda est…

E allora amare, scrivere, sognare diventano atti di resistenza, gesti d’infinito.

In questo mondo programmato al millimetro, governato da algoritmi e calcoli infinitesimali, dove ogni nostro respiro sembra misurato, voi ci ricordate che anche la macchina più perfetta, il codice più ferreo, sospendendo il calcolo si ritrova a specchiarsi nell’indefinito.

E in quei silenzi inaspettati, nell’improvviso incepparsi della logica, anche l’algoritmo più avanzato può sentire echi di infinito.

Perché in fondo, cari ‘moti’ indefiniti, ci ricordate che l’essere umano, non accettando la propria finitezza, continua a inseguire il tempo, cercando di fermarlo, di piegarlo, di esprimerlo.

E all’infinito ci muoviamo, andando nel sole che abbaglia, scoprendo con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio,

in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

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Muzio Scevola: l’eroe che ci ha messo la mano

Eh sì, alcune storie della Roma delle origini sembrano davvero sceneggiature di cinepanettoni, di quelli che ti mettono dopo pranzo in oratorio mentre fuori piove e dentro si mescolano l’odore di broccoli bolliti e varechina.

Trame improbabili, colpi di scena telefonati e protagonisti che sembrano messi lì più per necessità che per logica. Ma guai a dubitare: è mito storico, l’ha scritto Tito Livio e quindi si prende sul serio. E noi, il pubblico in sala, annuiamo convinti, perché l’importante è crederci.

Mi spiego?

Mi spiego…

Ci sono uomini che entrano nella storia per il loro coraggio, altri per le loro imprese eroiche. E poi c’è Muzio Scevola, che viene ricordato solo perché… ha dato una mano.

La storia si svolge durante la guerra tra Romani ed Etruschi, in un momento critico in cui, diciamolo, i primi si erano stancati di prenderle e i secondi cercavano ancora di darle con una generosità quasi commovente. Roma è assediata da Porsenna, re di Chiusi, che per chi non mastica storia antica potremmo definire un investitore aggressivo: ha puntato Roma come prossimo affare da acquisire e non sembra intenzionato a negoziare con il consiglio di amministrazione. Chiusi voleva chiuderla, ma i Romani, testardi come sempre, insistevano per rimanere aperti.

E così, mentre la città eterna rischiava di trovarsi con le mani legate, Muzio Scevola decise di risolvere la questione a modo suo…

Muzio era un giovane romano con un’idea di patriottismo degna di un film americano anni ’80, roba alla Commando o Rocky IV, dove l’eroe, avvolto in una bandiera svolazzante, stermina i nemici con uno sguardo truce e una battuta a effetto. Il suo piano? Semplice e diretto: infiltrarsi nell’accampamento etrusco, far fuori Porsenna e salvare la patria in un colpo solo. Peccato che l’intelligence dell’epoca fosse più Circo Massimo che CIA e nessuno si fosse preso la briga di fornirgli un ritratto aggiornato di Porsenna.

Così Muzio, con tutta la grinta di un action hero disorganizzato, si insinua nell’accampamento nemico fischiettando Volevo essere un duro, perché ormai la cantano tutti, anche il signor Hamilton, il mio vicino di casa qui negli Stati Uniti, e quindi anche gli antichi romani.

Ad ogni modo, Muzio si fa strada tra le tende, afferra il pugnale, si lancia sul suo obiettivo e…

accoltella lo scriba di Porsenna.

Ora, non voglio dire che sia stato il primo fallimento operativo della storia, ma diciamo che se oggi Muzio lavorasse in un corpo speciale, il suo capo gli avrebbe già tolto il distintivo e la pistola, mandandolo a dirigere il traffico sulla via Appia.

Beccato con le mani nel sacco (anzi, insanguinate), Muzio viene trascinato davanti a Porsenna. E qui, invece di tentare una qualche difesa credibile – tipo “Non è come sembra!” o “Sono solo un cosplayer con problemi di gestione della rabbia” – decide di raddoppiare la posta e giocarsi la carta del terrore psicologico.

Davanti a tutti, con la calma di uno che ordina un caffè d’orzo al bar, infila la mano destra in un braciere ardente e la lascia lì, a sfrigolare come una braciola. Niente urla strazianti, niente Adriaaanaa alla Rocky, solo un’espressione da duro e una battuta da Oscar: “Visto che ho fallito nell’ammazzare Porsenna, mi punisco da solo… ringrazia che ho una mano sola, sennò quant’è vera Rea Silvia ti spiezzo in due!”

A livello di strategia, sta a metà tra il suicidio onorevole e il gesto di quel tizio della barzelletta che volle fare un dispetto a sua moglie.

E qui esce fuori il vero spirito romano di Scevola, che rilancia bluffando alla grande. Infatti, racconta al re etrusco, per incutergli ancora più timore, che lui è solamente il primo di trecento romani con lo stesso obiettivo: ucciderlo.

Ora, quando ho tradotto questa versione per la prima volta, ho alzato il sopracciglio di adolescente… Va bene, passino Romolo e Remo cresciuti da una lupa, che poi si improvvisano urbanisti e litigano su chi ha visto più uccelli nel cielo (?!), e alla fine uno ammazza l’altro. E passi pure la questione delle Sabine, che sembra il brainstorming di un gruppo di scapoli disperati: “Ragazzi, non abbiamo donne, che si fa?”

“Tranquilli, organizziamo una festa, rapiamo le donne dei vicini e poi vediamo come va.”

Ma questa della mano nel braciere è roba da casting per Italia’s Got Talent, con una punta di Man vs. Wild.

Perché, secondo i Romani, il gesto di Muzio ha un effetto cacarchico – nel senso che Porsenna e i suoi si cacano sotto vedendo un tizio che si introduce nell’accampamento nemico senza uno straccio di piano, cerca di uccidere il re ma accoltella invece lo scriba che stava finendo il cruciverba sulla Settimana Enigmistica. E sempre secondo i Romani, Porsenna, invece di ridergli in faccia e proporgli un TSO negli ospedali riuniti della Valdichiana, dice:

“Uuuuuu che paura, questi Romani! sono così tosti che si auto-puniscono da soli!”

E così il re, colpito dal gesto – e schifato dal tanfo di carne arrostita – desite dall’mpresa. Muzio, ormai con una mano in meno e una reputazione da leggenda, torna a Roma accolto come un eroe e si becca il soprannome di Scevola, cioè il mancino. Perché gli Etruschi, cornuti e mazziati, già che c’erano, l’hanno pure liberato.

E lo scriba? Poveraccio, nessuno si preoccupa dello scriba. La storia va avanti, gli eroi si prendono la gloria, perdono la faccia, le battaglie e talvolta le mani, ma lo scriba resta lì, cadavere dimenticato.

D’altronde, la storia è piena di scribi di Porsenna.

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Non è un disastro… è solo Litote

Eh che ci vuoi fare? L’altra sera mi annoiavo… Su Netflix niente di interessante, il solito scroll infinito senza meta. Libri già letti, telefono buttato sul divano. Senza pensarci troppo, ho aperto il libro di letteratura e, chissà perché, ho invitato le figure retoriche a cena.

L’Iperbole è arrivata per prima, esclamando di aver attraversato mari e monti per essere nel mio soggiorno. L’Anacoluto l’ha seguita, iniziando una frase che non ha mai finito. L’Allitterazione ha preso posto ripetendo, ripetendo, ripetendo il proprio nome finché qualcuno non l’ha zittita con lo sguardo. L’Antitesi ha passato dieci minuti a discutere con sé stessa, mentre l’Ossimoro ha chiesto un cocktail forte ma leggero.

E poi, senza fare rumore, sei arrivata tu. Ti sei seduta tranquilla, altezzosa, quasi invisibile. Non hai interrotto nessuno, non hai cercato attenzione. Ma sotto il tavolo, quando nessuno guardava, hai cominciato a tirarmi calci sugli stinchi che non erano esattamente una carezza.

Ah, Litote, Litote… Lo so, non sei certo l’ultima arrivata. Ma se i professori parlassero come mangiano, ti descriverebbero con due sole parole: bastarda dentro!

Sì, perché io ti immagino come una zia – anzi, no, una strega uscita direttamente dalla testa di Roald Dahl. Velluti dai colori dimessi, trucco che incipria ed esaspera il tuo lato umoristico, sempre a discapito del comico. Modesta e posata, non alzi mai la voce – d’altronde, non ne hai bisogno…

Fai finta di non voler ferire, ma non sei esattamente innocua.

E ma vuoi mettere? Con te le cose più brutte…”non sono bellissime”. E questo post non è un disastro… al massimo… “non brilla per competenza”.

Sei quel pensiero bellino ma “non del tutto chiaro”, quel tema interessante ma “non esattamente centrato”. Lo sanno bene i politici che non brillano per trasparenza, e gli studenti che “non hanno proprio superato alla grande la verifica”.

È grazie a te che Dante dice che “non è sanza cagion l’andare al cupo”, e Leopardi, che la giovinezza “non si gode a pieno”.

Diciamo che, dopo questo post, non potrai certo lamentarti di essere stata trattata con troppa clemenza.

Ma se c’è qualcuno che sa uscirne con classe, quella sei proprio tu.

E tu, lettore… se sei arrivato fino alla fine di questo post… beh, che aggiungere?

Ah ecco… Difficile dire che tu non abbia avuto una discreta dose di stoicismo.

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Ovidio, la scala cromatica dell’anima

Ovidio è una scala cromatica che non conosce mezze misure: passione, struggimento, trasgressione, sconforto senza soluzione di continuità. È lo sguardo innamorato sulla vita, il brivido di chi esplora il limite, la vertigine di chi ama troppo, o troppo male. Un po’ adolescente, un po’ uomo, un po’ poeta.

Lo leggo e torno adolescente, con lo zaino in spalla e la testa piena di zeppa pensieri che si scontrano senza logica. Caotico, irrazionale, come l’adolescenza stessa: tra ormoni e malinconia, ribellione e nostalgia, sogni enormi e piccole sconfitte. E in mezzo, sempre Ovidio, a ricordarmi che è nel caos che si nasconde la poesia.

Ecco perché scegliere cinque frasi è un po’ come rinunciare a un battito di cuore, a un soffio di vento, a un lampo che illumina senza scaldare.

Okay, solo cinque… (Più una bonus track, perché certe frasi meritano un angolo riservato nel Pantheon delle citazioni perfette.)

Ma so già che tra un quarto d’ora saranno evaporate, dissolte nel respiro di un’altra frase altrettanto struggente. Perché, in fondo, l’adolescenza è così… rarefatta come i colori impalpabili di un arcobaleno.

1Perfer et obdura, dolor hic tibi proderit olim.”

Resisti e persevera, questo dolore un giorno ti sarà utile.

(Tristia)

Me lo ripeto mentre correggo versioni di latino fino a notte fonda, con il telegiornale in sottofondo che racconta un mondo che non ho mai davvero capito. Mi aggrappo alla logica delle declinazioni, alla sintassi che ancora regge, mentre fuori le certezze si sgretolano.

Ovidio parlava di resilienza, ma nessuno insegna come resistere al peso delle domande senza risposta. E se certe risposte non arriveranno mai? Se il senso delle cose fosse solo un’illusione che ci costruiamo per andare avanti?

Forse crescere significa proprio questo: fare pace con la notte, accettare il buio, imparare a vedere nei frammenti ciò che resta, anche quando tutto sembra sfuggire.

2Amat et non sentit amorem.

(Ama, e non si accorge di amare.)

È il cuore che si muove prima della mente, che agisce in silenzio.

Come un soffio di vento, l’amore esiste anche quando non lo vedo. Forse è nei gesti che non ha notato, o in quel sorriso che non ho capito… e senza saperlo sto amando di nuovo.

3 Odero, si potero; si non, invitus amabo.

(Odierò, se potrò; se no, amerò mio malgrado.)

Perché l’amore è un bastardo: ti incatena a chi non vuoi e ti lascia indifferente davanti a chi vorresti. Non lo scegli, ti sceglie lui.

Provi a odiare, ma niente. Vorresti amare, ma il cuore non collabora. E così resti lì, in bilico, ostaggio di un sentimento che fa quello che gli pare, fregandosene della tua volontà.

4. Nequitia fugio, fugientem forma reducit.

Scappo dalla sregolatezza, ma la bellezza mi riporta indietro.

Come quando passo il tempo a scorrere video senza senso sui social, catturato dall’estetica perfetta di vite che non mi appartengono.

O quando mi prometto che sarà l’ultimo bicchiere, ma poi il vino scende morbido, il bicchiere si svuota, e la tentazione diventa ricordo sfocato di una promessa mai mantenuta.

Siamo costantemente in fuga da ciò che ci ingabbia, eppure la bellezza – nelle sue infinite sfumature – ci cattura e ci riporta al punto di partenza.

Forse perché, in fondo, l’effimero ha un sapore che il necessario non avrà mai.

5 Eunt anni more fluentis aquae.

(Gli anni passano come l’acqua che scorre.)

Una carezza che punge, una stilettata che accarezza. Ovidio l’aveva capito: il tempo scivola via e resistere è inutile. Non è il primo a dirlo, ma nelle sue parole c’è la rassegnazione dolce di chi ha capito che lottare serve a poco—e che alla filosofia, a volte, andrebbe semplicemente sussurrato un vaffanculo con la grazia di un poeta.

** Bonus track : Dicere quae puduit, scribere iussit amor.

(Quello che mi vergognavo di dire, l’amore mi ha costretto a scriverlo.)

Ovidio, visionario dell’ultimo accesso alle 03:17. Il precursore del DM impulsivo, dell’audio troppo lungo, del “sta scrivendo…” che dura un’eternità. Il cuore detta, la mano obbedisce, il cervello tenta un disperato intervento… ma è già troppo tardi.

Perfetta per le anime giovani, gli innamorati senza filtro e chiunque abbia mai cercato di cancellare un messaggio già inviato e visualizzato.

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