Eh sì, alcune storie della Roma delle origini sembrano davvero sceneggiature di cinepanettoni, di quelli che ti mettono dopo pranzo in oratorio mentre fuori piove e dentro si mescolano l’odore di broccoli bolliti e varechina.
Trame improbabili, colpi di scena telefonati e protagonisti che sembrano messi lì più per necessità che per logica. Ma guai a dubitare: è mito storico, l’ha scritto Tito Livio e quindi si prende sul serio. E noi, il pubblico in sala, annuiamo convinti, perché l’importante è crederci.
Mi spiego?
Mi spiego…
Ci sono uomini che entrano nella storia per il loro coraggio, altri per le loro imprese eroiche. E poi c’è Muzio Scevola, che viene ricordato solo perché… ha dato una mano.
La storia si svolge durante la guerra tra Romani ed Etruschi, in un momento critico in cui, diciamolo, i primi si erano stancati di prenderle e i secondi cercavano ancora di darle con una generosità quasi commovente. Roma è assediata da Porsenna, re di Chiusi, che per chi non mastica storia antica potremmo definire un investitore aggressivo: ha puntato Roma come prossimo affare da acquisire e non sembra intenzionato a negoziare con il consiglio di amministrazione. Chiusi voleva chiuderla, ma i Romani, testardi come sempre, insistevano per rimanere aperti.
E così, mentre la città eterna rischiava di trovarsi con le mani legate, Muzio Scevola decise di risolvere la questione a modo suo…
Muzio era un giovane romano con un’idea di patriottismo degna di un film americano anni ’80, roba alla Commando o Rocky IV, dove l’eroe, avvolto in una bandiera svolazzante, stermina i nemici con uno sguardo truce e una battuta a effetto. Il suo piano? Semplice e diretto: infiltrarsi nell’accampamento etrusco, far fuori Porsenna e salvare la patria in un colpo solo. Peccato che l’intelligence dell’epoca fosse più Circo Massimo che CIA e nessuno si fosse preso la briga di fornirgli un ritratto aggiornato di Porsenna.
Così Muzio, con tutta la grinta di un action hero disorganizzato, si insinua nell’accampamento nemico fischiettando Volevo essere un duro, perché ormai la cantano tutti, anche il signor Hamilton, il mio vicino di casa qui negli Stati Uniti, e quindi anche gli antichi romani.
Ad ogni modo, Muzio si fa strada tra le tende, afferra il pugnale, si lancia sul suo obiettivo e…
accoltella lo scriba di Porsenna.
Ora, non voglio dire che sia stato il primo fallimento operativo della storia, ma diciamo che se oggi Muzio lavorasse in un corpo speciale, il suo capo gli avrebbe già tolto il distintivo e la pistola, mandandolo a dirigere il traffico sulla via Appia.
Beccato con le mani nel sacco (anzi, insanguinate), Muzio viene trascinato davanti a Porsenna. E qui, invece di tentare una qualche difesa credibile – tipo “Non è come sembra!” o “Sono solo un cosplayer con problemi di gestione della rabbia” – decide di raddoppiare la posta e giocarsi la carta del terrore psicologico.
Davanti a tutti, con la calma di uno che ordina un caffè d’orzo al bar, infila la mano destra in un braciere ardente e la lascia lì, a sfrigolare come una braciola. Niente urla strazianti, niente Adriaaanaa alla Rocky, solo un’espressione da duro e una battuta da Oscar: “Visto che ho fallito nell’ammazzare Porsenna, mi punisco da solo… ringrazia che ho una mano sola, sennò quant’è vera Rea Silvia ti spiezzo in due!”
A livello di strategia, sta a metà tra il suicidio onorevole e il gesto di quel tizio della barzelletta che volle fare un dispetto a sua moglie.
E qui esce fuori il vero spirito romano di Scevola, che rilancia bluffando alla grande. Infatti, racconta al re etrusco, per incutergli ancora più timore, che lui è solamente il primo di trecento romani con lo stesso obiettivo: ucciderlo.
Ora, quando ho tradotto questa versione per la prima volta, ho alzato il sopracciglio di adolescente… Va bene, passino Romolo e Remo cresciuti da una lupa, che poi si improvvisano urbanisti e litigano su chi ha visto più uccelli nel cielo (?!), e alla fine uno ammazza l’altro. E passi pure la questione delle Sabine, che sembra il brainstorming di un gruppo di scapoli disperati: “Ragazzi, non abbiamo donne, che si fa?”
“Tranquilli, organizziamo una festa, rapiamo le donne dei vicini e poi vediamo come va.”
Ma questa della mano nel braciere è roba da casting per Italia’s Got Talent, con una punta di Man vs. Wild.
Perché, secondo i Romani, il gesto di Muzio ha un effetto cacarchico – nel senso che Porsenna e i suoi si cacano sotto vedendo un tizio che si introduce nell’accampamento nemico senza uno straccio di piano, cerca di uccidere il re ma accoltella invece lo scriba che stava finendo il cruciverba sulla Settimana Enigmistica. E sempre secondo i Romani, Porsenna, invece di ridergli in faccia e proporgli un TSO negli ospedali riuniti della Valdichiana, dice:
“Uuuuuu che paura, questi Romani! sono così tosti che si auto-puniscono da soli!”
E così il re, colpito dal gesto – e schifato dal tanfo di carne arrostita – desite dall’mpresa. Muzio, ormai con una mano in meno e una reputazione da leggenda, torna a Roma accolto come un eroe e si becca il soprannome di Scevola, cioè il mancino. Perché gli Etruschi, cornuti e mazziati, già che c’erano, l’hanno pure liberato.
E lo scriba? Poveraccio, nessuno si preoccupa dello scriba. La storia va avanti, gli eroi si prendono la gloria, perdono la faccia, le battaglie e talvolta le mani, ma lo scriba resta lì, cadavere dimenticato.
D’altronde, la storia è piena di scribi di Porsenna.
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