E alla fine… boh. (Storia di un anacoluto)

Sì, però adesso non fare l’offeso…

E poi scusa, mica è colpa mia se hai un nome che sembra un cocktail. Piuttosto prenditela con le altre figure retoriche che ti guardano dall’alto in basso… la metafora, che illumina i pensieri con un lampo di genio. La sinestesia, quella lama di luce fredda che accarezza i pensieri e li mescola in un vortice di sensazioni. O, chessò, con quella stronzetta della litote, che senza troppi clamori riesce a dire tutto senza dire troppo.

No, tu sei qualcosa di diverso. Sei tremendamente mediocre, così mediocre che… funzioni! Un errore che ha avuto la sfrontatezza di autoproclamarsi scelta espressiva.

Sei come il prezzemolo. Ti infili nei discorsi, ti accodi ai pensieri senza essere invitato, e poi li lasci a metà, con nonchalance, e cambi direzione. Sei l’interruzione improvvisa, il soggetto che rimane orfano del predicato, il caos che si fa passare per spontaneità. Eh sì, caro anacoluto, che poi la parola stessa vuol dire proprio quello: il riflesso di una mente che inizia un pensiero con slancio e poi si perde per strada.

Non sequitur.

Guarda che anche Alessandro, quando ha lavato i panni in Arno, si è tappato il naso e ti ha tenuto… “Perché questo signore, Dio gli ha toccato il cuore.” Ecco, appunto. A metà frase, il soggetto si smarrisce e il lettore è costretto a inseguirlo.

Che poi, scusa, ma a pensarci bene, sei lo specchio di questi tempi. Confusi, frammentati, pieni di promesse e di parole che iniziano e poi, come dire…

Sguazzi nei social che è un piacere, dove omettono tutto e non dicono niente, che uno li ascolta e dice: ma dove vuole andare a parare? E invece restano lì, sospesi e neanche lo sanno che ti hanno usato, perché molti scrivono anacoluti a loro insaputa…

E allora niente, alla fine uno ci si abitua. Sei il linguaggio di chi non ha certezze ma prova comunque a dire qualcosa. E allora va bene così. Che poi, alla fine, uno si affeziona.

Giusto per mettere i puntini sulle i, ci teniamo a precisare che le seguenti figure retoriche usate per scrivere questo post: la metafora, la personificazione, l’enumerazione, la sinestesia, l’iperbato, la paronomasia, la litote e il climax discendente si dissociano ufficialmente dal suddetto anacoluto e si dichiarano offese per essere state tirate in ballo.

Firmato: Il Sindacato delle Figure Retoriche Rispettabili, che prende le distanze da ogni struttura sintattica sospesa nel vuoto.

E se anche tu, che hai letto fino a qui, se hai deciso di seguirle, dissociandoti discretamente da Ex Cathedra…

E allora niente, insomma, volevo solo dire che—alla fine, ci si affeziona.

Perché, diciamolo, chi non ha mai iniziato un discorso con slancio e poi…

E alla fine boh..

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Un post alla volta.

Hey Daisy,

oggi è il tuo compleanno – visto che me lo sono ricordato?

Già, perché ricordiamo con il cuore, e rammentiamo con la mente.

Ci rammentiamo di buttare la spazzatura la domenica sera – almeno qui nel mio quartiere – o di pagare la bolletta del gas il quattro del mese. Ma ricordiamo le cose importanti. Quelle belle, e anche quelle brutte.

E oggi, che è il tuo compleanno, mi sono ricordato di fare una piccola donazione per SafeBAE (link nel primo commento).

A parte la donazione, anche quest’anno di risposte concrete non ne ho – che ci vuoi fare… in fondo sono solo un prof di latino.

Facciamo così: oltre alla donazione, ti lascio una frase.

In latino, ovviamente.

Sì, lo so… che originalità. Sei pronta?

Marcellus eris.

È un verso di Virgilio e sgorga giovinezza da tutti i pori.

Tipo… zaini lasciati aperti, snack mangiati di corsa, AirPods scarichi, custodie dei cellulari colorate.

Vuol dire: “Sarai Marcello.”

Ehh… ma Marcello era uno cool, pieno di promesse. Il nipote prediletto di Augusto. Destinato alla grandezza.

Ma è morto giovane.

Proprio come te.

Spezzato prima di diventare ciò che avrebbe potuto essere.

E di colpo quel “sarai” – al futuro semplice – resta lì, strozzato in gola. Come una promessa tradita.

Ad essere sincero i latinisti preferiscono un altro verso di questo passo, perché è più fotogenico: Manibus date lilia plenis. Versate gigli a piene mani. Da copertina Instagram. Da acchiappa-like.

Ma io non sono un latinista.

Sono un prof di latino.

E il latino, per me, è fatto di zaini scassati, battute fuori tempo, studenti che sbagliano i casi ma poi ti guardano negli occhi e ti fanno una domanda vera o semplicemente ti chiedono se possono andare al bagno e a me va bene lo stesso.

Purtroppo dalla tua vicenda abbiamo imparato poco, perché anche oggi lasciamo tracce di noi nella rete: nei profili, nei cellulari, nei cloud – che poi sono come le nuvole.

E allora pensiamo che non siano fatte di niente.

E ci illudiamo che non siano vere.

E invece sono lì.

E noi ci galleggiamo dentro.

Viviamo in un mondo di immagini: le scorriamo, le clicchiamo, le consumiamo in un lampo.

Le smembriamo con gli occhi, le azzanniamo, le sputiamo via.

E tutto ci scorre addosso senza lasciare nemmeno un graffio.

Ecco perché non riconosciamo più la poesia.

Perché la parola si è fatta profilo.

Vabbè, sto filosofeggiando…

Vedi, io nel weekend di solito mi rilasso con una frittatona di cipolle, birra ghiacciata, e caxxate sulla mitologia.

Ma oggi no.

Oggi sono qui, a chiedermi se la nostra versione di immortalità non sia proprio questa: costruita un post alla volta.

Nella tua fragilità, così spigolosa e molle al tempo stesso, ci hai ricordato quanto sia complicato il nostro mestiere.

Noi proviamo a insegnare quattro rudimenti di latino, sperando che i nostri studenti un giorno li ricordino.

Non che li rammentino.

Okay, il latino non serve a un cazzo.

Lo so da me. E poi se per caso me lo dimentico me lo rammentano in tanti…

Perché in questo sistema fatto di specchi non siamo più in grado di provare empatia.

Ma ogni tanto, qualcuno come te ci costringe a fermarci.

E allora sì: Marcellus eris.

Anche se sei già stata.

Anche se non ci sarai più.

Buon compleanno, ovunque tu sia.

Daisy Coleman (30 marzo 1997 – 4 agosto 2020) è stata un’attivista statunitense, nota per il suo impegno a favore delle vittime di violenza sessuale. La sua esperienza è raccontata nel documentario “Audrie & Daisy” (2016). Nel 2016 ha co-fondato SafeBAE (Safe Before Anyone Else), organizzazione non-profit dedicata alla prevenzione delle aggressioni sessuali nelle scuole. Daisy si è tolta la vita il 4 agosto 2020. Aveva 23 anni.

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Paronomàsia. Il pretesto del testo

Che ci vuoi fare…

Era una di quelle sere in cui ti sembra che il mondo stia in equilibrio tra un bicchiere di vino versato bene e un messaggio lasciato in sospeso.

Divano, silenzio, la solita guerra persa contro Netflix.

Dopo quindici minuti di scroll senza senso e sei trailer visti a metà, ho chiuso tutto.

Il telefono buttato lì.

La voglia sotto zero.

Come un messaggio lasciato in bozza: troppo vero per essere letto, troppo fragile per essere cancellato.

E allora ho fatto l’unica cosa che non si dovrebbe mai fare quando si è stanchi: ho riaperto il manuale di letteratura.

E ci sono cascato di nuovo… ho finito per invitare le figure retoriche a cena.

L’Iperbole è arrivata per prima, dicendo che era rimasta bloccata nel traffico “più lungo della storia dell’universo.”

L’Anafora, come sempre, ha salutato ripetendo: “ciao, ciao, ciao.”

L’Ellissi non ha detto nulla. Ma si è fatta capire.

La Metafora si è presentata vestita da lampadina: diceva di voler illuminare la serata.

E proprio quando pensavo che il peggio fosse passato… è arrivata lei.

La Paronomàsia.

Con un sorriso storto, si è seduta accanto a me.

Non parlava: scivolava.

Ogni parola sembrava un gioco. E forse lo era davvero.

“Sai,” mi ha detto, “certe cene fanno bene al cuore… e certe corse, al cuoco.”

Ho scosso la testa. Come quando da bambino sentivo i vecchi al bar raccontare battute sulla guerra: non capivo, ma ridevano per non piangere.

Lei però ha continuato.

Diceva che non voleva un piatto caldo, ma calmo.

Che amava le frasi semplici, ma simili.

Che aveva fame, ma soprattutto… fama.

Poi ha alzato il calice e ha sussurrato:

“Brindiamo al peso e al paese,

al segno — anzi no, al sogno,

alla mente che mente,

e alla storia che diventa storica solo se fa rumore.”

Tutti la guardavano con un misto di fastidio e fascinazione.

“Vedete,” ha detto, “io non cambio il senso. Cambio solo una lettera. Ma basta quello per spostare tutto, perché la vita è un equilibrio di vocali e consonanti.”

E prima ancora di capire, ha brindato:

“Alla vita, alla vite… al vitto.”

E io non sapevo se ridere o alzarmi e andarmene.

Poi si è fatta seria.

O almeno, ci ha provato.

“La lingua non è solo logica. È eco. È suono. È inciampo.

A volte uno sbaglio è solo un abbaglio che aspetta di essere capito.”

E lì, lo ammetto, mi ha fregato.

Perché certe parole sono specchi imperfetti. Trappole gentili.

Ti ci vedi dentro e non sai più se stai leggendo o ricordando.

Perché a volte “scrivere bene” non basta.

Perché noi, nelle parole, non cerchiamo solo senso.

Ci cerchiamo.

Cerchiamo un varco. Un rifugio. Un alibi.

Una carezza mascherata da concetto.

Una verità che faccia meno male se detta in rima.

E così finiamo per innamorarci di frasi che non parlano davvero di noi.

Ma lo fanno così bene che non importa.

Sì.

È una psicopatologia della vita quotidiana.

Ma con la calligrafia elegante di chi sa mentire con grazia.

Prima di andarsene, la Paronomàsia ha sussurrato qualcosa di amaro, quasi tra sé:

“Viviamo nel secolo del testo che nasconde il pretesto.

Del ti amo che suona come ti amare — cioè: ti rovino con dolcezza.

Dove valore fa rima con rumore.

E cuore… con errore.

Dove la verità ha l’accento sbagliato.

E la finzione si finge funzione.”

Poi ha guardato tutti.

Ha preso il cappotto.

E ha chiuso così:

“Le parole si somigliano tutte.

È il significato che non si trova più.”

E tu, lettore…

Se sei arrivato fin qui, potrei dirti che non sei uno qualunque.

Ma forse, più semplicemente, sei solo un qualcheduno.

Come me…

come tutti.

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L’arte di vivere in iperbole

Sei arrivata senza preavviso, senza misura, senza grazia.

Come sempre, del resto.

Hai spalancato la porta come un temporale e hai scaraventato l’universo in salotto.

Poi ti sei seduta accanto a me, a fissare il vuoto.

Che poi era un vuoto brulicante —

come un reel virale alle tre di notte: pieno di tutto, tranne che di senso.

Hai detto di aver attraversato il traffico dell’apocalisse —

anche se sei solo scappata dalla libreria in fondo al corridoio.

Ogni tuo gesto: un terremoto travestito da carezza.

Ogni tua frase: una tempesta con la voce di una sirena.

«È stato il giorno più devastante della mia esistenza», hai raccontato.

E poco importa se avevi solo perso il segnalibro.

Ti sei seduta sul divano come fosse un trono.

Hai tirato fuori parole come fossero foglie, rami, tronchi, alberi con tutta la radice: gigantesche, sproporzionate, inutili.

Eppure bellissime.

Non hai detto la verità.

L’hai messa in scena.

L’hai espansa, distesa come un tappeto rosso sopra i nostri giorni qualunque.

Con te una cena bruciata diventa un attentato emotivo.

Un messaggio non letto, un silenzio cosmico.

Ogni sospiro, “un dolce naufragio in questo mare”.

E la sai una cosa?

Ti ho invidiata.

Perché io, invece, sono limitato.

Misurato.

Negato.

Finito…

Hai sempre avuto il talento di rendere memorabile l’ovvio.

Di colorare il grigio con sfumature di rosa shocking.

Di farmi ridere — e poi piangere — solo per come dici

«sto morendo dal freddo».

E lo so che esageri.

So che lo fai apposta.

Ma so anche che sotto quella patina teatrale

sei fragile come le ossa cave degli uccelli:

fatta per volare, anche se basta una virgola per spezzarti.

Che a volte hai esagerato solo per essere ascoltata.

Perché ti hanno zittita troppo, un tempo.

E ora non non hai più argini…

«Ti amo da morire», ti ho detto una volta.

E forse, per un istante, ci ho anche creduto.

Ti ho baciata mille e mille volte, anche solo con gli occhi.

Perché tu sei così, Iperbole.

Non parli. Detoni.

Non entri. Invadi.

Sei una bugia con una briciola di verità.

Un dolore travestito da carnevale.

E quando te ne sei andata, non hai chiuso la porta.

Hai lasciato uno spiffero.

Un’eco.

Ma lo so:

se mi manchi,

basta un niente.

E sei di nuovo qui…

Pronta a spalancare la porta come un temporale

che scaraventa l’universo in salotto.

A ricordarmi

che a volte basta solo crederci.

E per magia quel silenzo sovrumano

diventa più ingombrante

di quell’ universo intero

con tanto di galassie.

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Dal pigiama alla polo stirata: anatomia di due studenti americani

Walmart e Target sono due catene di supermercati molto famose negli Stati Uniti. Walmart è noto per i suoi prezzi bassi e l’atmosfera rilassata: il classico posto dove puoi fare la spesa in pigiama senza sentirti fuori luogo. Target, invece, ha un tocco più chic, con prodotti leggermente più costosi e un ambiente che ti fa venire voglia di vestirti in modo presentabile. “Oh no, non ho trovato il latte da Walmart… ora mi tocca fare la doccia e vestirmi seriamente per andare da Target!”

Nella mia scuola, gli studenti si dividono proprio tra quelli di Walmart e quelli di Target…

Lo studente da Walmart: Entra in classe con l’energia di chi ha combattuto contro la sveglia e le ha prese. Felpa sformata, tuta scolorita, scarpe che sembrano aver vissuto più avventure del Grande Lebowski. Non cammina: striscia, e ogni passo sembra un test di resistenza alla forza di gravità. Porta sempre con sé uno snack improbabile—pork rinds, cotenne di maiale essiccate—perché, in fondo, se non sgranocchi colesterolo a colazione, cosa vivi a fare? E poi la soda di sottomarca dai gusti improbabili, quella che ti fa chiedere se esista una laurea per inventare sapori con nomi tipo “blu elettrico” o “frutta non identificata.” I vestiti sono un manifesto scapigliato: buchi strategici e macchie d’olio che si rigenerano da sole e gridano all’universo: “Sì, ci ho provato, ma la vita ha avuto la meglio.”

🔸 Lo studente da Target. Arriva con una precisione svizzera, polo stirata e pantaloni cachi perfetti, lunghi d’inverno e corti d’estate, sempre con la giusta misura di eleganza scolastica. Le scarpe sono sempre lucide e ordinate; lei magari sfoggia stivaletti di camoscio o ballerine che sembrano appena uscite da un negozio di Soho. E non dimentichiamo il gloss alla ciliegia o il gel per capelli applicato con la precisione di chi potrebbe vincere un premio per l’attenzione ai dettagli. Ogni movimento è curato, come se il loro feed di Instagram fosse la linea guida anche per l’aspetto fisico.

Questi due universi convivono nella mia aula, si sfiorano e si evitano, come il grana e l’impepata di cozze, la Juventus e l’Inter, Target con il suo logo rosso e Walmart con il suo logo blu… E anche se sembrano mondi opposti, sono in fondo l’altra faccia della stessa America.

Il mondo è bello perché è avariato, e la mia aula lo è ancor di più. No, non avariata, bella! E mi piace proprio così, un passo (o una strisciata) alla volta.

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Clelia – fuga con stile (E col bagnasciuga)

(Con il patrocinio morale di Italia’s Got Talent, Baywatch e le Guide galattiche per Giovani Ostaggi)

Ci sono storie fatte di sospiri e attese.

Eroine eleganti, che scrivono versi con la penna d’oca, fissano il tramonto e aspettano il destino come fosse il rider della cena.

E poi c’è Clelia.

Clelia non ha mai aspettato nulla, tranne che il semaforo diventasse verde alla fermata del treno.

Romana di nascita, cresciuta a decoro, patriottismo… e dorso sincronizzato.

In casa sua, la dolcezza era opzionale. La disciplina, no.

Sua madre? Più che accarezzarla, la raddrizzava a forza di moniti, sguardi taglienti e occasionali ciabatte volanti.

Il tipo di donna che non ti leggeva le favole: te le assegnava. Con riassunto e analisi della morale obbligatoria.

E poi c’era il nuoto.

Il Tevere.

Lo stile libero come seconda lingua.

Una combinazione pericolosa tra Piccole donne e Federica Pellegrini.

Mi spiego?

Mi spiego…

Era un periodo in cui Roma sembrava un condominio litigioso sull’orlo dello sfratto:

senatori che comunicavano solo a frecciatine passive-aggressive,

e Porsenna che teneva la città sotto scacco come il finale di una serie HBO — teso, drammatico, con colonna sonora da infarto.

Dopo il flop scenografico di Muzio Scevola, i Romani accettarono una tregua.

Ma la pace ha sempre un prezzo.

E così, per dimostrare buona volontà, offrirono a Porsenna un pacchetto di ostaggi.

Dodici. Tutte ragazze.

Guarda caso. Che tenera coincidenza.

Una mossa diplomatica che suonava tipo:

“Le armi no, ma portatevi pure le figlie: parlano il giusto, pesano poco e mangiano niente.”

Ora, chiariamo: fare l’ostaggio, ai tempi, non era roba da romanzo rosa.

Niente protocollo. Niente comfort zone.

Solo tende polverose, sguardi torvi e la certezza che, se volevi la libertà, dovevi andartela a prendere.

Ma Clelia non era tipo da struggimenti notturni o lettere su tavolette di cera.

Era più da “ho un piano”.

Così, una notte, mentre il campo etrusco taceva e il Tevere brillava come una via di fuga liquida,

Clelia fece ciò che le riusciva meglio: nuotare.

Con lei, un manipolo di ragazze giovani, spaesate, ma pronte a seguire quell’uragano in toga che sembrava sapere esattamente dove andare.

Nessuna mappa. Nessun salvagente. Solo fede cieca e il sospetto che Clelia avesse vinto almeno una volta gli Interregionali Juniores di Ostia.

Attraversarono il fiume.

Tra alghe, correnti e il dubbio che un paio di pesci stessero spiando per conto del quartier generale etrusco.

E ce la fecero.

Tornarono a Roma bagnate, sfinite, ma intere.

L’attesa fu breve.

Il plauso? Inesistente.

I senatori — sempre ligi ai trattati — le accolsero come si accoglie un ospite che arriva in anticipo mentre la moglie sta ancora condendo l’insalata.

Brontolii, sguardi torvi, mani nei capelli (ben pettinati, ovvio).

Clima generale: meno “Bentornata, eroina!” e più “E mo’ chi lo dice a Porsenna?”

La dichiararono una figuraccia internazionale. Una rottura diplomatica.

Una cleliata. Da nota a piè di pagina.

Clelia, fradicia e furente, sgranò gli occhi:

— No raga, aspettate. Mi state dicendo che… devo tornare indietro?!

Silenzio.

— Fatemi capire bene: mi faccio il Tevere di notte, a nuoto, con dodici ostaggi appesi al costume, inseguita da zanzare e fauna fluviale,

e la vostra reazione è: Oops, diplomatically inconvenient, please resend?

Qualcuno tentò un “è per il bene della Repubblica”, ma era già troppo tardi.

Clelia esplose con la grazia esasperata di chi ha finito i filtri mentali:

— Bene della Repubblica un par di sandali! Mi avete spedita come premio di consolazione, ho rischiato l’annegamento multiplo, ho fatto da GPS umano a dodici anime perse…

e ora mi rispedite al mittente?! Ma che siamo, Amazon Prime?

Si voltò verso i senatori come una prof che ha appena beccato l’intera classe a copiare.

— Se non fossi cresciuta con una matrona romana e una vasca olimpionica, a quest’ora sarei affondata. Come i vostri standard morali.

Niente da fare.

Le toghe alzarono le spalle, citarono una clausola del trattato e, con l’entusiasmo di chi riceve la bolletta della luce, sentenziarono:

si torna da Porsenna.

Clelia, con lo sguardo di chi ormai galleggia su un mare di sarcasmo, si rimise in marcia verso l’accampamento etrusco.

Non da prigioniera.

Da vendetta con le sopracciglia alzate.

Porsenna, che ormai aveva superato lo stadio dello sdegno per approdare a quello dell’ammirazione, la fissò come si guarda una serie che pensavi noiosa e invece… spacca.

Non la punì. Non la rimproverò.

Anzi: le concesse di tornare a Roma. Con una clausola.

Poteva scegliere chi portare con sé.

Clelia non esitò.

Si prese le più giovani, le più fragili, le meno pronte.

Quelle che, un giorno, avrebbero raccontato la sua storia.

E mentre il sole tornava a danzare sul Tevere, se ne andò con passo fiero e un mezzo ghigno.

Il ghigno di chi sa che la leggenda, ormai, è fatta.

Il resto? Solo rumore di fondo.

C’è chi disse che era fuggita a cavallo.

Chi giurò che danzava sulle onde come una ninfa.

Qualcuno l’aveva vista ballare la corrente come Heather Parisi.

Non importa.

I Romani le dedicarono una statua.

A cavallo, per l’appunto.

I dettagli cambiano.

I secoli, i nomi, i vestiti.

Ma il coraggio no.

Clelia attraversa un fiume.

E con lei, tutte le donne

che non aspettano il via libera.

Trattano con re. Sfidano le leggi

E nuotano nel silenzio.

Facendo sembrare tutto

una passeggiata.

O una coreografia.

O entrambe…

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Assonanze retoriche al tramonto

Oltre la finestra, le ombre della sera si allungano come lame affilate.

Fendono l’orizzonte, che si tinge di rosso vivo —

come il sangue versato sull’orlo del giorno.

Non so perché, ma i tramonti americani mi sono sempre sembrati smisurati.

Come se il cielo, da queste parti, avesse più spazio per i sentimenti.

Lo so da me che è solo una suggestione — ma continuo a crederci lo stesso.

E io sono qui, accoccolato sul divano,

la coperta sulle ginocchia, il laptop aperto sul registro elettronico,

che scivola piano verso il pavimento,

stanco di correggere. Come me.

Fuori, il buio si beve la sera a piccoli sorsi,

inciampando piano su versi dimenticati.

Dentro, resta solo il respiro lento delle cose che non hanno più fretta.

Un po’ come queste figure retoriche che mi ronzano in testa.

Entrano una a una, come ospiti imprevisti,

ognuna col suo profumo e passo distinto:

La metafora sa di legno antico e incenso,

profuma come una biblioteca chiusa da anni,

e indossa una pelliccia di senso che sfiora tutto senza scaldare davvero.

L’anafora odora di carta appena stampata,

ripete tutto due volte,

con la tenerezza ostinata di chi ha paura di non essere ascoltato.

…essere ascoltato…

L’iperbole irrompe col profumo pungente del peperoncino,

inciampa nella porta, si butta per terra e urla che sta morendo

(spoiler: ha solo preso lo spigolo).

La litote passa quasi inosservata,

sa di lino steso al sole e camomilla tiepida —

dice “non è male qui”, inutile dire che intende “è meraviglioso”.

L’ossimoro profuma di spaghetti alle vongole e parmigiano,

una fragranza impossibile da definire,

che lascia un retrogusto di contraddizione stridente.

La sineddoche ha l’odore del ferro,

di chi prende una parte e se la tiene stretta,

come un ricordo inciso nella pelle.

E poi c’è questo sentore nell’aria.

a cui non riesco a dare un nome…

Sa di rose e viole — sbiadite, lisciate.

Come certe parole che sembrano voler fare rima,

ma all’ultimo inciampano sulle vocali,

eppure si cercano lo stesso

ma lasciano strascichi di consonanti che suonano bene.

Assonanza, la chiamano.

Non chiude. Non risponde.

Si insinua.

Tra le sillabe, tra le pause.

E mentre provo a seguirla,

una musica leggera attraversa la stanza —

senza melodia, solo eco.

E allora mi sveglio.

Confuso.

Con in bocca il sapore dell’assonanza: dolciastro, artificiale,

tipo Dietor dimenticato sul fondo di una tazzina di caffè.

Vado alla finestra.

La notte è immobile.

In fondo al prato, nella piega più scura del silenzio,

la vedo…

è una capra.

è sola sul prato

è legata.

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Manuale IKEA per supplenti (con Cicerone in nota)

Nelle scuole americane, se manchi — anche solo un giorno — devi lasciare un piano dettagliato per il supplente: il famigerato sub plan.

Non è un’opzione. È legge scolastica scritta e protocollata in triplice copia, controfirmata da un dio minore e forse pure da Tacito.

Il sub plan è come le istruzioni IKEA, ma con più ansia e meno brugole: seating chart, materiali pronti, attività a prova di panico.

Tacito? Solo se riesci a spiegarlo in due righe, magari con immagini e opzione true/false.

E mentre cerco di scrivere con le costole che si muovono come stuzzicadenti nel microonde, avvolto in una coperta a forma di burrito umano, penso sempre a loro: i supplenti.

Due su tre sono ex prof in pensione.

Gente che la scuola non l’ha mai davvero lasciata.

Tornano perché ci credono ancora. O magari si annoiano. O entrambi.

Occhi stanchi ma lucidi, mani un po’ tremolanti ma sicure.

E un repertorio infinito di frasi che iniziano con: “Ai miei tempi…”

Cicerone — che di vecchiaia se ne intendeva — lo dice meglio di chiunque altro:

“Nemo tam aetate confectus est ut non speret se alterum annum victurum / nessuno si ritiene così vecchio da non sperare di vivere un altro anno.”

Nel mondo romano, negotium era il fare, il decidere, il correre.

La negazione dell’otium. La vita attiva.

L’otium era ciò che veniva dopo: leggere, pensare, capire cos’hai combinato nella vita.

Un po’ come quando, alla fine di una vacanza, riguardi le foto e i giorni e ti chiedi se l’hai vissuta come meritava. E chissà, magari sei riuscito anche ad essere felice.

I supplenti di una certa età queste cose le sanno.

La mattina insegnano a ragazzi che li ascoltano con un orecchio solo, mentre l’altro scrolla TikTok.

Il pomeriggio leggono, portano fuori il cane, cucinano per i nipoti.

Hanno trovato un ritmo che non prova a battere il tempo, ma a camminarci accanto.

Una volta ho lasciato tre pagine fitte di indicazioni.

Il giorno dopo ho trovato un biglietto: “Grazie. Mi hai fatto sentire ancora parte del gioco.”

Mi ha fatto pensare a Hello in There, una vecchia canzone di John Prine.

Parla di anziani che nessuno saluta più, e di quanto valga ancora la loro voce.

“You know that old trees just grow stronger,

and old rivers grow wilder every day.”

“Vedi, i vecchi alberi diventano più forti,

e i vecchi fiumi ogni giorno più impetuosi.”

Alla fine mi dico che, in questo mestiere, si invecchia come si insegna: un po’ alla dick of dog, un po’ per amore.

E finché reggo, meglio stare davanti alla classe.

Poi, quel che succede, succede.

Fuck’em.

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Servi sumus… immo in aere

— Damn it, Mr. D, ma che razza di frase è in aere alieno sum?

— Letteralmente? “Sono nel bronzo di un altro.”

Tipo… ho rubato una padella?

— Quasi. Per i Romani aes era il bronzo—cioè i soldi. Alienum vuol dire “di un altro”. Tradotto: sto usando soldi non miei. Ho i debiti.

— Ah, tipo quando uso la carta di mio padre su Amazon?

— Esatto. Solo che i Romani non ti mandavano la notifica: ti mettevano direttamente all’asta.

— Molto user-friendly.

— Per loro il debito non era solo un problema economico. Era un’onta. Ti toglieva l’onore, la libertà. Eri alienus—straniero persino a te stesso.

— Meno male che oggi ci sono le rate.

— Illusione. Seneca diceva: “Non è povero chi ha poco, ma chi desidera troppo.”

— Eh, vabbè… Seneca era un filosofo.

— Sì, ma con le ville, gli schiavi, le miniere e i prestiti a tassi da strozzino.

— No dai… pure lui?

— Un vero esperto del distacco. Tipo quei guru su TikTok che predicano il minimalismo mentre bevono kombucha in business class.

— Mr. D, mi sa che sto entrando in crisi stoica.

— Normale. È il primo passo.

— E il secondo?

— Disdici Netflix. Vendi tutto, e trasferisciti in Cilicia a scrivere lettere a un certo Lucilio.

***

Vantaggi esclusivi del Debitum Pack:

– Cashback in denarii su tutte le spese superflue (thermae, gladiatori, banchetti inopportuni con Trimalchione)

– Accesso VIP alla Domus Aurea Lounge (solo se accompagnato da Nerone)

– Protezione debiti: in caso di default, ti vendiamo direttamente al foro. Nessuna scocciatura!

Slogan ufficiale:

Vive memor alieni.

Spendi come un console, paga come un plebeo.

(Il debito è per sempre. )

Spoiler finale:

Sono spariti i sesterzi.

Non i debiti.

Non è cambiato niente.

Servi sumus… immo in aere 👽

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C’è una crepa in ogni cosa

La ragazza fissa lo schermo come si guarda la pioggia scivolare sul vetro: senza aspettarsi nulla.

Altro che Cicerone: guarda TikTok.

Nel video, una mano smarrita nel tempo lancia bottiglie e barattoli giù da una scalinata…

Bottiglia di Coca-Cola: salta tre gradini, poi esplode in una nuvola di schiuma marrone.

Barattolo di pomodori pelati: rimbalza coriaceo, poi si apre in un rosso che sa di ferro arrugginito, di banchi incisi, di silenzi prima dell’intervallo.

Vasetto pieno di biglie: si frantuma. Le palline rimbalzano sui gradini, tintinnando come pensieri che non trovano pace.

La ragazza osserva tutto, immobile.

“Melany, ma cosa ti piace di questi video?”

Lei aspetta che anche l’ultima biglia si fermi. Poi alza due occhi che sembrano riemergere dal fondale di un oceano blu acciaio, profondissimo.

“Non lo so. Vedere qualcosa che si rompe mi fa stare bene.” La voce è calma, quasi un sussurro.

C’è chi trova sollievo nelle cose che restano,

e chi respira meglio tra i frammenti.

Perché, in fondo,

c’è una crepa in ogni cosa,

ed è lì che entra la luce.

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