ANNUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM.

La luce del sole filtra attraverso le finestre oscurate.

Il silenzio della stanza è rotto solo dal ronzio degli speaker della lavagna multimediale.

HABEMUS PAPAM!

Nella penombra, gli oggetti sfumano:

quaderni, libri e penne sparsi sui banchi disegnano giochi in chiaroscuro.

L’odore del gesso e della carta si mescola all’aria stagnante dell’aula.

Il fruscio delle pagine somiglia allo sciabordio di onde contro una scogliera remota.

EMINENTISSIMUM AC REVERENDISSIMUM DOMINUM…

Gli occhi si abituano piano al buio.

Dettagli emergono:

il profilo delle piante oltre la finestra,

il riflesso tremolante delle luci sul pavimento,

passi ovattati che si avvicinano e poi si spengono dietro la porta chiusa.

DOMINUM ROBERTUM FRANCISCUM,

Fatim si ispeziona le pellicine con la cura automatica di chi cerca rifugio nel gesto.

Stephen strizza gli occhi rossi — chissà cosa si è fumato in bagno all’intervallo.

Kenzie sbadiglia tanto che lacrime scure le rigano le guance:

fosse stato sangue, avremmo gridato al miracolo.

Ma è solo mascara.

Probabilmente comprato sabato, in un centro commerciale pieno di neon e sogni in saldo.

SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE CARDINALEM PREVOST,

E in questa penombra, all’improvviso, riaffiora una memoria.

La veranda degli zii, a Roma.

Avevo quindici anni.

L’aria sapeva di asfalto arroventato e basilico sui davanzali.

Camminavo sui sampietrini come su un mosaico antico.

Seguivo la luce obliqua che cadeva sui Fori imperiali.

Restavo in silenzio davanti al silenzio della Cappella Sistina.

Le fontane nei cortili nascosti sussurravano nenie lontane,

come se non volessero svegliare i secoli.

Roma non spiegava.

Ti prendeva. E basta.

QUI SIBI NOMEN IMPOSUIT LEONEM DECIMUM QUARTUM.

Silenzio.

Poi qualcuno tira fuori il cellulare.

Un altro sbadiglia.

Io torno alla lavagna.

Morto un papa, se ne fa un altro.

E intanto in questa scuola americana, tra un quiz su Google Forms

e una lezione su PowerPoint,

continua la liturgia laica del presente.

Un sapere a scatti, tra connessioni instabili e vite distratte —

ma pur sempre un tentativo di salvezza.

E io continuo a insegnare.

Che, qui come altrove,

è una preghiera laica alla giovinezza.

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Marziale, il troll dell’antichità

Disclaimer filologico:

Questo post contiene contenuti esplicitamente marziali.

Satira cruda, latino senza censura e parolacce con la toga.

Leggere a stomaco pieno, ma senza prendersi troppo sul serio.

Marziale è il comico che nessuno osa invitare, ma tutti leggono di nascosto.

Uno che oggi avrebbe una rubrica fissa su una testata nazionale — satira feroce, pubblico in visibilio e ospiti terrorizzati.

Un po’ Swift, un po’ Rabelais, un po’ Flaiano con il dente più avvelenato.

Non cerca di piacere: mira al punto debole. Colpisce e affonda.

Scrive epigrammi come se fossero tweet: brevi, taglienti, indelebili.

Lo leggo e mi sembra di sentirlo ancora: risate soffocate, occhi bassi, qualcuno che tossicchia per imbarazzo.

Altri applaudono.

Lui, intanto, ha già cambiato bersaglio.

È passato al prossimo.

Ecco perché scegliere cinque epigrammi è quasi un atto di violenza contro il resto.

Ma lo faccio.

Perché lui lo avrebbe fatto.

Cinque coltellate d’autore.

1.

“Non amo te, Sabidi, nec possum dicere quare.

Hoc tantum possum dicere: non amo te.”

Non ti amo, Sabidio, e non so dire perché.

So solo questo: non ti amo.

Marziale condensa in due versi un sentimento chiarissimo: a volte qualcuno ci è antipatico a pelle, senza un motivo. Invece di fingere affetto, il poeta spara la verità in faccia con brutale ironia.

È talmente diretto che fa ridere.

Una sincerità spiazzante che oggi troveremmo in un meme, o in un tweet velenoso.

(Questi versi hanno fatto scuola: nel ’600 un certo Tom Brown li copiò in un epigramma inglese dedicato al “Dottor Fell” — segno che l’antipatia immotivata è davvero eterna.)

2.

“Nuper erat medicus, nunc est vespillo Diaulus:

quod vespillo facit, fecerat et medicus.”

Fino a poco fa Diaulo era medico. Ora fa il becchino.

Quello che fa da becchino, lo faceva già da medico.

Umorismo nero in puro stile romano.

Il dottor Diaulo era così incapace che uccideva i pazienti: tanto vale cambiare mestiere e fare direttamente il becchino.

Una battuta crudele — degna di una vignetta satirica sulla mala sanità.

Ridiamo, con un brivido. È black humor che non risparmia nessuno, nemmeno la Morte.

Diaulo è l’antenato dei “Dottor Morte” delle barzellette moderne: e Marziale strappa un sorriso amaro sulle disgrazie altrui.

3.

“Semper pauper eris, si pauper es, Aemiliane:

dantur opes nullis nunc nisi divitibus.”

Resterai sempre povero, se sei povero, Emiliano.

Ormai le ricchezze si danno solo ai ricchi.

Sembra una battuta…

Invece è la sintesi del capitalismo.

Un concetto così attuale che potrebbe stare su una maglietta, o in un verso di Frankie hi-nrg:

“Gli ultimi saranno gli ultimi, se i primi sono irraggiungibili.”

Marziale l’aveva già detto.

Con due versi e una rassegnazione affilata come una moneta fuori corso.

(Oggi i poveri votano i miliardari, sperando in un miracolo — e il cerchio si chiude.)

4.

“Quem recitas meus est, o Fidentine, libellus:

sed male cum recitas, incipit esse tuus.”

Il libretto che reciti è mio, o Fidentino; ma quando lo declami male, diventa tuo.

Quando hai un’idea. O leggi qualcosa che ti vibra dentro.

E poi la ritrovi altrove: stiracchiata, impaginata con un altro font, cambiata quel tanto da sembrare un déjà-vu.

Non è plagio. È telepatia editoriale.

È che ormai le idee viaggiano senza cintura di sicurezza.

E i pensieri belli sono pubblici — ma senza copyright.

E tu resti lì, a chiederti se vale ancora la pena pensare.

O se convenga direttamente affidarsi a chatGPT o Gemini, o entrambi…

5.

“Non vis in solio prius lavari

quemquam, Cotile: causa quae, nisi haec est,

undis ne fovearis irrumatis?

Primus te licet abluas: necesse est

ante hic mentula, quam caput, lavetur.”

Tu, Cotilo, vuoi essere il primo a lavarti nella tinozza.

Come mai? Hai paura che l’acqua sia contaminata da altri?

Nessun problema: lavati pure per primo.

Tanto lo sappiamo tutti che ti lavi prima il 🌵… e solo dopo la testa.

Non è volgarità. È sociologia con le unghie sporche.

Marziale, ancora una volta, guarda in faccia la realtà.

E la prende a parolacce ben scritte.

Leggere Marziale è come guardarsi allo specchio quando non c’è più trucco, né filtri, né luce buona.

È scomodo, spesso ingiusto, a volte ferocemente vero.

Ma anche questo è un atto d’amore:

perché chi ti prende in giro, spesso ti conosce meglio di chi ti consola.

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Eutanasia filologica (friendly reminder)

Scrivo alla lavagna:

Quod sumus, hoc eritis.

Fuimus quandoque quod estis.

Che poi è maggio, eppure il cielo fuori dalla finestra sembra un lenzuolo dimenticato —

grigio, molle, steso male.

Un paio di studenti mi guardano come se avessi appena evocato un fantasma.

— Ok, traduciamola insieme.

“Quod sumus…”

— Ciò che noi siamo…

“Hoc eritis.”

— …questo voi sarete.

“Fuimus quandoque…”

— Noi fummo un tempo…

“Quod estis.”

— …ciò che voi siete.

Le foglie raschiano i vetri come dita impazienti, l’aria ha quel silenzio prima del suono della campanella.

Seth appoggia il mento sulla mano.

Kenzie smette di mangiucchiarsi le unghie.

Priscilla, nel fondo della classe, sospira.

E intanto la frase resta lì, intera, tradotta,

come se avesse appena ripreso vita:

Ciò che noi siamo, voi lo sarete.

E ciò che voi siete, noi un tempo lo fummo.

Nessun esercizio da fare.

Nessuna regola da spiegare.

Solo quella linea sottile che ci collega —

noi, oggi, qui,

e quelli che c’erano prima, là,

tra incenso, candele e affreschi sbiaditi.

E pazienza se non avevano la classicità di Cicerone,

la limpidezza di Ovidio,

o il cuore che sanguina in poesia, come in Catullo.

Scrivevano lo stesso.

E in quell’istante sospeso, tra il suono del gesso e il niente di fondo,

forse i miei studenti lo capiscono davvero.

Che no, non siamo eterni.

Ma possiamo scegliere cosa farne,

di questa manciata di ore —

ridicola, irripetibile,

nell’indifferenza dell’eterno.

***

E comunque,

se siete arrivati fino a qui

e adesso cercate nei cassetti un goccio cicuta, fruste medievali

o un tutorial per disiscriversi dalla classicità —

vi capisco.

Questo post?

Altro che elogio del latino:

è uno spot per l’eutanasia filologica.

Mannaggia a Clitemnestra.

E pure ai friendly reminder

sotto forma di memento mori 😜

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Piccoli risarcimenti alla memoria

Il silenzio si aggira nella classe deserta, tenue come una nuvola solitaria in un cielo lontano.

Non ci sono più gli schiamazzi dei ragazzi, che misurano la vita a colpi di app, post, like e commenti lasciati al volo.

La quiete si insinua tra le pieghe digitali del pomeriggio. Il mondo virtuale arretra, lasciando spazio alla calma del tempo reale: serio, pragmatico, eterno.

Della lezione appena finita restano solo gli echi delle mie parole, rimbalzate contro visi distratti.

La finestra che dà su White Oak filtra le ultime luci del giorno, mentre i truck scuotono il silenzio con tuoni di motori.

Là fuori il mondo corre.

Qui dentro, invece, il tempo si è preso una pausa.

Adoro le scuole deserte. I rumori del giorno si fanno echi.

Il pavimento scricchiola, qualche risata dimenticata galleggia tra i muri, l’orologio ticchetta.

E tra le ombre, galleggiano fantasmi di studenti impalpabili come follower senza profilo.

Forse è solo suggestione, ma giurerei di sentire l’aroma di un caffè appena fatto.

La lezione mi è rimasta addosso come l’odore di un cavolfiore bollito.

Abbiamo tradotto un passo che diceva: Numquam se plus quam semel iubet invenire cupido –

il desiderio non chiede mai di trovarsi più di una volta.

Sarebbe bastato fermarmi alla grammatica.

E invece ho fatto il professore poeta-filosofo, mi sono incagliato in una riflessione sul fine della vita, sulla felicità, sulla Fama — quella con la F maiuscola, alimentata a like e viralità.

I ragazzi mi hanno guardato come un post sfigato senza like.

Un meme incomprensibile in giapponese.

Non solo non ci siamo capiti.

Ci siamo fatti pena.

E allora ho raccontato una storia.

Una che mi aveva confidato anni fa Mr. Reder, collega di American History.

La storia di Kevin e Susan.

Kevin, 17 anni, la notte di Capodanno va a una festa.

Beve, troppo. E al mattino presto, ancora ubriaco, si mette alla guida.

Sul tragitto verso casa si schianta contro un’auto che sopraggiunge dalla direzione opposta.

Alla guida c’è Susan, 18 anni che muore sul colpo.

Kevin viene condannato per omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza: tre anni di libertà vigilata e un anno di lavori socialmente utili.

I genitori di Susan, devastati, lo portano in tribunale civile.

Chiedono un milione e mezzo di dollari per danni emotivi.

Ma poi, a sorpresa, propongono un accordo alternativo.

Niente soldi. O meglio: sì, ma solo 936 dollari,

a patto che vengano versati un dollaro alla volta,

ogni venerdì, per 18 anni.

Uno per ogni anno vissuto da Susan.

Kevin accetta. E inizia.

Ogni venerdì compila un assegno intestato a Susan.

Le settimane diventano mesi.

I mesi un anno. Poi due. Poi sette.

Ma quel gesto ripetuto diventa un’ossessione.

Lo perseguita.

Kevin sviluppa sintomi da stress post-traumatico.

Il solo vedere il blocchetto degli assegni gli provoca nausea.

Un giorno decide di inviare ai genitori di Susan due scatole piene di assegni postdatati, con un anno in più rispetto a quanto pattuito.

Loro rifiutano.

Dopo 364 assegni, Kevin comincia a saltare qualche pagamento.

I genitori lo denunciano di nuovo.

In tribunale, Kevin crolla.

Piange, racconta che scrivere quel nome ogni settimana è diventato insostenibile.

Dice che sente la voce di Susan la notte, che la colpa lo sta consumando.

Il giudice lo condanna a 30 giorni di prigione.

La motivazione?

Il padre di Susan spiega che ogni volta che l’assegno non arriva, loro sentono che Kevin sta cercando di dimenticare.

E questo è inaccettabile.

Perché loro, Susan, non possono dimenticarla.

Kevin torna in libertà.

E riprende.

Scrive ancora, un dollaro alla volta.

L’ultimo assegno lo spedisce nel 2001.

Ora io mi mi chiedo:

ma perché certe cose succedono Only in America?

Mi capita spesso di pensare che insegnare sia un po’ come spedire assegni settimanali alla memoria di qualcosa che non c’è più.

Un risarcimento simbolico — per il tempo perduto, per le domande che non ci fanno più, per le vite che scorrono altrove mentre noi restiamo qui, a tentare di spiegare il desiderio racchiuso in un congiuntivo.

Lingue morte per democrazie vive

Alla TV, il presidente arringa la folla da un parcheggio della Pennsylvania.

Ha già vinto le elezioni, ma continua a fare comizi.

Chissà poi perché…

Il sole filtra dalle serrande, ravvivando il pavimento di quercia scura con nastri di luce guizzante.

Mi alzo dal divano e vado in cucina. Le finestre, abbassate a metà, sembrano opporsi a questo sole acerbo di inizio giugno che brucia l’aria senza scaldarla davvero.

«People from prisons, from insane asylums… they are pouring into our country.»

Mi volto verso lo schermo.

Vorrei spegnerlo, ma il telecomando è rimasto sul divano. E oggi non ho voglia di fare niente, figuriamoci tornare indietro per spegnere la televisione.

Verso il caffè. Tiepido. Amaro in una tazza di Hello Kitty sbeccata.

Apro la porta sul retro e mi siedo sugli scalini. Il caldo mi si appiccica alla pelle come un rimorso.

Il quartiere sonnecchia. Le tende della casa di fronte danzano lente. Il vento si aggira stanco. L’estate si prepara a barattare illusioni in saldo.

In fondo alla via, il postino avanza cassetta dopo cassetta, con la grazia stanca di un automa.

Ultimamente fa quasi paura.

Recapita biglietti della lotteria al contrario.

La signora Cooper ha scoperto per posta che l’hanno licenziata.

Il signor Corcoran, che il suo 401(k) — il piano pensionistico dove metti da parte oggi sperando che domani basti — è evaporato in un paio di mesi.

I vicini, che la banca ha venduto il loro mutuo a una società anonima nel Delaware.

Ormai aprire la cassetta della posta è diventato un atto di coraggio.

Le parole del presidente rimbombano ancora dall’interno. Le ripete da mesi, sempre uguali.

Persone provenienti dalle prigioni, dagli “asili” mentali… si stanno riversando nel nostro Paese.

Che dire? Insegno latino.

La lingua morta, nel cuore dell’impero.

E in tutto questo discorso, inciampo solo su una parola: asilo.

asylon.

Alpha privativo + sýlon, “violenza”.

Senza violenza.

Un luogo dove non si può esercitare la forza.

Un tempio. Un rifugio. Un santuario. Questo vuol dire asilo.

E da lì prende due strade:

– una porta al diritto d’asilo: chi fugge da guerre, persecuzioni, fame;

– l’altra finisce nei manicomi: insane asylums,

con le sbarre alle finestre e i letti con le cinghie.

Due significati. Due mondi.

Uno aperto, l’altro chiuso.

Uno che chiede aiuto. L’altro che lo grida senza essere ascoltato.

Ed è qui che mi colpisce un’intuizione: sta a vedere che il presidente, con quella voce cavernosa e i tweet in maiuscolo, non sa la differenza tra asilo politico e asilo mentale.

Li ha confusi.

Continuerà a farlo.

Non è (solo) ignoranza.

È paura mal indirizzata.

È politica fatta con la clava.

Ma certo, il latino è una lingua morta. E il greco pure.

A che serve studiarli?

A questo.

A capire chi hai davanti.

A distinguere chi bussa alla porta da chi la sfonda.

A non farti fregare dalle parole.

Soprattutto da quelle che ti urlano addosso mentre ti vendono una bugia, o un sogno, che poi è la stessa cosa.

Una zanzara cade nella tazza.

Gira in tondo.

Combatte mentre annega piano piano, in un millimetro di caffè ormai freddo.

Nota bene:

Questo non è un post sul presidente.

È un post sulle parole.

Quelle che hanno attraversato secoli, bocche, rovine e preghiere

per arrivare fino a noi.

Ogni parola è una moneta:

non l’abbiamo coniata noi,

ma ne portiamo il peso in tasca.

Etimologia di una libertà

Ci sono persone che si assomigliano ma non c’entrano niente l’una con l’altra.

Stessa faccia, ma storie diverse.

Ecco. Succede anche con le parole.

E quando le mettiamo insieme, non è la lingua a farlo —è la testa. O peggio ancora il cuore.

Mi spiego?

Mi spiego…

Ci sono due parole latine che si guardano da vicino ma non si sfiorano mai.

Una è un aggettivo, l’altra un sostantivo.

Lìber, lìbera, lìberum: l’uomo non schiavo, non trattenuto né posseduto, libero di scegliere, parlare, andarsene senza chiedere il permesso.

Lìber, lìbri: il libro. Ma prima ancora di diventare libro descriveva la corteccia — quella parte tenera dell’albero, interna, scrivibile. Lì si incidevano parole, pensieri, nomi, leggi.

Radici diverse, dunque, ma anche strade parallele che non si toccano.

Eppure — nella vita — libro e libertà si abbracciano.

Perché i libri, spesso, difendono la libertà.

E la libertà, quando c’è, dà voce ai libri. Quando manca, li fa tacere.

E poi c’è quella parola: liberi. In latino voleva dire “figli”. Ma non in senso poetico. Era diritto romano, crudo, registrato. Liberi erano i nati da genitori liberi: riconosciuti, eredi, cittadini. Altro che carezze: era il diritto (romano).

Eppure oggi mi piace pensarla così: liberi come figli che si allontanano, che imparano a scegliere, che sbagliano senza guinzaglio.

Come il verbo libare del resto: versare un poco…

per lasciare andare il resto.

Un verbo che non pesa,

che vola — come un’offerta.

Come un addio.

Come fanno le parole.

Come fanno i figli.

Rara temporum felicitas, ubi sentire quae velis, et quae sentias dicere licet.

“Rara felicità dei tempi in cui è lecito pensare ciò che vuoi, e dire ciò che pensi”

(Tacito)

Crisi d’identità americane

Mi sfrego le mani e mi avvio verso la lavagna per scrivere una frase in lingua, Kenzie alza una manina — sudata, appiccicosa, di quelle che si incollano ai banchi come post-it dimenticati.

«Hey Mr. D, ma lo sa che forse siamo parenti?»

La guardo. Viso rotondo, fossette timide, capelli biondi, occhi chiari, gambe tozze e passo da paperella decisa. Io e Kenzie, parenti? Sarà il caldo. Il cervello frigge, le sinapsi sfrigolano come bacon sulla piastra.

Io e Kenzie siamo come felini e canini, Joker e Batman, la Juventus e l’Inter, Diana e Apollo, il Parmigiano e l’impepata di cozze.

Ma lei continua a sorridermi come se mi conoscesse da prima dell’Impero Romano.

«Sa, l’altro giorno mio padre biologico mi ha regalato un kit del DNA…»

«Un cosa?» balbetto, colpito come da un’ascia bipenne.

«Dai, Mr. D. Quei test da Walmart: sputi in una provetta e scopri da dove vieni. Tipo… il suo DNA da dove arriva?»

Ne avevo sentito parlare. Avevo archiviato tutto sotto “teorie del complotto” e “tendenze discutibili”.

E invece no: orde di americani sputano in busta per ricevere, in cambio di novanta dollari, una lista colorata delle proprie etnie — come l’etichetta di un succo multifrutto.

I nomi di questi kit sembrano trailer Netflix: Ancestors, MyHeritage, Vitagene, Origin3n.

Kenzie si schiarisce la voce e recita il suo pedigree come fosse in finale a Miss Genoma 2025:

«Trenta per cento irlandese, venti gallese, cinque bulgara, due percento bla bla… un percento italiana… »

La classe si risveglia. Prima sembravano meduse spiaggiate, ora galleggiano sull’onda dell’euforia etnica.

Ryan si dichiara «mezzo scozzese, mezzo apache, e un pezzetto di normanno. » Tipo Rollo di Vikings.

Ester annuncia solenne: «Cartaginese pura, da parte di nonna.» In pratica estinta…

Noah si scopre «quindici percento spartano» — e lo dice come un Leonida qualunque pronto a lanciare il registro elettronico oltre le Termopili.

Kylie, occhi sognanti, mormora: «Io? Un ottavo elfo. E tre gocce di egiziano.»

Jamarion è convinto che nel suo DNA ci sia «un due percento di Jedi.» Il genoma colpisce ancora.

Li guardo. E pensare che volevo solo spiegare il perfetto passivo.

Emetto un verso gutturale — forse un retaggio ancestrale della savana subsahariana — e provo a rimettere ordine.

Tutti si zittiscono, delusi. Per loro, quella lezione di genetica improvvisata è stato l’highlight della giornata.

Riprendo a parlare — o forse è solo la mia voce che rimbomba in quell’aula bollente — ma la mente, scappa…

Torino, fine anni Novanta. Piazza Castello. Cammino con Tecla, una ragazza di Porta Palazzo. Ultima di cinque fratelli, ha ripetuto la terza media così tante volte che durante le lezioni invece di stare in classe andava a prendere il caffè con la signora Mariasole, la bidella del secondo piano.

Bellissima, Tecla. Capelli neri come caffè turco, pelle ambrata, occhi scolpiti nel tufo. Elegante e minuta: una statua greca in saldo.

Peccato che appena apre bocca è più lurida della cloaca maxima.

Fa freddo. Camminiamo con le mani in tasca, lasciandoci alle spalle Palazzo Nuovo. Tecla mi ha supplicato di accompagnarla a un colloquio da cameriera in un bar di via Cernaia.

È una giornata gelida, il cielo ocra si infila tra le pieghe dei portici.

Arriviamo. Il proprietario la guarda e si illumina: una ragazza così è un magnete, la moglie di re Mida, la pietra filosofale.

Tecla gli regala un sorriso che riconcilia con il mondo.

Lui, ormai innamorato, le chiede con tono stilnovista:

«Ma tu… da dove sei uscita fuori?»

Tecla sorride di nuovo, si sistema i capelli dietro le orecchie con grazia distratta: «Dalla ciornia di mia madre»

Dice, vomitandoci addosso tutto il suo DNA.

***

Questa storia era uscita sul blog sei anni fa, col titolo Crisi d’identità americane.

L’ho ripresa oggi, perché su questa pagina — più che altrove — vengo ad allenarmi.

Scrivo, riscrivo, smonto e rimonto come un meccanico della memoria.

È il mio modo per restare in forma: cambiare ritmo alle frasi, dare voce diversa a una scena.

A volte rimetto mano a storie vecchie, altre le invento da zero.

Questa invece è tornata da sola, con quegli occhi da dejà vu.

E io non ho avuto il cuore di dirle: «Qui non abiti più.»

Pane uova e un po’ di pace

— Ha trovato tutto quello che cercava?

Sì. Tranne un po’ di pace.

La cassiera alza lo sguardo, fa una pausa lunga giusto il tempo di sfiorare qualcosa di più grande.

— Nel senso di tranquillità?

— No. Proprio di pace pace. Quella che manca nei posti dove il cielo è diventato un avviso di bombardamento. Quella che non si trova più sulle mappe, se non scritta in rosso.

Lei annuisce. Ha l’aria da pacifista in pausa pranzo, una che — se non fosse alla cassa 3 — starebbe firmando convenzioni internazionali col caffè americano in una mano e l’evidenziatore giallo nell’altra.

— La pace… quella manca da un po’ — dice, con voce bassa, quasi complice.

Dietro di me, il cliente scalpita. Batte i piedi.

agguerrito come il mondo.

— Mannaggia a Clitemnestra — mormoro. – Serve come il pane.

— Pane e pace. Sempre più rari.

— Già. E domani è il primo giorno di vacanza. Lo so già: metà dei miei studenti resterà a casa a lasciar marcire i pensieri, scrollando l’estate come si scrollano i reel.

Ultimo prodotto.

Bip.

Lei si ferma. Mi guarda. — Comunque… ricordati che la pace nasce da…

Si interrompe.

Mi porge lo scontrino.

Non aggiunge altro.

Alle mie spalle, il cliente sbatte il cestino sul lettore.

— Pardon me — dice, dandomi una spallata.

E comincia a passare i suoi articoli

come se stesse invadendo qualcosa.

La mia cassiera è già sparita.

Dissolta come certi sogni al risveglio.

Forse era una ninfa.

O una piccola dea di passaggio.

Di quelle che si mostrano solo a chi cerca, tra il latte e le uova, un po’ di pace… Tra le offerte del giorno

e le cose che non si possono scontare.

Quando gli indiani sconfissero il KKK

A volte, nelle grandi battaglie, vincono gli sfigati.

Gli underdog della storia, insomma.

Quelli che per una sera, un’alba o una riga in fondo a un libro, riescono a spiazzare i giganti.

Come i Tespiesi alle Termopili, rimasti a morire con Leonida anche se nessuno li aveva davvero invitati.

O quei quattro gatti di Pidna, che combatterono fino all’ultimo pur sapendo che la Macedonia era ormai un quiz a risposta multipla per Roma.

Come Milziade a Maratona, che vinse la corsa ma poi inciampò nel processo.

O Cleomene, re spartano, che spaccò l’Argolide con due buone mosse e poi si autodistrusse. Per noia, o per stile. O entrambi.

Perché la storia — quella vera, quella che sa di sangue, fumo e piedi sudati —

non premia sempre chi resta in piedi alla fine,

ma chi riesce, anche solo per un attimo, a far saltare in aria il copione.

Mi spiego?

Mi spiego.

Notte.

Nuvole basse, luna opaca.

La donna nella macchina combatte il gelo sfregandosi le mani. I rumori arrivano ovattati dal vento: colpi secchi, grida, forse ululati.

D’improvviso, intravede Mr. Blake correre lungo il campo, strillando come un coyote ferito.

Subito dietro Catfish Cole, suo marito, che rotola oltre la recinzione e sparisce nel fosso. Senza neanche guardarla.

Solo a quel punto lei si muove.

Mette in moto, ingrana la marcia, parte.

Un urlo disumano squarcia la notte.

Ma la corsa dura poco: un tronco, un sobbalzo, la macchina scivola nel fosso.

Sbatte la testa. Sente un fiotto caldo bagnarle lo zigomo. Chiude gli occhi, mentre alle sue spalle gli indiani ululanti si avvicinano, lanciando grida di guerra…

Era cominciato tutto tre giorni prima, con due croci bruciate nella contea di Robeson, North Carolina, a circa trecentocinquanta miglia da Washington D.C.

La prima davanti alla casa di una donna nativa americana, colpevole di aver intrattenuto una relazione con un uomo bianco.

La seconda davanti a una famiglia Lumbee che si era trasferita in un quartiere “bianco”.

Era il 12 gennaio 1958.

Da decenni, la contea era divisa in tre distretti razziali: tre scuole, tre autobus, tre fontane.

Ma le cose stavano cambiando.

La sentenza Brown v. Board of Education aveva abolito la segregazione scolastica.

E la Carolina del Nord aveva riconosciuto ufficialmente la tribù dei Lumbee — la più numerosa a est del Mississippi.

Il giorno dopo, James William “Catfish” Cole, leader del Ku Klux Klan, annunciò un grande raduno “anti-indiano” a Maxton.

I volantini si diffusero in fretta.

In città, le armerie finirono le scorte.

I membri del Klan giravano insultando, distribuendo volantini, alzando i toni.

I Lumbee, in silenzio, si preparavano. Senza far rumore.

Alle sette di sera, i primi klansmen arrivarono nel campo.

Tuniche bianche sotto i giacconi, una croce da bruciare, un telone con tre K rosso sangue.

Un camion trasformato in palco. In sottofondo, l’inno evangelico: Kneel at the Cross.

Catfish Cole si aspettava cinquecento persone.

Alle diciannove, ce n’erano sì e no una cinquantina: pochi ma rumorosi, con braccia alzate e i piedi congelati.

A quanto pare, le ideologie erano rimaste al calduccio.

Il freddo, più convincente di mille comizi, aveva già fatto strage tra le file del fanatismo.

Nel frattempo, al limitare del campo, i Lumbee erano diventati quattrocento.

E quei volantini, letti attentamente, avevano fatto il resto.

Pubblicità al contrario.

Il Klan aveva chiamato a raccolta — e aveva radunato i suoi oppositori.

Così, alle otto e un quarto, mentre sotto la croce si raccoglievano a malapena una cinquantina di klansmen, dall’altra parte del campo quattrocento nativi si stavano muovendo.

Decisi. Compatti. In silenzio.

Ignorando l’avvertimento dello sceriffo, Catfish Cole e i suoi continuarono a cantare e incendiare croci.

Finché i Lumbee non partirono alla carica.

A quel punto, i membri della setta si sbandarono come figuranti in fuga da un film girato male.

Cole, nella confusione, si dimenticò pure la moglie, che lo aspettava in macchina a bordo strada.

Così, per una sera, a riscrivere la storia furono loro: gli ultimi, gli sfigati, i non previsti.

Gli underdog insomma.

Quelli che entrano in scena senza copione

e riescono, per un istante,

a cambiare il finale.

La donna riprende conoscenza. Fiotti caldi di sangue le bagnano le guance.

Gli indiani la raggiungono, entrano nel fosso, spingono la macchina, la riportano sulla carreggiata.

Un Lumbee apre lo sportello.

La donna trema, piange, implora pietà, grida alla luna opaca il nome di Catfish Cole.

L’uomo la fissa in silenzio, poi si toglie la giacca, strappa a fatica un lembo della manica e lo stringe con forza attorno alla ferita, fermandole il sangue.

Le nuvole si diradano.

Riemerge un quarto di luna scintillante.

Al di là della pianura, i Lumbee danzano.

Sparano colpi in aria, ridono, gridano.

Celebrano la vittoria della Battle of Hayes Pond.

Una di quelle notti in cui vincono gli sfigati.

E la storia, per una volta, si concede un colpo di scena.

Manzoni: storia di un self-publish fallito

Come al solito, non abbiamo inventato niente.

Ci siamo solo aggiunti a una lunga e gloriosa tradizione di gente che si è stampata i libri da sola — con più entusiasmo che budget, più ironia che distribuzione.

Self-publish, già.

Ogni volta che pronuncio questa parola mi si materializzano davanti editori, distribuzioni, stampatori di provincia, lamenti notturni di scrittori autoprodotti…

e una vocina nella testa che sussurra:

“Ma chi te l’ha fatto fare?”

E io, regolarmente, penso a Beccaria.

E a suo nipote. Quello lì coi bravi, la peste, le monache e le sfighe: Alessandro.

No, non per motivi letterari, ci mancherebbe.

Io al massimo faccio danni su Facebook e insegno le declinazioni.

Facciamo un passo indietro.

Cesare Beccaria. Milano, Settecento.

Scrive Dei delitti e delle pene e boom — l’Europa impazzisce.

Un instant bestseller.

Per intenderci: Voltaire gli manda cuoricini. Caterina di Russia lo invita a cena. Montesquieu gli fa le reaction.

Ma lui?

Lui non si muove da casa manco per sbaglio.

Ansia, fobie, attacchi di panico.

Un genio con l’agorafobia.

Ora, Cesare ha una figlia: Giulia.

Ragazza tosta, in anticipo di tre secoli sul femminismo.

Intelligente, colta, moderna…

e Cesare cosa fa?

La marita a un conte lecchese di mezza età, Pietro Manzoni.

Che romanticone, vero?

Giulia regge finché può, poi dice: “Sai che c’è? Ciao.”

Molla tutto, pure il figlio, e va a vivere con un certo Imbonati.

Un nome che oggi suonerebbe come una marca di biscotti senza glutine, ma all’epoca era un nobile.

E il figlio Alessandro?

Rimane a Lecco con il padre triste e un senso di colpa che gli si attorciglia addosso come un foulard di seta nera.

Poi cresce, cambia città, rivede la madre, scopre la letteratura, i salotti, i verbi…

e sforna I Promessi Sposi.

Standing ovation.

E lì, che fa?

Si monta la testa.

E decide: “Adesso me lo stampo da solo. Edizione deluxe, con illustrazioni di Francesco Gonin.”

Ora, Gonin.

Se non siete di Torino magari non vi dice molto.

Ma sappiate che… Palazzo Reale, Teatro Regio, Palazzo Carignano, perfino il Castello di Racconigi hanno qualcosa di suo.

Era tipo l’interior designer preferito di Cavour.

Se fosse vivo oggi, disegnerebbe filtri Instagram per Chiara Ferragni, con newsletter su Substack e podcast sulla prospettiva lineare.

Insomma: Gonin fa le xilografie. Manzoni le stampa.

L’edizione è uno splendore.

E…

non la compra nessuno.

Costa troppo, è pesante, ha un formato che non entra nello zaino…

e soprattutto iniziano a girare edizioni pirata, economiche, brutte ma irresistibili.

Tipo le partite di Serie A col pezzotto.

Morale?

Manzoni ci rimette i soldi, la salute, il fegato.

E l’editoria, per ringraziarlo, lo fa senatore a vita.

Che è un po’ come la pergamena “Grazie per la partecipazione” alle feste delle medie.

E se fosse nato oggi?

Altro che Senato.

Finiva su Rai Tre, in un reality letterario:

Casa Manzoni – Confessioni in endecasillabi.

O in una rubrica notturna tipo:

Dagli atrii muscosi ai podcast cadenti.

E invece no.

Ha venduto poco. Ha speso tanto.

Ha sudato più lui per pubblicare che Lucia a scappare dai bravi.

E adesso — colpo di scena —

tocca a me.

E a Mannaggia a Clitemnestra, che è già tutto un programma.

E le cose, a dirla tutta, stanno andando bene.

Merito vostro. Perché ci avete creduto, punto.

Perciò grazie.

Vi voglio bene.

E se passerete a una delle presentazioni (link delle date nel primo commento), sarà un piacere ringraziarvi dal vivo.

E firmarvi una copia.

Magari con un filtro seppia.

Alla Gonin.