Una questione di classe

Insegno da così tanto tempo che, a volte, ho il sospetto di ricordarmi anch’io la spedizione degli Argonauti.
Non per sentito dire: proprio per esperienza diretta.
Ho insegnato e insegno tra due mondi, tra un’aula italiana e una americana, tra programmi, registri, sigle misteriose e studenti che cambiano accento ma non le domande.
E a forza di stare in classe, una cosa l’ho capita:
i miti non passano mai davvero.
Cambiano solo banco.
Ulisse finisce in terza fila: guarda, ascolta, capisce tutto e trova sempre una via di fuga.
Antigone, prima o poi, arriva in presidenza: non per fare casino, ma perché certe regole vanno guardate negli occhi.
Questo progetto nasce così:
per ridere dei miti piangendo un po’ di noi, per usare il mondo classico non come un museo, ma come uno specchio.
A volte deformante. A volte impietoso. Spesso molto più attuale di quanto vorremmo.
Qui i miti non vengono spiegati, semplificati o messi in sicurezza.
Vengono messi in classe.
E lasciati fare.
Se poi qualcuno si riconosce — studenti, insegnanti, genitori, presidi o semplici sopravvissuti alla scuola — non è colpa mia.
Io li ho solo fatti entrare.







