L’America delle piccole cose

Broken hearts and dirty windows

 Make life difficult to see

That’s why last night and this mornin’

Always look the same to me

John Prine, Souvenirs

Mrs. Bateman dice qualcosa mentre caccio indietro il mostro silenzioso del soggiorno che sta inghiottendo un boccone alla volta brandelli di quotidianità. Nel fondo della stanza la televisione accesa su cbs trasmette immagini di un’apocalisse che sembrano rubate da un vecchio B-movie degli anni Ottanta. In questa commedia degli equivoci, io e Mrs. Bateman facciamo finta che sia normale fare un colloquio via Zoom per parlare dei
progressi di Priscilla, alunna che non vedo da quasi un mese.

«Allora Mr. D, come vede mia figlia?».
«Benissimo, per quel che le posso dire… ha consegnato tutti i lavori virtuali in tempo e partecipa a tutte le lezioni virtuali». Insomma… la vedo virtualmente bene.
Mrs. Bateman sorride compiaciuta, la faccia vicinissima alla videocamera mi restituisce l’immagine di una donna di mezza età con una bellezza velata, quasi molle, come se il fantasma di Priscilla fosse venuto a farmi visita da un futuro non troppo lontano.
«Sono felice, Priscilla parla sempre di lei» aggiunge.
Per quel che mi riguarda il colloquio è finito. Andiamo in pace. Ma Mrs. Bateman paga le tasse e la pensa diversamente. Dal suo sguardo falsamente rilassato mi accorgo che non ha assolutamente voglia di essere liquidata in due minuti.
«E mi dica Mr. D, come pensa di proseguire questo insegnamento a distanza?».
Con l’aiuto della divina Provvidenza, o di uno psicologo o magari di Capitan America. «Guardi, siamo preparati a questa evenienza, siamo in contatto con l’amministrazione e con l’ufficio centrale. Allora, se vuole ci possiamo aggiornare a…».
Mrs. Bateman sorride sorniona: «Veramente avrei un’altra domanda».

Ecco, sto scoprendo una frase alla volta che se un colloquio con i genitori è già noioso di persona, be’ su Zoom…
«Che lei sappia, gli esami di fine anno saranno virtuali o in presenza?».
Mrs. Bateman si sta annoiando, è un inutile giovedì di inizio aprile senza una sua precisa identità; siamo bloccati in casa da settimane e lei non sa più a chi rivolgersi, probabilmente dopo aver prosciugato il marito, i vicini, i parenti di primo, secondo e terzo grado, adesso ha iniziato a perseguitare gli insegnanti.
«Vede… in teoria per queste domande dovrebbe rivolgersi all’amministrazione, io insegno Latino e poi adesso dovrei proprio correggere, quindi se non le dispiace…».
Dalla faccia proiettata sullo schermo mi accorgo che le dispiace eccome, ad ogni modo Mrs. Bateman sorride e mi saluta.
Mi alzo dalla sedia sbuffando; mi dirigo in cucina e mi verso una tazza di caffè ormai freddo, entro in sala e do un’occhiata schifata alle notizie che scorrono sul fondo dello schermo.
Comincio a odiarla questa casa, se i sogni fossero tuoni e i desideri fossero lampi, probabilmente questo soggiorno si sarebbe polverizzato almeno tre settimane fa. Una serie di sciagure apocalittiche continua a inseguirsi senza sosta, come frasi di biscotti della fortuna guasti. Poi, quando sto per spegnere la televisione, una notizia scorre veloce: John Prine dies at 73 after
developing covid-19 symptoms.

Lo scopro così che se n’è andato il poeta delle piccole cose: case modeste con il profumo di meat loaf che filtra dalle storm windows, Cadillac cromate che attraversano sobborghi dimenticati, un autolavaggio, qualche buco sulla strada e poco più. Un’America rurale dove la tristezza degli ultimi inciampa nella miseria e nell’emarginazione e la dignità della vita che tira avanti con il minimum wage viene mortificata dalle logiche spietate di un mondo senza umanità.
La neve dell’inverno è ormai diventata pioggia, Natale è arrivato e se n’è andato, oltre la finestra brandelli di cieli azzurri lontanissimi e poche briciole di ricordi su cui rimuginare. Mi alzo dalla poltrona e mi dirigo al computer. Mi lascio cadere sulla sedia con gli occhi chiusi, i versi di John Prine in testa.
«Hey Mr. D» gracchia qualcuno dalle casse del computer.
«Ma che cazzo!» strillo spaventato. Apro gli occhi e mi trovo davanti la faccia di Mrs. Bateman.
«Parlava in italiano, vero?».
«Ma che ci fa ancora qui?».
«Aspettavo…».
«Mrs. Bateman, vuole pranzare con me? Sto per buttare gli spaghetti, potrei fargliene due virtuali e darglieli tramite zoom…» domando a metà tra il sarcastico e il seccato.
Mrs. Bateman mi guarda attraverso lo schermo con fare curioso, poi sorride compiaciuta, «Se non è troppo disturbo…»

Vuoi leggere di più? Questa storia farà parte del nuovo libro in uscita quest’estate…


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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