A questa inutile
pietà che senti,
oh quanto è simile
la crudeltà.
Mozart, La clemenza di Tito. S’altro che lagrime.
Tutto e bianco e soffice, intanto la neve continua a cadere depositandosi a strati sottili sull’asfalto gelato. Io, dodici anni e qualche mese, trascino la slitta lungo la salita con il respiro corto, Claudio mi segue senza parlare. Quando raggiungiamo la cima ci sediamo sullo slittino, la neve continua a cadere sferzata da un vento artico, imbiancando la strada. Seduti sulla slitta, io davanti e Claudio dietro ci lanciamo giù dalla discesa con l’incoscienza tipica di chi soffre di juvenalgia, ridendo spavaldi, chiudendo gli occhi per la paura. Prendiamo velocità quasi subito e quando vediamo i fari di una macchina che si inerpica a fatica su dalla salita è troppo tardi anche per strillare, e così l’urlo rimane strozzato in gola.
I rumori attutiti della scuola filtrano come fumo tra le fessure e si disperdono nell’aria; noi proviamo a non farci caso, anche se è difficile concentrarsi quando su ventotto studenti quindici sono assenti e dei tredici presenti due stanno tossendo e starnutendo da dieci minuti.
Vuoi continuare a leggere? Questa storia Farà parte del mio nuovo libro in uscita a fine maggio inizio giugno…

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Caro Michele, che bella lettura per riflettere su come tutto cambia perché nulla cambi.
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