Sono i social bellezza, e non puoi farci niente.

Gli anni della mia adolescenza me li ricordo gialli. Non per il genere letterario, ma per il colore che hanno nella memoria: una serie di Polaroid consumate dal tempo. Al bar del paese, crocevia di storie e sguardi, gli anziani tiravano fumo dalle Nazionali senza filtro scandendo il tempo al ritmo di briscole e bestemmie laiche, echi di un’epoca che sfuma tra le mura consunte del tempo. Quando noi ragazzini passavamo in bici, ci facevano sempre la stessa domanda: Coma se chiama el to papa, perché bastava il cognome per sapere chi eri. Quei vecchi avevano combattuto la guerra, e la loro rassegnazione, maturata in anni di umiliazioni e sacrifici, si riverberava negli occhi segnati da profonde venature che raccontavano storie di un passato che avrebbero volentieri barattato con un pacchetto di MS. Che poi da grande ho scoperto che non era (solo) l’acronimo dei Monopoli di stato, ma anche del detto latino messis summa (raccolto migliore).

Eravamo convinti di poter spaccare il mondo: tanta energia e poche occasioni per liberarla. E allora la nostra vitalità si manifestava in sfide pericolose: il salto tra i tetti degli edifici, il giro della morte con le bici lungo strade ripide… Rompere le regole ci sembrava un atto di ribellione. Ci faceva sentire speciali. Alcuni di noi provavano il “train surfing“, altri lanciavano oggetti metallici sulle linee elettriche per vedere le scintille. Erano attività spericolate che spesso costavano caro. Non c’era né poesia né ribellione in quello che facevamo, ma allora mica lo sapevamo. Pensavamo di essere speciali, invece ci comportavamo così perché la corteccia prefrontale degli adolescenti, responsabile delle decisioni e del giudizio, non era ancora completamente formata. E questo vale sia che nasci a Como, in Florida o a Timbuktu.

Chi dice che abbiamo vissuto un’infanzia idilliaca, o ha la memoria corta o lo dice sapendo di mentire. Le sfide estreme ci sono sempre state, è solo il mezzo che è cambiato. La tribù virtuale ha solo accelerato il fenomeno, riducendo tutto a una questione di numeri. Ogni mattina cinque miliardi di anime si connettono per condividere frammenti delle loro esistenze, trasformando la rete in un grandioso palcoscenico barocco. Cinque miliardi di potenziali spettatori con cui interagire nell’incanto dell’anonimato. Viviamo in un incanto barocco fatto di posts, meme e reels.

Nel Barocco, artisti e scrittori erano affascinati dalla temporaneità e dall’inganno della realtà. La vita era vista come breve e transitoria, simile a un sogno che svanisce con le prime luci del mattino. C’era una forte consapevolezza che le apparenze possono ingannare e che la verità è spesso nascosta dietro un velo.

Anche i social rappresentano un moderno palcoscenico fatto di luci, storie e colori, vissuto come in un sogno. Ci muoviamo in un mondo rarefatto, dove le illusioni sono costruite con filtri e Photoshop, riproponendo in chiave digitale quella stessa fascinazione barocca per l’illusione e la transitorietà.

I social media perpetuano una cultura dell’immediata gratificazione. Le tendenze pericolose sono allettanti perché permettono agli adolescenti di ottenere approvazione e riconoscimento istantanei da un gruppo sterminato di coetanei. In questo mondo digitale, la generazione Z affronta una crescente disconnessione tra il proprio avatar e il vero sé. Condividono immagini idealizzate in uno spazio dove possono essere tutto ciò che desiderano. Tutto.

Tranne loro stessi.

Le statistiche sui decessi di adolescenti causati da social challenge non sono facilmente decifrabili. Spesso questi eventi non vengono categorizzati chiaramente e passano per suicidi, incidenti domestici o incidenti stradali. Eppure ormai è chiaro che i social media possono influenzare negativamente la salute mentale degli adolescenti, contribuendo a depressione, ansia e, in casi estremi, al suicidio. Il Centers for Disease Control and Prevention ha riportato che il tasso di suicidio tra i giovani di età compresa tra 10 e 24 anni è di 10,7 per 100.000, facendo del suicidio la seconda causa principale di morte in questa fascia di età. Gli esperti hanno evidenziato che l’uso eccessivo dei social media, il cyberbullismo e le sfide pericolose possono aumentare il rischio.

Il Chirurgo Generale degli Stati Uniti, Vivek Murthy, ha chiesto al Congresso di obbligare le piattaforme social a inserire avvisi simili a quelli presenti sui pacchetti di sigarette.

Ad oggi non si è ancora fatto niente.

  • Tide Pod challenge: un gioco virale in cui i partecipanti, si filmano mentre ingeriscono capsule di detersivo per il bucato.
  • Choking game”: un gioco in cui ci si strangola o si viene strangolati fino a perdere conoscenza.
  • Sunburn art: un trend dove si creano disegni sulla pelle utilizzando scottature solari. 
  • Bird Box Challenge: si tenta di svolgere attività quotidiane bendati
  • “One chip challenge”: i partecipanti sono incoraggiati a mangiare un grande chip di tortilla ricoperto di peperoncini senza bere latte, acqua o altri raffreddanti.
  • “Benadryl challenge”: i partecipanti consumano dosi massicce di antistaminico per indurre allucinazioni. 
  • skull breaker challenge: tre persone stanno una accanto all’altra e saltano. Mentre sono in aria, le due persone ai lati tirano via le gambe a quella nel mezzo, facendola cadere.

Social Media Victims Law Center,

 Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health

 Center for Injury Research and Prevention.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Sono i social bellezza, e non puoi farci niente.

  1. Bravo Michele!Una non-puntata lacerante, bella. “Tranne loro stessi” – una super-battuta, straziante, fredda, scarna.Scrivi, bardo.E vediamoci presto.John

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