Un tè a Persepoli

Un vento artico spazza il controviale davanti casa facendo oscillare i rami spogli mentre un cielo striato di giallo promette l’ennesimo giorno freddo e assonnato.

Siamo a metà dicembre, tra una settimana sarà Natale ma se fosse ottobre o gennaio cambierebbe ben poco. Nel complesso il quartiere si adagia stanco tra le pieghe di un fine anno che ha il retrogusto di una noce guasta che rilascia un morso alla volta un sapore amaro in bocca.

La maggior parte dei vicini ha addobbato le case con luci natalizie, fantasmi di un ottimismo che fu. Qualcuno, in un eccesso di speranza ha anche tirato fuori dai solai forme gonfiabili di babbi natali sorridenti e pupazzi e renne, per dire che mai come quest’anno l’importante è partecipare. Nel complesso si ha come l’impressione che questo Natale sia più un fastidio che una gioia, un po’ come la visita di chi si presenta alla porta quando l’unica cosa che si vorrebbe fare è sorseggiare un tè caldo fissando la tele.

Nel frattempo, la classe nei quadratini di zoom traduce le vicissitudini di Titiro e Melibeo, due pastori arcadi segnati da destini contrapposti. Il primo, all’ombra di un faggio si gode la sicurezza di un tetto sicuro, il secondo, sacco in spalla, è costretto all’esilio da un destino ingrato. Certo che questo Titiro è un ass kisser, digita Eunice nella chat di Zoom. Sorseggio un po’ di caffè ormai tiepido, poi torno a fissare lo schermo sfoggiando uno sguardo istituzionale, indignato, sorpreso, forse anche deluso, alla et tu, Eunice? Eunice avvampa e inarca le spalle e piega il collo come se cercasse di far sparire la testa tra le scapole. «Mi scusi Mr. D, era solo una battuta per Sam, non volevo inviarlo a tutti».

La battuta di Eunice rimane il punto più alto della lezione.

Tityrus, you, reclining under the cover of a spreading beech-tree, practise the woodland muse with a slender pipe…

Al termine della lezione, quando ormai tutti gli studenti si sono disconnessi, Soraya digita nella chat: Mr. D posso parlarle un attimo? Alla mia sinistra poche macchine passano lungo la strada, un sole impacciato scintilla sui vetri del soggiorno.

«Naturalmente» dico, anche se tra due minuti ho un consiglio di classe straordinario.

«Mr. D, io… io non sto bene» dice Soraya quando rimaniamo virtualmente soli.

L’ha toccata piano, penso tra me e me, maledicendo il mio mestiere, il consiglio di classe straordinario, la pandemia, la noia, Virgilio, Titiro e Melibeo.

«E come mai?» chiedo per guadagnare tempo.

«Sono sopraffatta, ansiosa e triste. Tutto è così difficile e mi sento come se stessi per esplodere. Non so con chi altro parlare, quindi ho pensato che magari avrei potuto parlarne con lei».

Ho poche certezze in questo momento e a pensarci bene sono pure scontate, così mi limito a sfoggiare un sorriso di circostanza, non sguaiato ma a modo suo rassicurante.

«Piango molto ultimamente. Non sono sicura di cosa fare e non so se lei può aiutarmi, ma poi ho pensato che magari lei… magari poteva darmi un consiglio».

Vorrei dirle che all’università mica ci hanno insegnato elementi di pandemia e depressione comparata e se per questo neppure istituzioni di didattica a distanza, ma mi rifugio nuovamente in un sorriso incoraggiante, che sembra quasi dire: vai avanti. «Normalmente non mi sento così. Non sono sicura che sia solo stress»

Allungo la mano verso la tazza e bevo l’ultimo sorso di caffè senza dire una parola.

«Spero solo che questa sensazione svanisca perché sento che mi sta mangiando viva. Non riesco a dormire a sufficienza, sono sempre stanca. Mi scusi se le dico queste cose, solo che…» e poi scoppia a piangere.

La lascio piangere a distanza; perché dal suo quadratino non posso neanche abbracciarla, perché da quel quadratino lontano le sue lacrime virtuali fanno meno male, perché quelle lacrime a distanza non hanno odore, perché dall’inizio di questo nuovo anno scolastico è già il terzo burnout a cui assisto. Soraya tira su con il naso, mi fissa sperduta, forse anche imbarazzata.

«Soraya, ti andrebbe di offrirmi un tè?» le chiedo fissando lo schermo con rinnovata energia.

Soraya mi guarda confusa, gli occhi neri e lucidi riflettono nuvole bianche e altipiani in lontananza; alle loro spalle c’è una strada affollata e un mercato blu di Persia.

«Uno per me e uno per te, magari con un po’ di chiodi di garofano e zenzero se non ti dispiace».

Soraya si asciuga le lacrime senza dire nulla, ora sembra confusa, di sicuro distratta.

«Il tè di Persia» le suggerisco con fare convinto.

Soraya adesso sorride, si volta e sparisce oltre la telecamera. Quando torna stringe una tazza fumante. Allungo la mano verso il monitor, poi faccio come per afferrarla, mi giro di scatto e con un movimento da prestigiatore afferro rapidamente la mia tazza di caffè.

«Proprio come me lo immaginavo» sussurro fissando la mia tazza di caffè vuota. «È molto forte e speziato, profuma di zenzero e chiodi di garofano» aggiungo.

Un cielo tappezzato di nuvole bianche ci tiene compagnia accarezzando gli altipiani in lontananza. Io e Soraya sorseggiamo i nostri tè assorti nei nostri pensieri.

Quando finiamo l’ultimo sorso tutto sembra avere più senso, anche il quartiere fuori dalla finestra con le auto allineate lungo il viale e i loro proprietari chiusi in casa a lavorare da remoto. Soraya abbozza un sorriso che sa di buono, di zenzero, latte e menta: «Ora devo andare» sussurra con voce colpevole. «Matematica» si giustifica. Quando mi collego al consiglio di classe virtuale, siamo ormai ai saluti. «Mr. D, ma dove ti eri cacciato?» mi domanda il preside mentre compila la nota di ritardo.

«A Persepoli» dico con voce decisa continuando a fissare il cielo azzurro che sferza gli altipiani.

«Mi andava un tè»



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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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