⚠️ WARNING
Questa tragedia, nei secoli, ha seminato più discordia tra le coppie di quanta ne abbiano mai causate le Erinni in cerca di vendetta, il vaso di Pandora aperto per curiosità o il pomo d’oro lanciato al matrimonio di Teti e Peleo.
Il motivo? Semplice… uno dei due con-sorti, dopo aver letto o ascoltato la storia, si è girato verso l’altro con l’aria di chi sta già scrivendo un post sulla pagina Facebook “Vedovi incompresi” poi, con studiata nonchalance, ha lasciato cadere una domanda come un pezzo di carne insanguinato in una vasca di piranha.
“Ma… tu lo avresti fatto? Se fossi stata Alcesti?”
E nel cuore già lo sai… la quarta parete è saltata e la tranquilla serata si è trasforma in un tranquillo weekend di paura… o in una tragedia greca… che poi è lo stesso…
Apriti cielo…
Siete ancora qui? Bene, allora….
⚠️ DISCLAIMER Credete che The Crown, Succession o The White Lotus siano il massimo del dramma familiare? Pensate che “parenti serpenti” sia solo una frase fatta? Tenetevi forte, perché Alcesti, al confronto, è come mettere una telenovela brasiliana in un frullatore insieme a un’opera wagneriana.
ATTO I (Non ci resta che piangere)
Admeto, re tessalo famoso per aver ospitato Apollo alla pari durante uno dei suoi scazzi giovanili con Zeus, un giorno si reca dal medico per un check-up. Il dottore, dopo aver sfogliato i referti con aria grave, sospira come un oracolo di Delfi:
“Ho una notizia buona e una cattiva. La buona è che sei ancora vivo.”
“E quella cattiva?”
“Non so per quanto.”
“In che senso?”
“Fai tu Admè, i tuoi esami sembrano un quadro di Picasso.”
Appena rientra a casa, Admeto ordina una bara su misura, ornata con intarsi d’oro e un cuscino di velluto porpora, perché, come dice lui, “un re deve mantenere il decoro anche nella morte.” Poi vaga per casa come un’anima in pena, trascinando il suo melodramma da una stanza all’altra, con un repertorio di lamenti degno di un attore consumato.
Sua moglie, Alcesti, che ormai lo sopporta per forza d’inerzia, lo osserva mentre si sposta dal letto al divano e poi al tavolo, alternando sospiri drammatici e discorsi sulla sua “prossima dipartita.”
Quando per l’ennesima volta Admeto dice:“Non mi resta molto”, lei si ferma a riflettere, combattuta tra il citare Samuel L. Jackson in Pulp Fiction (“I dare ya, I double dare ya motherf***er, say ‘non mi resta molto’ one more goddamn time!“) o mantenere il contegno di una regina.

Alla fine, sospira con la classe di Magda di Bianco, Rosso e Verdone: “Non ce la faccio più… Non ce la faccio più… O muore lui o muoio io.”
E mentre lui continua a declamare il suo addio al mondo, lei guarda fuori dalla finestra, chiedendosi se un giorno qualcuno la nominerà santa… per poi ricordarsi sconsolata che neanche santa la possono fare, perché i santi non esistono ancora.

Anche i servi, esasperati, cominciano a evitare Admeto come si evita il gruppo WhatsApp dei colleghi che organizzano una cena aziendale: meglio silenziare e sperare che non notino la tua assenza. Inutile dire che, con il passare dei giorni, Admeto si trasforma in una telenovela brasiliana a puntate.
Una mattina uggiosa, le Moire decidono che è ora di taglare il filo della vita di Admeto. La tensione cala… almeno per Alcesti, che finalmente tira un sospiro di sollievo. “Grazie agli dèi, un po’ di pace,” pensa, già immaginando una vita senza i lamenti epici del marito.
Proprio quando Cloto, Lachesi e Atropo stanno per completare il loro lavoro, Apollo, preso da un’improvvisa ondata di nostalgia per i bei tempi trascorsi come “ragazzo alla pari”, interviene. Con il sorriso smagliante di chi è abituato a vincere, si presenta come un avvocato divino e ferma tutto.
“Un momento, care Moire,” dice, “Admeto mi ha ospitato in un momento difficile della mia adolescenza, mi ha trattato come uno di famiglia. Un re così generoso merita una seconda chance- , no?”
Le Moire, che non sono nuove ai drammi degli dèi, lo fissano scettiche. Ma Apollo, con l’insistenza di un operatore di call center che cerca di vendere un contratto telefonico da due miliardi di chiamate a Mida… che tanto di orecchie ne ha per dieci persone, internet illimitato… nei giorni bisestili, messagggi illimitati… ma solo a Clitemenstra… negozia un compromesso: Admeto può continuare a vivere, ma solo se qualcun altro accetta di morire al suo posto.
Le Moire, un po’ per stanchezza, un po’ perché è quasi l’ora dell’happy hour sull’isola di Nasso, accettano l’accordo. Apollo, soddisfatto, si volta verso Admeto con il sorriso di chi pensa di aver salvato la giornata.
Ma Alcesti, nascosta dietro una colonna, sente tutto: “Qualcun altro deve morire al suo posto.” Rimane impietrita. La mente corre veloce, mentre una consapevolezza inquietante tipica della moglie pragmatica si fa strada. “Come qualcun altro? Mannaggia a Clitemnestra, io qui vedo un cetriolo lungo lungo, e pure epico, che sta puntando dritto verso di me, da tergo per giunta… ”
Admeto, con l’ottimismo ingenuo di chi apre un file proveniente da un’email con estensione .kor e oggetto “Congratulazioni! Ai vinto un iPhonee! Scarica programa pe ritirarlo,” si precipita dai genitori:
“Mamma, papà, ho una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che sto per morire.”
“E quella buona?”
“Potete morire voi al posto mio!”
I due genitori, che fino a un attimo prima si stavano godendo un ouzo on the rocks, esplodono come fulmini di Zeus:
“Ma manco per il Parnazzo! Ti abbiamo fatto studiare nelle migliori scholè, vacanze a Corfù d’estate, corsi di sci sul monte Parnaso d’inverno, e ti abbiamo pure mandato a quei costosissimi corsi di inglese a Malta, dove sei tornato dicendo hau ar iu con l’accento di Salamina… E adesso vieni qui a proporci di morire al posto tuo? Noi abbiamo prenotato una crociera a Nasso e non vediamo l’ora! E tu, caro Admeto, vedi di fare l’uomo per una volta e morire con un minimo di dignità!”
Admeto, in preda al panico, si precipita dal suo migliore amico. Lo avvicina con aria colpevole e un sorriso tirato: “Non è che…?” Ma l’amico, senza neanche lasciargli finire la frase, lo fulmina con un sorriso ironico, si schiarisce la voce e intona teatralmente: “Ma amici mai… per chi si cerca come noi, non è possibile!”
Admeto, con gli occhi sbarrati e il morale a pezzi, si dirige allora dalla sua migliore amica. Lei, vedendolo arrivare, gli lancia uno sguardo eloquente, poi comincia a canticchiare: “Ma il mio mestiere è vivere la vita, che sia di tutti i giorni o sconosciuta…” E con un gesto melodrammatico, si allontana lasciandolo lì, più sconsolato di un otre vuoto abbandonato sul banchetto di Dioniso.
Disperato, Admeto si improvvisa venditore porta a porta, fermando chiunque con il suo miglior sorriso: “Non è che moriresti al posto mio?”Le risposte arrivano puntuali e variopinte: dita medie al cielo, grattate di palle sincronizzate e sguardi eloquenti che gridano “ma questo è matto?”. Ma Admeto non si arrende. Prosegue imperterrito, proponendo la sua offerta irripetibile a chiunque gli capiti a tiro: amici di amici, colleghi, vicini di casa, perfino al postino, che lo guarda come se stesse per cambiare strada.
Alla fine, ridotto allo stremo, si ritrova solo sul marciapiede, con un volantino sgualcito in mano e la dignità evaporata come un bicchiere di ouzo dimenticato sotto il sole di mezzogiorno.
Coro dell’atto primo: chi trova un amico trova un tesoro
ATTO II: L’Altruismo Estremo (o Il Manuale della Perfetta Moglie Disperata)
Admeto si aggira per casa come un concorrente di un reality show intitolato “Chi vuol morire al posto mio”, eliminato al televoto, ogni passo accompagnato da un lamento che farebbe concorrenza a un gatto in amore. Ha tentato con tutti: amici, parenti, il panettiere, il barista, persino il tecnico del gas.
Ormai in Tessaglia lo evitano come quei predicatori che si presentano all’alba con giornalini pieni di immagini più brutte di quelle generate dall’AI: famiglie sorridenti in un paradiso con torri di guardia e leoni che fanno yoga.
Ad Admeto, come ogni buon marito, non resta che sfinire sua moglie Alcesti con il suo dramma.
“Alcesti, tu mi adori?!” chiede, gettandosi sul divano con la teatralità di una star del cinema muto.
Alcesti, dal lavandino, alza gli occhi al cielo. Sta lavando i piatti con la precisione di un cardiochirurgo e l’espressione di chi vorrebbe scaraventarlo fuori dalla finestra.
“Admeto, sei tu la farsa,” mormora.
“Ma come puoi essere così insensibile? Sto per morire!” ribatte lui, offeso.
“Admetino, è da una settimana che stai per morire. Ormai ti prendono in giro anche i pastori erranti dell’Asia. Intanto, qui faccio tutto io. Sai che novità.”
Lui la fissa, il dramma improvvisamente sospeso. Lei posa lo strofinaccio, incrocia le braccia e conclude:
“Va bene, visto che non hai le palle per morire, lo faccio io. Ma solo per pietà verso i bambini.”
Admeto la guarda incredulo. “Cosa?”
“Mo-ri-re. Ma ci sono condizioni.”
Alcesti non lascia nulla al caso. Le sue condizioni per sacrificarsi al posto di Admeto sono precise, dettagliate e vincolanti, come quei contratti per un mutuo che ti fanno firmare anche l’anima.
“Primo,” dichiara, incrociando le braccia come un avvocato in aula, “non devi mai risposarti. E soprattutto non con una di quelle content creator con il sorriso da influencer e i capelli da sirena. So già che cadresti in trappola al primo reel che pubblicano.”
Admeto annuisce, cercando di sembrare contrito.
“Secondo, ogni anniversario della mia morte dovrà essere commemorato con fiori freschi e lacrime abbondanti.”
Lui annuisce di nuovo, un po’ troppo in fretta. Lei stringe gli occhi, scrutandolo con sospetto.
“E non osare cavartela con i fiori di plastica, eh. Ti conosco. Sarebbe da te, passare al discount, spendere due oboli e pensare che basti. Patetico.”
Admeto abbozza un sorriso colpevole, mentre Alcesti scuote la testa e torna ai suoi piatti, mormorando sottovoce:
“Perché non sono scappata con Apollo, invece?”
Con la precisione maniacale di una CEO con il budget trimestrale in bilico, Alcesti si mette all’opera per mettere insieme Preparativi per l’Addio (o il sacrificio più organizzato della storia) . Riempie il freezer con cibo sufficiente per sfamare un esercito, etichettando ogni contenitore con istruzioni degne di un manuale NASA:
“Cuoci a 180 gradi per 25 minuti. No, Admeto, il forno non funziona con i comandi vocali. Sì, il timer va impostato manualmente. Manualmente significa con le mani.”
Compila una lista di incombenze lunga quanto un rotolo di papiro egizio, suddivisa per priorità, con note e post-it per chiarire ogni dubbio:
“1. Cambia le lenzuola una volta a settimana. No, girarle dall’altro lato non conta. 2. Innaffia la pianta di basilico ogni tre giorni. No, il vino non è un’opzione. 3. Non lasciare i piatti nel lavandino ‘a marinare.’”
E per Tàntalo, il gatto, prepara un foglietto che è la summa del suo esasperato pragmatismo: “Almeno lui ha più cervello di te. Segui i suoi esempi. E ricordati di dargli da mangiare, non è un eroe mitologico.”
Poi si ferma, osserva il suo capolavoro logistico e, con un sospiro, pensa che il vero miracolo sarà se Admeto non si brucia la casa in sua assenza.
Neanche a dirlo, Admeto vaga per casa con un misto di sollievo e senso di colpa. Ogni tanto prova a dirle qualcosa, ma Alcesti lo zittisce con uno sguardo capace di trasformare il vino in aceto.
Il giorno del sacrificio, tutta la Tessaglia si riversa da Admeto. La sua storia è ormai più virale di un pettegolezzo sulla vita sentimentale degli dèi. Apollo arriva, vestito con tunica bianca e occhiali da sole, l’aria di chi ha appena postato un selfie su Instagram.
“Che tragedia, che sacrificio!” esclama con enfasi, ma si distrae subito, fissandosi il riflesso in uno scudo.
Alcesti, senza perdere un colpo, lo inchioda con uno sguardo tagliente. “Vedi di non fare sciocchezze dopo, eh. E se mio marito si lamenta, fammi resuscitare solo per tirargli uno schiaffo.”
Apollo ride, aggiustandosi i capelli. “Promesso.”
Quando Alcesti si avvia verso il suo destino, il coro intona una melodia struggente, ma un soprano stona clamorosamente. Tra i coristi, qualcuno sussurra:
“Admeto la dimenticherà entro un mese.”
“Secondo me, l’ha già dimenticata,” ribatte un altro.
“Che pezzo di mito,” conclude il primo con un tono amaro.
E così il sipario cala. Admeto si trova solo in casa. Osserva il freezer pieno, la lista infinita e Tàntalo che lo fissa con aria giudicante. Con un sospiro, prende il primo contenitore etichettato, lo studia per qualche istante e poi mormora:
“Mannaggia a Clitemnestra… come si accendeva il forno?”
Coro dell’atto secondo: Morire per amore è sublime, ma lasciare istruzioni per il forno è divino.
ATTO III: L’Eroe, l’Ade e La Casa Degli Inganni
Ercole arriva al palazzo di Admeto con il passo sicuro dell’eroe, ma appena varca la soglia si ferma, investito da un odore indescrivibile. L’aria sa di panni sporchi, formaggio dimenticato e, inspiegabilmente, di pesce marcio. Intorno a lui il caos regna sovrano: pile di piatti incrostati si accumulano come monumenti alla disperazione, rotoli di papiri ammuffiti sono sparsi ovunque, e il gatto Tàntalo dorme in un elmo spartano rovesciato.
“Le stalle di Augia erano un picnic al confronto,” pensa Ercole, cercando di trattenere una smorfia. Admeto lo accoglie con il sorriso nervoso di chi ha qualcosa da nascondere, avvolto in una vestaglia sgualcita che ricorda Il Grande Lebowski e con il bicchiere di vino in mano.

“Ercole! Amico mio! Che piacere vederti!” esclama con enfasi, cercando di mascherare il disastro evidente. “Vieni, siediti, tutto perfetto come sempre!”
Ercole alza un sopracciglio, scettico. “Perfetto? Qui sembra che un’armata di centauri abbia fatto una festa e dimenticato di pulire.”
Admeto sorride nervoso. “Oh, dettagli! Sai, la vita di palazzo… impegnativa come sempre. Ma tu dimmi, come stanno andando le tue fatiche?”
“Alcesti?” chiede Ercole, ignorando il tentativo di cambiare discorso. “Dov’è?”
Admeto si schiarisce la voce, lanciando occhiate fugaci in giro per la stanza. “Oh, Alcesti? È… fuori città. Sì, certo! È andata a un ritiro di yoga e mindfulness. Sai com’è, sempre alla ricerca dell’equilibrio perfetto.”
Ercole lo osserva con crescente sospetto, ma prima che possa replicare, un servo con l’aria disperata si avvicina furtivo. Con un gesto rapido lo tira da parte e, con il tono di chi sta rivelando un segreto proibito, sussurra: “Signore… siamo nella merda. La regina è morta, e il re finge che vada tutto bene. Ma qui nessuno vive più. Vi prego, fate qualcosa… se non per lui, almeno per noi. E per il gatto.”
Ercole sgrana gli occhi. “Morta?! E lui fa finta di nulla?!”
“Non vuole che si sappia,” continua il servo con un sospiro esasperato. “Ma se non fate qualcosa, moriremo prima noi di stenti. Vi scongiuro, signore!”
Con un’espressione tra l’incredulo e l’indignato, Ercole annuisce deciso, stringendo la sua clava. “Va bene. Sistemiamo questa faccenda.”
Ercole attraversa l’Ade con il passo sicuro di chi è abituato a risolvere i problemi con la forza bruta. Caronte lo ferma al fiume Stige, osservandolo con aria perplessa.
“E tu che vuoi?” chiede il traghettatore. “Non sei morto.”
Ercole sorride. “Sto andando a recuperare qualcuno.”
“Biglietto?” chiede Caronte, scettico.
“Ho una clava, non basta?”
Caronte lo guarda per un momento, poi alza le mani in segno di resa. “Va bene, ma sappi che non faccio rimborsi.”
Nel regno dei morti, Ercole affronta ogni ostacolo con la sua solita disinvoltura. Cerbero prova a fermarlo, ma si distrae quando Ercole gli lancia un osso gigantesco. Alla fine, arriva davanti ad Ade e Persefone.
“Lasciate andare Alcesti,” dichiara Ercole. “Il suo sacrificio è stato nobile, ma la sua assenza ha trasformato la casa di Admeto in… come dire… un Ade alternativo.”
Ade lo osserva annoiato. “Sai quanti eroi vengono qui a fare richieste? Che cos’hai da offrirmi in cambio?”
Ercole sorride. “Un favore olimpico.”
Ade sbuffa. “Gli eroi e i loro favori. Non ne ho bisogno. Ma mia moglie…” indica Persefone, che osserva divertita la scena. “…sembra intrigata da questa faccenda.”
“Lasciamo che torni,” dice Persefone con un sorriso. “Ma voglio vedere se Alcesti sopravvive alla vita… dopo la morte.”
Alcesti, appena saputo che può tornare, fissa Ercole con uno sguardo tagliente. “Se la casa è un disastro, torno qui di mia spontanea volontà. Chiaro?”
Quando rientra al palazzo, Ercole decide di testare Admeto presentando Alcesti come una “nipotina di Corinto” inviata per aiutare. La donna indossa un velo spesso e impenetrabile, che copre completamente il volto, lasciando intravedere solo l’idea di una figura femminile. Admeto, troppo immerso nel suo melodramma per cogliere dettagli, accetta senza sospettare nulla. La presenza del velo, simbolo di distanza e anonimato, impedisce al marito di riconoscere la donna che ama, trasformando Alcesti in un’estranea all’interno della sua stessa casa.
Alcesti osserva in silenzio il caos per giorni. Durante una cena, esplode. “Ditemi, è così che trattate gli ospiti in Tessaglia? Non cambiate le lenzuola? Non lavate i piatti? E soprattutto… non accendete mai il forno?”
Admeto balbetta, colto di sorpresa. “Come fai a sapere del forno?”
Alcesti si alza, si toglie il velo e lo guarda dritto negli occhi. “Admeto, sono io. Tornata dall’Ade. E ti dico una cosa: forse per te era meglio se fossi rimasta lì.”
Admeto rimane a bocca aperta, mentre Alcesti alza gli occhi al cielo e, indicando il caos intorno, esclama: “Sono morta da meno di una settimana, e guarda cosa avete combinato. Mi ci vorranno due vite per sistemare tutto. Sarò anche viva, ma il cetriolone… è sempre in agguato.”
Coro dell’atto terzo: “Quando il destino ti riporta in vita, ma il disordine ti fa rimpiangere l’Ade.”
- “Se Admeto avesse speso meno per la bara e più per una terapia di coppia, forse ci risparmiava tutto ‘sto casino.”
- La vera tragedia non è la morte di Alcesti, ma il freezer pieno di piatti pronti che Admeto non sa riscaldare.”
- “Pare che uscendo dall’Ade, Alcesti abbia sussurrato: ‘Apollo, se proprio dovevi salvarlo, potevi almeno insegnargli a lavare i piatti.’”
- “Dicono che la pazienza è la virtù dei forti, ma Alcesti dimostra che è anche la condanna delle mogli.”
Ora, se la storia ti è piaciuta e non sei di fretta, magari se riesci vai su FB e metti un like un commento vedi tu, così nutri l’algotrazzo e ci aiuti a fare casino. Che poi si può nutrire anche se non ti è piaciuta… purché se ne parli. Poi se sei di fretta, magari ci puoi andare nei prossimi giorni. Caxxate a parte, da questa storia in poi lascio tutto sul blog perché è anche più comoda da scrivere.
E poi, come ripeto spesso (ma repetita iuvant): grazie, grazie, grazie a chi legge, a chi si è iscritto a questa pagina e al blog, a chi mi ha maledetto, a chi ha fatto o farà casino – con buona pace della consecutio temporum.
Ad maiora, semper.
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