Donne… du du in cerca di guai…

Sta a vedere che Ferradini nell’antica Grecia avrebbe fatto la sua figura… Magari non come filosofo, ma come autore di epigrammi da recitare nei simposi tra un bicchiere e l’altro. Il suo “teorema”, però, glielo avrebbero rivoltato come un peplo smagliato e poi ricucito con fine labor limae: via la parte romantica, perché quelli lì andavano dritti al sodo. E avrebbero tenuto solo il succo, la parte che suona più o meno così:

Prendi una donna, trattala male/ Lascia che ti aspetti per ore/ Non farti vivo e quando la chiami/ Fallo come fosse un favore…

Più o meno il riassunto perfetto del rapporto tra uomo e donna nel mondo greco.

Perché — diciamolo — essere donna nell’antica Grecia non doveva essere come avere il Wi-Fi… ma la password la sapevano solo gli uomini.. Altro che “madre della civiltà occidentale”… sì, certo, ma solo se eri uomo. Per le donne la “civiltà” spesso si fermava davanti alla porta del gineceo, quel famoso angolo della casa riservato a loro, dove si passava il tempo a tessere, filare e — se andava bene — a spiare da lontano la vita che scorreva altrove, oltre la soglia.

Altro che harem da mille e una notte: il gineceo era più simile a una soffitta o, peggio ancora, a una stalla. Ci finivi dentro da ragazza e da lì uscivi solo per due motivi: per sposarti — sempre con uno scelto da altri — o per il funerale. E quando ci entravi, si diceva che gli uomini tirassero pure su la scala. Non letteralmente, certo, ma l’idea era quella: chiuse dentro e fuori dal mondo.

E intanto, nelle piazze e nei templi, si parlava di democrazia, filosofia, arte. Ma solo con le barbe e le tuniche.

Viene da sorridere a pensare che tra tragedie e commedie il tema delle donne c’era sempre — Antigone, Medea, le Troiane — eppure nella vita reale la donna era poco più di un’ombra.

Alla fine, viene quasi da capirli quei due versi di Zucchero che sembrano scritti apposta per quei tempi là: donne, du du du, in cerca di guai.

Solo che loro i guai non li cercavano. Li trovavano già scritti nel copione.

Mi spiego?

Facciamo così, oggi ‘si’ sispiegano…

Mi chiamo Cassandra.
No, non sono quella della canzone di De Gregori. E no, non sono pazza.

Se il nomen omen vale qualcosa, allora Il mio nome viene da kekasmai (primeggiare) e aner (uomo): sono colei che emerge sugli uomini. Quella che vede prima. Ma — credetemi — se potessi, questa cosa della profezia la rispedirei al mittente.


Sì, perché un giorno arriva Apollo — bello, come un dio pagano, con quella faccia da sono un dio e c’ho il potere in tasca. Mi fa il sorrisone, si inventa pure la poesia.
Dice che mi ama, che mi sogna la notte — e io lo guardo, mezza divertita. Apollo è cotto a puntino. E non lo dico per vantarmi: lo vedi da come si muove, da come mi parla. È proprio in quella fase — quella che oggi chiameresti Masini mode on, con “Ti innamorerai” in sottofondo.

«Cassandra, senti qua… Ti faccio un regalo» mi fa. «Ti do il dono della profezia. Vedrai il futuro. Tutto. Non ti sfuggirà nulla.»
Io lo squadro. So già dove vuole arrivare.
«E in cambio?»
Lui fa finta di pensarci, ma la verità la sappiamo tutti.
«In cambio… tu sarai mia.»
«Certo. Come no.»

E lì scatta la parte in cui io, che ci sono nata sveglia, decido di fregarlo.
«Va bene, Apollo. Dammi ‘sto dono.»
Lui è felice come un ragazzino. Mi poggia le mani addosso, invoca gli dèi, mi fa il dono.
E io lo sento: la testa che mi scoppia, le visioni che mi arrivano addosso come treni. Tutto. Vedo la mia città andare a fuoco, vedo il cavallo, vedo la morte, vedo il Covid, vedo Trump nel 2016 e pure nel 2024. Insomma, vedo troppo.

Quando Apollo si avvicina per prendersi la sua parte…
«Ah, A-pollo… No.»
Lui si blocca. «Come no?»
«No. Il dono me lo tengo. Ma io… io resto mia.»

E lì lo vedo impazzire. Gli si gela il sorriso in faccia. Non ci crede. Nessuno l’aveva mai fregato così.
E allora la butta sul drammatico, peggio di Masini:
«Bella stronza… Ma se Zeus ti ha fatto bella/Come il cielo e come il mare/A che cosa ti ribelli?/Di chi ti vuoi vendicare?»

E qui arriva la fregatura. Perché sì, il dono resta mio — ma lui ci mette la maledizione.
Mi condanna a vedere tutto, a sapere tutto… ma a non essere mai creduta.
Capito la beffa? Io urlo “uscite dalla città, non fate entrare il cavallo!” — e quelli mi guardano, ridono e mi lasciano lì.
Esattamente come quando gridavo che il vaccino salva la vita — e quelli “eh, ma chissà cosa ci mettono dentro”.

Alla fine è questo il punto: la verità, detta da una donna, non la vuole sentire nessuno.

Adesso sono qui, che guardo Troia bruciare. Ho urlato, ho pianto, ho provato a salvarli. Niente. Ora mi trascinano via, bottino di guerra, verso Micene. E lo so già come va a finire.

Vedo Agamennone che si crede vincitore. Lo vedo rientrare a casa, dove Clitennestra già si lima le unghie con la lama in mano. Vedo Egisto che se la ride.
E vedo me.

Morta.

Perché in questa faida di corna e ripicche ci lascio le penne pure io.
E sai che c’è? Io a questo punto glielo dico. Lo guardo, Agamennone, e gli faccio:
«Cornutaccio.»
«Ma che dici?»
«Cornutaccio. E non in senso figurato. Tua moglie ti mette le corna con Egisto. Ma il bello è che qua a morire non sei solo tu. Ci sto pure io. Che manco c’entro. Ma tanto… tra moglie e marito non mettere il dito. Anche se, due cose, io le avrei da dire.»

Ma lui ride, manco capisce.
E io mi faccio trascinare dentro, a braccetto con la mia condanna.

Perché alla fine è sempre così: la verità non la vuole sentire nessuno.
Soprattutto se la dice una donna.

Mi chiamo Dafne.
Sì, proprio quella Dafne. Quella che alla fine diventa un albero. Ma vi giuro, non era questo il mio sogno.

Io volevo solo stare in pace. Correre nei boschi, respirare, godermi la mia libertà. Innamorarmi? Magari. Ma di uno normale, uno che mi guardasse negli occhi. Non di un dio. E di certo non di Apollo.

E invece lui — il Sole, il Bello, l’Arrogante — mi ha messa nel mirino. Per colpa sua è cominciato tutto.
Apollo se la prende con Cupido, lo sfotte pure:
«Che ci fai con quelle freccette? Lascia fare agli dèi veri.»

Bravo idiota.
Cupido, per tutta risposta, lo frega. Due frecce: una d’oro per farlo innamorare. Una di piombo per me, per farmi odiare l’amore.
E indovinate chi si becca la peggio?

Da lì parte l’inferno.
Apollo mi vede e impazzisce.
Ma non è amore, è ossessione.

È quella roba lì che oggi vedi al Black Friday: non ti serve, non sai nemmeno perché la vuoi, ma devi averla. Subito. A ogni costo. È come il Super Bowl: non conta chi gioca, l’importante è vincere, schiacciare l’altro.
È come le vacanze ad agosto: ci vanno tutti, quindi ci devi andare pure tu, pure se ti scassi sette ore in fila sulla A14 solo per dire “Ci sono stato”.
È come il Cyber Monday: scrolli, clicchi, compri, anche se non sai nemmeno che cazzo stai cercando.
Se avesse avuto Instagram, Apollo mi avrebbe stalkerata lì, aggiornando la pagina ogni tre secondi per vedere se avevo visualizzato.

E io? Io correvo.
Lui dietro.

«Dafne! Fermati! Ti amo!»
Ma che ne sai tu dell’amore, Apollo? che ne sai di un bambino che rubava
e soltanto nel buio giocava, e del sole che trafigge i solai — che ne sai? Che ne sai di chi cresce in un mondo tutto chiuso in una via, di un cinema di periferia, che ne sai della nostra ferrovia — che ne sai?

Tu non sai amare, Apollo. Tu vuoi possedere.
Perché sei il Sole e credi che tutto ti sia dovuto, solo perché brilli.

Ma l’amore non funziona così. L’amore non è rincorrere qualcuno finché non cede.
L’amore è scegliere insieme di restare.
E io — io con te non ci voglio stare. Corro finché le gambe reggono. Poi non ce la faccio più. E prego. Prego la Terra, prego mio padre: «Vi prego, fate qualcosa. Cambiatemi. Ma salvatemi da lui.»

E mi salvano. A modo loro…
Mi trasformo. La pelle si spacca, le braccia diventano rami, le dita si fanno foglie. Le gambe affondano nella terra.
E resto lì, piantata.

Apollo arriva e ride.
«Se non posso averti viva, ti avrò così.»
E mi fa il suo albero. Mi fa corona. Mi fa simbolo.

Bella fregatura.

Da allora premiano tutti con la mia faccia. Poeti, atleti, vincitori. Ma nessuno si ricorda di me. Nessuno si chiede cosa volevo io.. E io volevo solo vivere. Volevo scegliere. Non diventare l’alloro sulla testa di chi corre più forte.

Perché alla fine — ricordatevelo — non sempre chi vince ha ragione. A volte ha solo inseguito più veloce una che non voleva essere presa. E allora adesso lo dico chiaro, una volta per tutte: noi non siamo premi, trofei, medaglie da esibire. Non siamo il bottino di nessuna corsa, né il simbolo del vostro successo. Siamo storie. Siamo scelte. Siamo vite. E meritiamo di essere ascoltate, amate, rispettate. Non quando diventiamo radici o foglie, ma prima. Quando diciamo no. Quando diciamo basta. Perché la verità è questa: siamo già complete. Non ci serve nessuno che ci rincorra per farci esistere. Ci siamo sempre state. E ci saremo.

E se questa storia vi ha fatto venire voglia di sentire davvero la voce delle donne del mito, leggete Ovidio e le sue Eroidi. Scoprirete che da Penelope a Fedra, da Arianna a Didone… erano già loro a scrivere lettere mai spedite. E a dire tutto, prima di noi.

Questa storia doveva uscire l’8 marzo… Ma tra un viaggio in Pennsylvania con Livia, la mia solita pigrizia e il timore di toccare un tema che pesa… è rimasta lì.

Un grazie immenso a Livia, che non solo ha affinato e cesellato la voce di Dafne, ma ci ha messo anche la sua — quella voce che ogni giorno mi ricorda quanto sia importante ascoltare davvero le storie, senza interromperle, senza spiegarle, senza riscriverle.

Alla fine, però, siamo a marzo. E in fondo i giardini di marzo si vestono di nuovi colori, anche se certe storie — queste storie — continuano a sembrare sempre le stesse.

È già qualcosa.

Il primo aprile, giusto per non prenderci troppo sul serio… Le storie di #ExCathedra diventano un libro su Amazon Store. Preparatevi…


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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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