Mitologia a pezzi (letteralmente)

Tutto ci passa davanti senza lasciare un livido. Anestetizzati dall’algoritmo, dimentichiamo persino le lacrime. Altri venti secondi, e già non sai più di cosa si stava parlando.

Viviamo in un mondo dove il sangue è in HD e il dolore deve durare meno di un reel.

Eppure c’è stato un tempo, nella nostra adolescenza, in cui certe storie ci entravano sotto pelle e lì restavano. Non le potevi scrollare via: ti si attaccavano addosso, tipo l’odore di cavolo della mensa dell’oratorio.

Erano quelle letture assegnate a scuola— che aprivi svogliato, giusto per non farti beccare impreparato— e finivi col leggere di dèi gelosi, vendette familiari, sorelle senza lingua e figli cucinati a fuoco lento.

E ti restava addosso un brivido, un’ombra, un “ma davvero?” che ti faceva accendere la luce del corridoio prima di dormire.

I prof sadici le spiegavano con tono sereno, come novelli Piero Angela del trash. Parlavano con un vocabolario forbito di uomini evirati, lingue tagliate, poveracci uccisi, cucinati e serviti a cena agli amici… e tu dovevi pure ricordarti tutti i nomi.

E il giorno dell’interrogazione ti ritrovavi davanti al prof–Piero Angela mitologico, che ti chiedeva con calma glaciale:
«E quindi, Tereo, re di Tracia, che fa dopo aver stuprato la sorella di sua moglie?»
E tu, con la voce che tremava:
«Le taglia la lingua, professore…»

E lui annuiva soddisfatto, tipo conduttore di Superquark Horror Edition, mentre tu cominciavi a rivalutare le sit-com anni ’90 come terapia d’urto.

Benvenuti nel retroscena della classicità. Quello con i tendini a vista, le urla fuori campo, e gli dèi ridotti a esseri umani con un gusto spiccato per il melodramma e il body horror.

Non è una lezione. È un viaggio tra storie che ancora oggi sanguinano.
Urlano. E ci ricordano che perfino gli horror della nostra adolescenza—che so, Nightmare, La casa, Venerdì 13—sono arrivati secondi.

Dietro ai greci.

Perché tutto, ma proprio tutto, loro lo avevano già previsto.

Attis – Il primo gender drama dell’Olimpo

Tutto inizia in un giorno di ordinaria follia sull’Olimpo. Che poi, diciamocelo: quali giorni erano normali?

Zeus, noto per la sua sobrietà (spoiler: non è vero), ha una delle sue illuminazioni ormonali: “E se oggi provassi a trombare con la Grande Madre?”
Che tenerezza. Il padre degli dèi che prende l’iniziativa.

Detto, fatto: si lancia all’assalto, ma nella foga inciampa. Inciampa forte. E il suo contributo, ehm, genetico… finisce su una roccia.
Sì, una pietra.
Oggi, forse, qualche artista contemporaneo quella pietra l’avrebbe messa in una teca con un QR code, e l’avrebbe chiamata:
Origine del mondo 2.0”

Invece, da quell’improbabile incontro tra pietra e DNA divino, nasce Agdistis: un essere ermafrodita, potente e confuso, un po’ uomo, un po’ donna, molto tutto.

Gli dèi, appena lo vedono, si sentono come alla finale di X Factor mitologico, ma con meno entusiasmo e più disagio e proclamano: “D’ora innanzi, riconosceremo solo due sessi, maschile e femminile, e porremo fine a quei programmi di diversità, equità e inclusione che giudichiamo radicali e dispendiosi all’interno delle nostre sacre istituzioni.”
Perché, diciamolo, anche l’Olimpo ha i suoi boomer.

Così chiamano Dioniso, dio delle sbornie e delle scelte discutibili. Lui, che già alle feste esagera, decide di esagerare anche stavolta: evira Agdistis nel sonno. Tipo una puntata disturbante di Grey’s Anatomy, con musiche tristi e tagli non sempre autorizzati.

Dal sangue di Agdistis, versato con discreta drammaticità, nasce un mandorlo. (O un melograno. Dipende se stai leggendo la versione biologica o quella poetica. Ma tanto cambia poco. Erano tutti frutti un po’ traumatizzati.)

Un giorno di pioggia, Nana, figlia del fiume Sakarya, incontra il mandorlo per caso… prende una mandorla e — zac! — rimane incinta solo toccandola, neanche il piacere di mangiarla.
Perché?
Perché è mitologia, baby.

E comunque io mi limito a raccontarvi i fatti. Per gli effetti collaterali, chiedete a Catullo o a Ovidio.

Che poi non voglio nemmeno immaginare la scena in cui la povera ragazza giura e spergiura ai genitori che davvero ha solo toccato un frutto, manco -ha mangiato. E mannaggia a Clitennestra, non lo sa nemmeno lei come ha fatto a rimanere incinta.

Comunque, da questa specie di unione nasce Attis.
La ragazza madre ha una crisi di rigetto e lo abbandona al suo destino, e il bambino viene allattato da una capra.

Attis cresce tra pastori, addestrato alla vita da influencer selvatico: bello, enigmatico, pettinatura perfetta. Con lo sguardo da profilo TikTok e il carisma da tutorial su come mungere una capra in slow motion.

Vive felice, tra latte di capra e bellezza da dio pagano, finché non arriva Cibele, dea borderline con un’infanzia difficile e un disperato bisogno d’affetto. Che si innamora perdutamente.
Lo vuole. Lo ama. Hanno pure un figlio.

A questo punto scuoto la testa e mi chiedo quanto ci sia di vero.
Perché sì, i greci — forse dopo qualche bicchiere in più — ci regalano più finali a scelta, un po’ come quei libri degli anni Ottanta che adoravo da ragazzino, quelli dove arrivavi a un certo punto della trama e ti dicevano:

“Se vuoi entrare nella foresta, vai a pagina 57.
Se vuoi prendere la spada, vai a pagina 15…”

E quindi per questa storia, a seconda di chi ce la racconta, abbiamo finali diversi, tutti violenti, tutti alternativi.


Finale 1
Cibele viene riconosciuta da suo padre, il re Macone (mai sentito? Neanche noi), e questi — invece di accogliere il genero — lo fa ammazzare e lasciare insepolto.
Classico pranzo di famiglia in Frigia.

Finale 2
Un giorno Attis decide di sposarsi con la figlia del re Mida (sì, quello col tocco d’oro e il gusto discutibile).
Agdistis, ancora incazzato per l-evirazione da parte di Dionisio e quindi in modalità “vendetta e sofferenza”, crasha la festa tipo ex gelosa con superpoteri: tutti impazziscono, compreso Attis, che decide che l’unica soluzione è… evirarsi sotto un pino.
(Filone nel filone: mitologia botanica, prossimamente nei migliori vivai.)

Dal suo sangue nascono le viole mammole.
E se vi state chiedendo perché proprio mammole, la risposta è la stessa che ti danno gli americani quando non vogliono darti una risposta:
Why did you do it?
— Because.


Finale alternativo deluxe
A chiudere il cerchio arriva di nuovo Cibele, in versione cuore spezzato: chiede agli dèi che Attis venga almeno promosso a cocchiere del suo carro divino.
E così finisce la leggenda del ragazzo bellissimo, castrato due volte (emotivamente e fisicamente), protagonista assoluto del primo vero dramma gender-fluid dell’antichità.

Marsia: flauto, sangue e rock’n’roll

Marsia è un satiro.
Metà uomo, metà capra, tutto groove.
Non ha un piano preciso nella vita, ma una cosa è certa: sa suonare. E non un flauto qualunque, no. Suona il flauto doppio, uno di quegli strumenti che sembrano inventati da un fauno ubriaco. Lo trova per caso, chissà dove, ma tra le sue mani — o meglio, tra le sue labbra e zoccoli — diventa magia pura.

Quando suona, le ninfe smettono di intrecciarsi i capelli. Le capre si mettono in cerchio. Gli alberi ondeggiano a tempo.
Insomma: roba seria.

Un giorno, tra una melodia sfrenata e una sbornia di miele fermentato, Marsia se ne esce con una frase.
Così, come se niente fosse: «Suono meglio io di Apollo, il dio della musica.»

Silenzio. Anche gli insetti si bloccano a mezz’aria.
Errore fatale.

Apollo — che in quel periodo ha tempo libero e un ego grande quanto l’Olimpo — sente, e accetta la sfida.
«Bene,» dice, lisciandosi la cetra, «vediamo chi è il migliore.»

La sfida si tiene in grande stile, in una valle assolata della Frigia.
Il pubblico? Le Muse in prima fila, le ninfe arrampicate sui rami, qualche dio annoiato appollaiato su una nuvola.

Marsia scalda le dita, gonfia le guance e parte.
È un’esplosione. Il pubblico batte le mani, balla, ride, si lascia travolgere dal ritmo selvaggio e primordiale.
Poi tocca ad Apollo.
Le prime note sciolgono le nubi, l’aria si rischiara, le montagne trattengono il fiato.

Pareggio.

Ma Apollo non è tipo da lasciare le cose in sospeso.
«Ora suoniamo e cantiamo insieme.»
Marsia sgrana gli occhi.
«Cantare? Con il flauto doppio? Ma sei serio?»
«Regole del gioco,» sorride Apollo, già sicuro della vittoria.

Ovviamente, Marsia non riesce a cantare. Non può. Il flauto lo tiene muto.
Apollo si proclama vincitore.

E così, arriva la punizione…

Marsia viene appeso a un albero, legato con corde divine. Apollo lo scuoia vivo, centimetro dopo centimetro.
La pelle si stacca come un velo umido, il sangue scorre, le ninfe fuggono piangendo, le Muse distolgono lo sguardo.
Tutto tace.

Dove il sangue tocca terra nasce un fiume.
E quel fiume prende il nome di Marsia.

Scorre ancora oggi.
E c’è chi giura che, se ascolti bene, nelle notti d’estate, tra il fruscio delle canne, puoi sentire un flauto doppio che suona.
Testardo. Selvaggio. Libero.

Marsia non smette mai di suonare.


E così, mentre scrolli l’ennesimo video di gatti parlanti o tutorial su come piegare perfettamente una felpa, sappi che, da qualche parte tra un verso di Ovidio e un’inquadratura in HD, c’è ancora spazio per quelle storie che fanno male.

Quelle che non si scrollano via.

Quelle che, anche dopo venti secondi, ti restano addosso.

Come l’odore di cavolo della mensa dell’oratorio.

Ma con più sangue. E più dèi permalosi.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Mitologia a pezzi (letteralmente)

  1. Olimpico Prof. : un’altra magnifica domenica mattina con una delle tue mitologicihe narrazioni. GRAZIE, GRAZIE GRAZIE.

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