Quando qualcuno mi chiede cosa faccio per vivere e io rispondo che insegno latino, di norma le reazioni sono due.
C’è chi mi guarda con lo stesso entusiasmo riservato a un semaforo guasto a mezzanotte, convinto che insegni una lingua inutile e faccia un lavoro altrettanto inutile — e magari aggiunge pure la solita frasetta: “Ehhh… ci vuole pazienza…”, detta con quel tono mellifluo da operatore del call center quando ti spiega — con empatia da manuale — che il rimborso è “in lavorazione”. Ma nel senso biblico del termine.
Poi ci sono quelli che, alla parola “latino”, si illuminano come l’albero di Natale del Rockefeller Center di New York, e partono in quarta a pontificare sulla grandezza di Roma, sulla civiltà superiore, sul diritto, sui ponti indistruttibili, sulle terme e sulla res publica.
“Eh, vedi,” ti dicono con sguardo fiero e indice teso, “mentre noi costruivamo il Colosseo, gli altri si vestivano con pelli di bisonte e si aggiravano tra le lande desolate con un osso nel naso.”
Noi…
Io? Be’, annuisco educato, mentre mi chiedo se hanno mai sentito parlare di Paolino. Un nome innocuo, da impiegato matricola 7829/bis.
E ogni volta che ci penso, mi torna in mente un dettaglio. Uno di quei dettagli che non si dicono a cena con i parenti, ma che spiegano più di mille trattati di storia.
I fondatori di Roma — Romolo e Remo — sono stati allattati da una lupa. Che poi, detta così, sembra quasi poetico.
Ma poi ti ricordi che lupa, in latino, vuol dire anche puttana. (Da qui, lupanare).
Mi spiego?
Mi spiego.
L’imperatore Claudio aveva bisogno di dare un po’ di lustro al suo impero. Sai com’è: l’immagine conta, e niente fa più curriculum di una campagna militare contro una popolazione semi ignota ma comodamente massacrabile — una specie di guerra lampo, versione paludosa che poi sarebbe la versione ante litteram della pistola fumante…
Così, mappa dell’Impero alla mano, gli cade l’occhio su quell’isoletta fradicia e inospitale lassù in alto a sinistra, dove pioveva pure sui mosaici. E allora gli torna in mente che Giulio Cesare, ai tempi delle sue gite scolastiche in Gallia, ci aveva fatto un salto: una specie di Erasmus con le legioni. Aveva spaccato qualche cranio, come da programma. Poi, complice un meteo da suicidio, dei dialetti da incubo e l’umidità nei sandali, aveva fatto fagotto ed era tornato ad Alesia, dove almeno i barbari urlavano in francese e la birra scorreva a fiumi.
E così — tadaaan — Claudio manda (a) Paolino.
Un tipo tosto, cresciuto a pane, guerra e verbi intransitivi.
Da buon figlio di lupa (nel senso latino, ovviamente), Paolino arriva in Britannia, dà un’occhiata in giro, e capisce subito l’antifona: le tribù sono più litigiose di un’assemblea condominiale. E allora applica il metodo più vecchio di Roma: divide et impera. Offre aiuti, distribuisce favori, lancia occhiate ammiccanti, e lascia che i britannici si sputtanino tra di loro da soli. Alcune tribù tradiscono le altre con la stessa disinvoltura con cui oggi si passa da una compagnia telefonica all’altra, e nel frattempo Roma avanza, elegantemente infame, come sempre.
Tutto fila liscio per Paolino,finché non entra in scena lei.
Boudicca.
Capelli rossi come un incendio, sguardo da tempesta, e un conto aperto con Roma.
Okay, Boudicca non era nata regina.
Era nata in mezzo al fango, agli alberi e alle storie urlate intorno al fuoco. Aveva imparato a camminare tra i cavalli e a parlare con le api.
Aveva un modo tutto suo di impugnare le armi: sembrava stesse sbucciando una mela.
Quando la diedero in sposa a Prasutago, re degli Iceni — che sapeva scrivere, parlare latino e piegarsi al compromesso — lei pensò: “Pazienza. Almeno non russa.”
Ma col tempo, aveva cominciato a odiare quel modo in cui lui le parlava dei romani.
— Hanno portato le strade, l’ordine, il diritto — diceva.
E lei pensava: “Sì, ma anche le tasse e un cetriolone bello farcito.”
Quando Prasutago muore — sobrio e civile, come si addice a un cliente di Roma — Boudicca versa qualche lacrima di protocollo, si tracanna una pinta e si siede a guardare il tramonto. È tranquilla: il marito aveva già sistemato tutto con i Romani. Il regno, come da testamento, spettava a lei e alle due figlie.
Seee, come no, fa Paolino. Uno che già all’asilo giocava a “senato e gladiatori” e che, da bravo figlio di lupa, già imbrogliava.
Polino manda i suoi legali che parlano come quelli che ti propongono il cambio gestore luce e gas, solo che in latino.
— Il testamento non vale — dicono. — È tutto nostro.
E “tutto”, in romanesco da conquista, significa:
• le terre,
• le armi,
• i forzieri,
• l’onore,
• e, già che ci siamo, anche il silenzio.
Boudicca si inalbera. Prova a resistere.
E Paolino, uomo morigerato e grande esportatore di “civiltà”, la fa frustare.
Poi fa violentare le due figlie, davanti a lei.
Poi già che c’è fa frustare pure loro, le figlie stuprate.
E per fortuna che i barbari erano gli altri…
Ed è qui che Boudicca smette di essere una donna e diventa un’allucinazione.
Un tuono a ciel sereno. Una profezia a cavallo.
Perché quando ti toccano l’onore e le figlie nella stessa scena, anche la più tranquilla delle regine si trasforma in belva.
Un po’ come quando schiacci per sbaglio la coda al gatto sbagliato.
In una settimana, Boudicca fa quello che nessun team di marketing aveva mai osato: Unificare i popoli britannici sotto un solo brand: #FuoriILegionari (e per fortuna che le donne non sanno comandare…)
Le tribù rispondono presente. I Trinovanti, gli Atrebati, i Catuvellauni. Perfino i Siluri, che normalmente odiavano anche il proprio riflesso.
Ogni campo, ogni villaggio, ogni stalla che attraversa, lascia un segno: una torcia accesa, un urlo nella notte, una speranza che sa di sangue e futuro.
Davanti ai suoi guerrieri, Boudicca parla dal carro. Non legge un copione. Non serve…
— Loro hanno le corazze, — dice. — Noi abbiamo le cicatrici.
— Loro hanno gli standardi, — Noi abbiamo la fame.
— Loro ci dicono come vivere. — Noi gli insegneremo come morire.
Le donne urlano per prime. Poi i vecchi. Poi i ragazzi.
La Britannia intera si stringe intorno alla voce di una madre ferita che ha deciso di non perdonare.
Boudicca guida i suoi in una carneficina senza freni.
Non è vendetta: è macelleria sacra.
Camulodunum cade per prima.
I templi distrutti, le statue di Claudio abbattute come fossero di cartapesta, i coloni squartati.
Alle donne romane — quelle ben vestite che ridevano dei “capelli rossi” delle britanne — tagliano i seni e glieli cuciono in bocca.
Poi le appendono, come trofei muti, ai pali lungo la via.
Poi tocca a Londinium.
Bruciata viva. Non conquistata: incenerita.
Chi tenta la fuga viene aperto in due, lasciato a grondare su quella che un giorno sarebbe stata Oxford Street.
Una lunga fila di corpi: chi senza testa, chi senza lingua, chi senza nome.
Infine Verulamium, che non ha colpe precise, ma ha il difetto di esistere sotto il vessillo sbagliato.
E così viene rasa al suolo con la stessa pietà con cui si calpesta una formica mentre si parla al telefono.
Il messaggio è chiaro:
Quando i barbari si incazzano, si incazzano davvero.
E Paolino? è altrove.
Non si aspettava che l’Impero potesse essere sventrato da donne coi capelli sciolti e gli occhi rossi di pianto.
E invece eccolo lì, a contare morti e macerie, mentre si chiede se per caso stavolta non fosse il caso di chiamare rinforzi, sì ma quali?
E alla fine, arriva la battaglia campale.
La battaglia della strada Watling.
Paolino non ha tempo. Ma soprattutto non ha uomini.
Appena 10.000 tra legionari, ausiliari e veterani dal curriculum insanguinato.
Boudicca invece sì: ne ha 230.000. E pure incazzati.
Gente che ha visto le proprie figlie violentate, i villaggi bruciati, gli dèi impiccati ai pali.
Gente che non combatte per la gloria, ma per riprendersi l’anima a morsi.
Paolino chiede rinforzi. Che ovviamente non arrivano.
Bloccati altrove, a difendere templi, pettinature e civiltà prêt-à-porter.
Ora, se volete sapere nei dettagli la strategia di Paolino, prendete un bel manuale serio o chessò leggetevi Tacito e già che ci siete pure Cassio Dione… Perché questa, signori, è la battaglia della strada Watling. Un nome che sembra quello di una via residenziale, e invece è il posto dove si è compiuta la più grande lezione di logistica militare e brutalità preventiva dell’Impero romano.
Boudicca è talmente sicura di vincere che si porta dietro i carri pieni di civili — donne, bambini, vecchi —, e li sistema in fondo, dietro l’esercito. Tipo pubblico del multisala venuto a vedere i Romani allo spiedo.
Paolino invece dispone le truppe in formazione a cuneo, con colline ai lati e un imbuto perfetto davanti: nessuna via di fuga, per nessuno.
Poi aspetta.
E quando i Britanni attaccano, carichi di rabbia e zero strategia, i Romani reggono.
Reggono. E poi sfondano.
Si combatte come indemoniati. Spade, urla, sangue, morsi, corpi calpestati, crani spaccati come noci.
I cavalli scivolano sulle budella. I carri si ribaltano.
La linea britanna cede.
E quando Boudicca & Co. provano a fuggire… zac.
Si schiantano contro i carri del multisala.
Gli spettatori, proprio loro…quelli coi pop-corn… diventano ostacolo, carne da calpestare, tappo umano.
Tacito scrive che nella battaglia finale della rivolta di Boudicca i Britanni lasciarono sul campo 80.000 morti, mentre i Romani ne persero solo 400.
Sarà vero?
Mah. È un po’ come quando chiedi a un ragazzo quanti amori ha avuto e ti dice “una trentina”, e poi chiedi alla ragazza e lei sussurra “tre e mezzo” contando anche quello delle medie.
Insomma, numeri alla American Pie: gli uni esagerano per vantarsi, le altre riducono per decenza.
Tacito, nel dubbio, ha fatto come i maschietti: ha moltiplicato tutto per dieci. Ma l’impero in fondo è anche questo: narrazione ben confezionata.
E Boudicca?
Secondo alcuni si avvelena.
Secondo altri viene fatta a pezzi.
Secondo i migliori, diventa leggenda.
E Paolino?
Rimane lì, tra le mosche, il fumo e i corvi, a spiegare che sì, ora c’era di nuovo la pace.
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Quando fanno il deserto, lo chiamano pace.
Fine dello spettacolo. Le uscite sono in fondo.
Occhio a non scivolare. C’è ancora sangue.
Che poi ogni volta che la rileggo, questa storia — di imperi, invasioni, vendette e rovine — mi viene da pensare che forse l’unica cosa davvero “intelligente” che abbiamo creato in millenni di civiltà… sono le bombe.
Intanto, se volete supportare questa pagina (e il mio vizio di scrivere), il libro è qui:
Mannaggia a Clitennestra

Se lo avete letto, sniffato, dimenticato sul sedile posteriore accanto a un gratta e vinci non grattato, o regalato a qualcuno che non l’ha capito, lasciate una stellina.
Anche piccola.
Clitennestra si accontenta. Più o meno.
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Sulla epica storia di Breaca, regina degli Eceni, e di Boudica, ho letto tempo fa un paio di libri di una serie dedicata da Manda Scott a questa grande guerriera ed eroina celtica . Manda Scott è una scrittrice scozzese. Di lei conosco solo questi libri. Leggerli mi ha affascinata e appassionata, ma mi ha anche fatto riflettere. Sulla politica espansionistica dell’antica Roma, sui suoi ” costi”, in termini di feroci battaglie e di massacri, anche di civili, anzi direi genocidi, e suoi ” benefici”, in termini di ampliamento di conoscenze in tanti rami del sapere, e di molte tecniche funzionali alla creazione di città, le cui basi sono rimaste fino ad oggi. Col tempo, mi sono convinta che Roma abbia assolto una funzione fondamentale nell’evoluzione dei popoli dell’Europa centrale, e forse anche di più. Sicuramente la lingua latina ha impregnato di sé secoli di storia del Vecchio e del Nuovo Continente. Ricordo Giambattista Vico, che diceva, se non erro, che la Storia procede come una spirale. Le cose si ripetono, ma a un livello sempre più alto . Purtroppo adesso il caro filosofo Vico mi pare in gran difficoltà. Altro che spirale in ascensione ! …. La guerra è la più grande forma di stupidità.
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