Quando apro gli occhi, non capisco subito dove sono.
Ho fatto un sogno strano, già in dissolvenza — leggero come condensa sui vetri. Ultimamente succede spesso: mi sveglio e, per qualche istante, tutte le stanze della mia vita — l’Italia, l’America, la Lombardia, il Maryland — si sovrappongono in un’unica mappa senza contorni.
Nel sogno, due persone sedevano su una panchina a Patterson Park.
Parlavano fitto, a bassa voce.
Alle loro spalle, la pagoda cinese in cima alla collina, sotto un sole smorto.
Non ricordo cosa si dicessero. Solo un nome: Riccardo Rasman.
Nel sogno tutto aveva un senso.
Ora mi sfugge.
Mi alzo controvoglia.
L’estate è già incollata ai vetri. Il quartiere ronza di condizionatori che friggono l’aria.
Tra poche ore ci sarà odore di barbecue, birra sgasata, bourbon e menta, voci da giardini troppo pieni.
Scendo in cucina, metto su il caffè, accendo il computer.
Alle mie spalle, la luce filtra in tagli obliqui tra le persiane.
«Scusate», dico piano. Non so bene a chi.
Mi verso il caffè. Mi siedo.
Il quartiere brucia.
E io leggo Cicerone.
Intorno, silenzio.
Capita, certe volte, che ci si aspetti una parola. Un pensiero da condividere. Qualcosa da appuntare — oggi, magari, in un post.
Ma ci sono giorni in cui le parole restano ferme.
Forse perché vengono da un altro luogo.
O forse perché certe cose si capiscono solo stando zitti.
E va bene così.
Però non riesco nemmeno a dimenticare.
Stefano, il volto scavato, gli occhi segnati.
Federico, i capelli ricci, la pelle tumefatta, una macchia rossa a disegnargli un’aureola intorno alla testa.
Oggi avrebbe compiuto 38 anni.
Tutto qui.
O forse no.
Ci sono due forme di ingiustizia:
una è quella di chi la compie,
l’altra, di chi potrebbe impedirla e non lo fa.
(Cicerone, De Officiis)
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Michele, sei sparito volutamente da FB o è successo qualcosa?
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