Per l’ennesima volta Zeus perde la pazienza. Sai che novità… è come quando giuri di smetterla di guardare video scemi su YouTube alle due di notte e invece, un secondo dopo, sei lì che ridi come un idiota davanti a un cane che balla la macarena. Con gli uomini, il re degli dèi ha lo stesso identico rapporto tossico: “stavolta basta”, e poi ci ricasca. Ma adesso la misura è colma.
Ai piedi del monte Olimpo la situazione è questa: un’orgia party permanente, si tromba come se non ci fosse un domani, coffee shop stile Amsterdam persino nei villaggi più sperduti della Tessaglia, figli illegittimi che si moltiplicano come follower farlocchi su Instagram. E per avere i famosi quindici minuti di celebrità non serve più nemmeno la busta di C’è posta per te: basta uno sputtanescion improvvisato nel foro di Salamina, caricato su TikTok.
L’ipocrisia è lampante: Zeus campione di fedeltà? Ma per piacere. Ha sparso la Grecia di semidei più numerosi dei filtri facciali su Instagram Stories, ma ragiona come certi politici in doppiopetto stirato: “Patria e Famiglia”… finché non salta fuori la foto con l’amante minorenne all’autogrill.
Zeus decide: l’umanità va resettata. Problema: non ha più idee. Dopo aver passato secoli a trasformare ninfe in fontane e uomini in cespugli ornamentali, anche lui soffre di un blocco dello scrittore cosmico. Lo vedi lì, che mordicchia lo stilo davanti a una tavoletta bianca e sospira: “Ok, fontane e cespugli già fatti… e adesso?”
E allora scappa. Stanco di sacrifici puzzolenti, si catapulta negli Stati Uniti: un McDonald’s gli pare un altare con l’arco dorato, Alexa la Pizia a cui chiede se Era lo perdonerà mai per tutte le corna che le ha elargito.
Alla fine approda in un motel scalcinato: neon che lampeggia, moquette impregnata di fritto, Bibbia nel cassetto. La sfoglia, legge di Noè e ride: “Arca, diluvio, reset totale. Altro che oracoli, qui serve un cataclisma alla vecchia maniera.”
Idea rubata al volo, come uno studente che spaccia per propria una tesina copiata da Wikipedia. Solo che Zeus può riscrivere il mondo intero.
Dies Irae, dies illa. Sopra la Grecia si addensano nuvole da kolossal hollywoodiano. Fulmini, tuoni, trombe d’aria: manca solo la scritta directed by Cecil B. DeMille. La pioggia scende come effetto speciale da milioni di dollari: ulivi divelti, templi travolti, contadini trasformati in nuotatori olimpici che fanno lo stile libero tra colonne doriche. Manca solo il banner: In 3D, only in theaters.
Dall’alto Zeus se la gode come un produttore megalomane: “Catastrofico, apocalittico, ma con ritmo!”
Zeus, convinto di aver cancellato l’umanità, chiude i rubinetti e si compiace. Le acque scendono come un sipario, lasciando rovine, alberi strappati, bestie trascinate via. Missione compiuta.
Poi lo sguardo si stringe.
In quell’oceano devastato si intravedono due puntini insignificanti…
Sono Deucalione e Pirra. Lui, figlio di quello scassamaroni di Prometeo, che non riesce mai a farsi i fatti suoi. Lei, figlia di quella ficcanaso di Pandora, ironica e stanca, che per consolarsi chiacchiera con una zucca galleggiante come fosse Wilson.
Eh sì, perché Prometeo ha spoilerato il finale al figlio: «Deucalio’, fatti una barca, porta tua moglie — che poi è pure tua cugina, la famiglia prima di tutto — e lascia che il resto vada a fondo.»
Zeus sbrocca. Ha montato un kolossal hollywoodiano da fine del mondo e il finale gli viene rovinato da due puntini che sembrano usciti da una parodia di Cast Away.
Così, mentre il mondo annega, i due scivolano via sulle onde: e senza saperlo sono già la versione 2.0 dell’umanità.
Deucalione e Pirra, spaesati tra fango e rovine, niente manuale, niente tutorial su YouTube, vanno da Temi — non una zia di provincia, ma la dea della Giustizia e dell’Ordine. Se qualcuno può dargli le istruzioni per far ripartire l’umanità, è lei.
Peccato che Temi parli come un prof di latino: secca, perentoria, tutta grammatica e zero carezze. Le sue “spiegazioni” sembrano più un compito in classe che un aiuto vero: «Velatevi il capo e gettate dietro le spalle le ossa della Grande Madre. Questa consegna vale il 20% del voto finale, niente refusi o errori di caso, grazie.»
Silenzio.
Deucalione si gratta la testa: «Ma che cactus 🌵 vuol dire? Questa parla peggio di Gadda sotto acidi.»
Per un attimo restano lì, persi. Ossa? Grande Madre? Si guardano intorno, ma di scheletri non se ne vedono. Poi a Pirra scatta la lampadina: «La Grande Madre è Gea, la Terra. Le sue ossa non possono che essere le pietre.»
Così raccolgono sassi dal fango e li lanciano dietro le spalle. Una, due, dieci… e dal terreno iniziano a uscire uomini e donne, che si sgranchiscono come comparse convocate all’ultimo minuto. Niente elmi lucenti o corazze: più che eroi, sembrano figuranti di provincia. Uomini e donne tornano a camminare: prima spaesati, poi già a litigare, ridere, baciarsi. Uno trova un grappolo d’uva e improvvisa un brindisi, un altro chiede: «Scusate, c’è mica il Wi-Fi?».
Dall’alto Zeus scuote la testa. «Mannaggia a Clitemnestra. Ho cancellato il mondo per ricominciare, e già fanno casino.»
Poi se ne va, con l’aria rassegnata di un professore che capisce che, anche al terzo spiegone, nessuno ha afferrato l’ablativo assoluto.
Sipario.
Luce fioca: Mesopotamia, tra i giardini fangosi del Tigri e dell’Eufrate. Un vecchio ziggurat, capre sull’argine, l’acqua come sottofondo infinito.
In primo piano Utnapishtim è seduto sul vater di un palazzo in rovina, una tavoletta cuneiforme sulle ginocchia. Legge Apollodoro che racconta il mito di Deucalione e Pirra e sbraita: «Ma guarda questi greci! Si prendono pure il diluvio come fosse farina del loro sacco… l’avevo inventata io, mannaggia a Enkidu!»
Dietro di lui, Gilgamesh scuote la testa e lo punzecchia: «Comunque è colpa tua: con quel caxxo di nome, nemmeno alla Settimana Enigmistica riuscivano a infilarti.»
Utnapishtim alza lo sguardo verso i giardini pensili al di là del Tigri e mormora, quasi tra sé: «Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?»
Poi tira lo sciacquone con stizza. Il gorgoglio si confonde con l’Eufrate in piena e si perde in mille rivoli di porpora e d’oro.
Se queste pagine ti hanno fatto sorridere, pensare o almeno rimandare la lavatrice (che tanto può aspettare), il modo migliore per sostenerle è dare un’occhiata a Mannaggia a Clitennestra… lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon vale più di mille sacrifici bruciacchiati sull’altare dell’Olimpo

Qualsiasi somiglianza con politici, professori di latino o vicini di casa è puramente voluta. Per i curiosi, le fonti sono quelle di sempre: Apollodoro con la sua Biblioteca, Ovidio nelle Metamorfosi e il buon Esiodo con la sua Teogonia (più incasinata di un pranzo di Natale allargato). Per la versione “deluxe” del diluvio c’è Utnapishtim nel Poema di Gilgamesh, che faceva l’influencer dell’arca ben prima di Noè, e per gli effetti speciali Cecil B. DeMille, perché ogni apocalisse che si rispetti merita un tocco hollywoodiano.
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Good! E ben tornato 😄
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Buongiorno Finalmente ti posso leggere ancora. Ho assilla serata di presentazione a Figino e poi credo ti dia preso un periodo di riposo. Ora finalmente posso sorridere coi tuoi racconti, il libro è a casa mia vicino alla poltrona ogni tanto leggo un racconto. Buon lavoro e grazie Stefania
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