Joan e la follia

Photo by Nahid Hatami on Unsplash

Era il tempo in cui, nel profondo Sud, la legge non parlava nei tribunali, ma graffiava sui muri e sui cartelli degli autobus. Segni che squarciavano il cielo come costellazioni capovolte: “Whites only” — “Colored only.”

Ogni epoca ha le sue cicatrici: cucite nella stoffa, incise nella pietra, piantate nel legno.

Sulle verande, le sedie a dondolo oscillavano come vecchie signore che bisbigliavano segreti. L’aria era tesa e vibrante di sete, come una corda stonata. La storia non si leggeva nei libri: aleggiava nell’afa che si appiccicava alla pelle. Echi di fantasmi senza nome che camminavano sulle assi scricchiolanti. Catene invisibili sotto il respiro dolciastro delle magnolie, occhi mai chiusi scrutavano dalle ombre.

E poi tutto era bianco.
Bianchi i muri delle scuole, bianchi i vestiti della festa, bianche le promesse di un futuro già cucito su misura. Un bianco che non illuminava. Non era l’assenza di luce a negare la visione, ma l’eccesso. Cecità.

Un bianco che fingeva purezza e invece cancellava i volti, mascherava le ingiustizie sotto la stoffa immacolata della convenienza. Così, dietro quell’abbaglio uniforme, gli altri diventavano invisibili, ridotti a ombre che nessuno voleva riconoscere.

In quella luce troppo chiara crebbe Joan, imparando a sua volta che il bianco non era innocenza ma sepolcro: il bianco delle lapidi e delle magnolie. A quindici anni aveva già capito che il dio del reverendo della domenica era solo un’ombra sbiadita, e che il suo futuro “ordinato” non poteva bastare.

Appena più che ragazza, lasciò le aule “per bene” delle università bianche per iscriversi al Tougaloo College, un’università per neri in Mississippi.

Nel 1961 si unì ai Freedom Riders. Studenti e attivisti, bianchi e neri che salivano sugli autobus sfidando le leggi segregazioniste. La Corte Suprema aveva già dichiarato illegale la segregazione sui trasporti interstatali, ma il Sud ignorava la sentenza. Quei pullman erano diventati campi di battaglia: sedersi nel posto “sbagliato” significava sfidare l’ordine costituito. Molti autobus furono assaltati e incendiati, molti manifestanti finirono in ospedale, la maggior parte in prigione. Non era un viaggio: era una guerra disperata di civiltà.

Venne arrestata a Jackson, Mississippi, in un inizio di giugno che bruciava di sole e sirene. Spintoni, manette, il clangore di una porta chiusa.

Rifiutò di pagare la cauzione e rimase due mesi al Parchman Penitentiary. Aveva diciannove anni.

Una ragazza bianca tra i neri, sui pullman e in cella: per chi la osservava non c’era altra spiegazione plausibile. Dev’essere pazza. Così cominciarono i test, i colloqui, le diagnosi. Ogni parola di uguaglianza annotata come un sintomo, ogni silenzio archiviato come sospetto.

Una Cassandra, condannata a dire verità: “tutti gli esseri umani sono uguali.” Parole troppo semplici per non sembrare follia. Un’invasata, l’ennesima Joan-strega che aveva varcato la soglia della decenza precipitandosi nella limpidezza folle dell’insopportabile.

Perché in fondo sognare un mondo diverso resta follia. Come le magnolie sul portico: bianche, splendide, gualcite, con un profumo che è insieme promessa e presagio di morte.

Resilienza viene dal latino resilire, “rimbalzare indietro”. Piegarsi senza spezzarsi. È la parola che allora come oggi attraversa le frontiere, le carceri… È il nome non detto di chi, come Joan Trumpauer Mulholland (1941), trasformò la follia in futuro. Bianca, cresciuta nel Sud, divenne protagonista del movimento per i diritti civili: Freedom Rider, membro dello Student Nonviolent Coordinating Committee, partecipò a sit-in e marce, venne arrestata e imprigionata a Parchman. Ostracizzata dalla sua famiglia e dalla società bianca, nessuno riusciva a spiegarsi perché una ragazza con il suo futuro scegliesse quella strada. Non sapendo come capirla, la etichettarono come “pazza”.

Un grazie alla R.J. Phillips Band di Baltimore, per continuare a intrecciare musica e memoria lungo il viaggio di Stars n’ Stories.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Joan e la follia

  1. Buongiorno,

    ma il profilo su facebook ex cathedra 2.0 proprio non tornerà più?

    Manca tanto 😊

    In ogni caso e come sempre complimenti! Leggere i suoi scritti è un piacere per la mente

    michela

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