Una bibbia e un paio di scarpe

“Molti anni dopo, di fronte al plotone d’esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine

Eh sì… se avessi un filo di disciplina, avrei già aperto una rubrica fissa: Only in America.
Perché certe storie, giuro, sembrano succedere solo qui.
(O forse sono io che continuo a farmi fregare dal mito?).

Comunque, per raccontare questa storia bisogna partire dalla fine.
Perché, proprio come in Cent’anni di solitudine, o chessò… in American Beauty, il destino si rivela subito, e ogni pagina diventa un cammino a ritroso verso l’inevitabile.


Novembre 2016, Portland, Oregon.
La porta di una casa si apre piano. La maniglia, se potesse parlare, direbbe di custodire ancora il ricordo di quei calli: le linee, i solchi, la smania di un ragazzo che ci infilava una chiave in fretta.

Dentro, l’odore è un miscuglio dolciastro di cera, polvere, ricordi e pomeriggi sfioriti. I mobili e i quadri sembrano una Polaroid scolorita: tutto è rimasto fermo come in un museo privato.

L’intruso non accende la luce. Si muove sicuro, con la naturalezza di chi quegli spazi li ha respirati da bambino. Non cerca né denaro né gioielli. Vuole soltanto due cose: una Bibbia dalla copertina rigida e un paio di scarpe da bambino, con i lacci sfilacciati e la gomma ingiallita. Per chiunque altro cianfrusaglie. Per lui i feticci di un’infanzia mai vissuta.


Il suo nome è Thomas Culpeper: americanissimo all’orecchio, quasi aristocratico sulla carta. Ma addosso gli sta come un vestito sbagliato: largo sulle cuciture, stretto dove dovrebbe respirare. E infatti, a ben guardare, quegli occhi raccontano tutt’altra storia.

Thomas è nato a Busan, Corea del Sud, nel 1976. Nel 1983 viene adottato insieme alla sorella maggiore, in un pacchetto “due per uno” da supermercato, e spedito in Oregon. Un fiore di loto trapiantato in un bosco di felci: la radice cerca acqua ferma, il terreno offre solo ombra e pietra.

Che poi questo bambino non è un’eccezione. Negli anni Settanta partivano aerei stipati di bambini dalla Corea del Sud, dal Vietnam e da altri angoli di guerre perse o pareggiate dagli Americani, a seconda dei punti di vista. Perché la storia la scrivono i vincitori, o i presunti tali.

Per alcuni era solidarietà, per altri puro business: agenzie private che incassavano parcelle altissime, governi che si alleggerivano di orfani e incassavano valuta straniera. In America, famiglie che trasformavano quelle adozioni in un capitalismo al rovescio: incassare sussidi federali “allevando” bambini come investimenti, non come figli da crescere. Piccoli Demon Copperhead con gli occhi a mandorla, come nel romanzo di Barbara Kingsolver: bambini cresciuti in un’America che trasforma la miseria in merce narrativa e la vita fragile di un orfano in moneta di scambio.


Così Thomas passa di mano in mano.
La prima famiglia incassa gli assegni federali per un po’, poi si stanca e lo scarica. La seconda fa lo stesso, ma in più lo prende a calci più che ad abbracci. Fiché un giorno gli sbatte la porta in faccia.

Ed eccolo qui, anni dopo, tornato in quella stessa casa. Non per vendicarsi, non per soldi. Solo per riprendersi i feticci di un’infanzia rubata in cambio di qualche assegno federale. La stessa porta, lo stesso odore di cera e polvere, la stessa casa che un tempo chiamava famiglia.

Viene però scoperto, e i “genitori”, i ‘signori’ Culpeper, lo denunciano per furto.
La fine che sembrava un ritorno diventa un nuovo inizio: non di appartenenza, ma di esclusione.


Poi al commissariato la verità scoppia come un fuoco d’artificio il 4 luglio: Thomas non è soltanto un ladro, è un ladro “irregolare”. Nessuna delle famiglie aveva completato le pratiche per dargli la cittadinanza americana. Troppo costoso, troppi dettagli.

Così, a quarant’anni compiuti e più di due terzi della vita trascorsi negli Stati Uniti, Thomas viene espulso. La legge fa il suo corso. Perché, come scriveva Cicerone: Legum servi sumus ut liberi esse possimus.
Siamo schiavi della legge per essere liberi.

Un volo di sola andata per Seoul. Una lingua dimenticata, un paese che non è mai stato il suo. Alle spalle, una moglie e tre figli: nell’economia delle esistenze, dettagli irrilevanti.

Thomas prova a reagire. Nel 2022 un tribunale gli dà ragione e condanna l’agenzia coreana che aveva gestito l’adozione a risarcirlo. Ma nel gennaio 2025 la Corte Suprema ribalta tutto: nessuna colpa, nessuna responsabilità. In sostanza, spiegano i giudici, negli anni Settanta nessuna legge obbligava a garantire la cittadinanza agli adottati. Erano tempi in cui persino le cinture di sicurezza erano opzionali, e i caschi da motorino un vezzo. Figuriamoci un avvertimento di cittadinanza sulla schiena di orfani spediti oltreoceano.

Oggi Thomas vive in Messico.
Abbastanza vicino per sentire i figli al telefono, abbastanza lontano per misurarne ogni giorno la mancanza. Un limbo geografico ed esistenziale: straniero nella terra che lo ha partorito, respinto da quella che lo ha cresciuto.

Questa è la storia di Thomas Culpeper.
Un uomo che voleva una Bibbia e un paio di scarpe.
E invece ha trovato l’America.


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Photo by Daniel Stiel on Unsplash


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Una bibbia e un paio di scarpe

  1. È incredibile l’intensità ma anche la leggerezza con cui riesci a raccontare storie pesanti, talvolta burocraticamente pesanti (e incredibili) come questa.

    Bello leggerti.

    L

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