In principio era il vero

Leggenda narra che, un giorno, due grammatici latini si sfidarono in una gara singolare: dire la frase più breve possibile.

Il primo si concentrò, le sopracciglia serrate come in un concilio di dèi, poi un lampo gli attraversò gli occhi. — Eo rus, — disse, compiaciuto. (“Vado in campagna.”)

Il secondo lo guardò, e un sorriso gli fiorì sulle labbra:— I, — rispose soltanto. (“Vai.”)


In principio era il verbo.
Lo avevano fregato così…

Illuso da una frase sacra,
si caricò sulle spalle
sostantivi, pronomi, aggettivi —
tutto il peso del dire.

Finché non si accorse
che lo usavano —
per muovere, non per sentire.
Sulle labbra di tutti,
nel cuore di nessuno.

I sostantivi avevano casa,
i pronomi maschere,
gli aggettivi profumi.

Lui era solo passaggio.

E nel passaggio
si consumava.

Allora si spogliò delle persone:
dell’io vanitoso,
del tu esposto,
del noi invadente,
del voi giudicante.

E rimase nudo
davanti alla lingua.

Non volle più muovere — ma restare.
Non volle più agire — ma partecipare.

Così divenne participio —
verbo sospeso
tra l’essere e l’avere,
tra il ricordo e la fiamma:
adolescente nell’impulso,
adulto nella ferita.

E in quell’ardente oscillare
tra il detto e il taciuto,
il verbo — come l’uomo —
si scoprì fragile,
nell’infinito:

perché ogni parola,
come la vita,
vive finché vibra —
nella sua caduta infinita.


Photo by Fabian Irsara on Unsplash


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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