Dalla polvere

Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so.
Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.”
Non significa niente. Forse è stato ieri.

— Albert Camus, Lo straniero


La luce lattiginosa dell’alba gli ricorda le mattine della scuola.
Lo scuolabus della Corsicana High che svoltava a destra, mentre lui — testa bassa, felpa col cappuccio tirato fin sopra gli occhi — prendeva la strada opposta.
Nelle cuffie, un chitarrista urlava come se il mondo fosse già in fiamme.

Gli piaceva proprio per quello: perché diceva a voce alta ciò che tutti pensavano sottovoce.
Che lo sceriffo picchiava la moglie ma pregava la domenica, che l’edicolante su Alleghany Avenue accarezzava troppo spesso le ragazzine del liceo, che l’imprenditore immobiliare che presiedeva il coro in chiesa falsificava i conti, e che il reverendo predicava moralità con l’alito che sapeva di gin.

Tutti ben stirati, tutti perbene, tutti pronti a indignarsi davanti a un poster di una band.
Sapevano chi era il diavolo, ma dovevano additarne uno nuovo.

Un rumore secco lo riporta al presente: una chiave che gira, un passo nel corridoio.
L’aria sa di metallo e caffè bruciato. Dalle strade di Huntsville arrivano solo ronzii lontani, un camion del latte, una sirena distratta.

Nel cortile del penitenziario, un uccello si posa sul filo spinato e aspetta.
Tutti, oggi, sembrano aspettare qualcosa.

È sveglio da ore. Per dormire c’è tempo… da morto avrà turni infiniti.
Si rade da solo, con gesti lenti, per non sprecare il poco tempo che gli resta.
Rifiuta l’ultimo pasto.
«Non ho fame,» dice. «Il corpo tanto non mi appartiene più.»

Chiede soltanto una Bibbia e una sigaretta.
La Bibbia arriva in una busta di plastica, come una reliquia disinfettata; la sigaretta gliela porge un secondino.
Lui la accende, aspira piano, come se ricordasse per caso di essere ancora vivo.

Quando gli chiedono se vuole dire qualcosa, si raddrizza.
Non ha fogli in mano, non legge niente. Parla guardando davanti a sé, come se le parole gli fossero rimaste in gola da troppo tempo.

«Voglio dire solo una cosa: sono un uomo innocente, condannato per un crimine che non ho commesso.
Da dodici anni sono perseguitato per qualcosa che non ho fatto.
Dalla polvere sono venuto e alla polvere ritornerò — e la terra diventerà il mio trono.»

Poi guarda verso il vetro. Dietro, i testimoni: avvocati, giornalisti, un prete e una donna… Non piange, non parla, ha gli occhi fissi.

«Non sei tu quella che dovrebbe essere qui,» dice.
«Tu lo sai, vero? Lo sapevi allora. Lo sai ora.»

Ripete la frase, più piano:
«Tu lo sai…»

Silenzio.
Qualcuno prende appunti. Qualcuno controlla l’orologio.
La guardia gli posa una mano sulla spalla.

Lui annuisce, chiude gli occhi.
«È finita,» mormora.

E mentre l’ago si fa strada nella pelle, i ricordi si impastano con il veleno che deflagra nelle vene, sciogliendosi nel sole che s’alza pigro sui tetti bassi del Texas.
Un giorno come gli altri, solo un po’ più bianco, un po’ più stanco.
Come se il mondo, per un attimo, avesse deciso di voltarsi dall’altra parte.


Era il 23 dicembre del 1991.
Il salotto profumava di pino artificiale e di zucchero.
Le bambine ridevano: una teneva in mano una bambola nuova, l’altra accendeva le lucine colorate.
Il disco dei canti di Natale saltava sempre sulla stessa strofa di Silent Night, a singhiozzo.

Cameron cercava un accendino.
Poi, un odore strano. Un crepitio breve come un colpo di tosse.
La fiamma era partita dalla stanza dei giochi e aveva divorato la moquette, inerpicandosi come una bestia invisibile.
In pochi minuti, la casa era diventata una candela.
Le luci di Natale si erano trasformate in sirene.
La notte si era colorata di rosso.

Quando i pompieri erano arrivati, l’avevano trovato nel cortile: scalzo, con i capelli bruciati e la pelle nera di fumo.
Urlava i nomi delle figlie come preghiere senza risposta.
Aveva tentato di rientrare, ma due uomini lo avevano bloccato.
Allora aveva lottato, graffiato, sanguinato.
Diceva che le bambine erano dentro, ma la casa era ormai un forno.

Uno dei vigili gli aveva gridato di calmarsi.
Qualcuno aveva scattato una foto.
Più tardi, quella foto era finita sul telegiornale delle sei del pomeriggio.

I corpi delle bambine erano stati trovati nella camera dei giochi.
Causa della morte: inalazione di fumo.

Già il giorno dopo due esperti, Manuel Vasquez e Douglas Fogg, avevano dichiarato che l’incendio era doloso.
Avevano detto di aver visto chiazze di combustione sul pavimento, vetri screpolati dal calore, tracce di fiamme che avevano camminato lungo il suolo: segni certi — dicevano — di benzina.

Era bastato quello.

Davanti alla casa bruciata, l’aria sapeva di plastica e pioggia.
Le travi annerite sporgevano come ossa di un vecchio dinosauro estinto; il camino era rimasto dritto — un moncone di casa che non voleva cadere.

Nel cortile, tra il fango e la cenere, qualcuno aveva piantato tre croci di legno grezzo.
Sopra, i nomi scritti a pennarello: Amber. Karmon. Kameron.
Tre bambine. Tre luci spente a dicembre.

Nel paese dicevano che lui non aveva pianto.
Che non lo avevano visto disperarsi come si conviene a un padre che perde tre figlie in un colpo solo.
Che fumava, dopo, seduto su una cassa di birra, guardando la casa crollare.

La gente, a Natale, ha bisogno di una scusa per dormire in pace.
Così avevano organizzato una colletta — un gesto pulito, rassicurante.
Qualcuno era passato casa per casa: “Per quelle povere bambine, per la sepoltura, per una lapide.”
Avevano racimolato qualche dollaro e molte scuse nello stesso cesto.
Un paese intero che si era lavato la coscienza prima di andare alla messa di mezzanotte.

Poi però lui, con quei soldi, invece di comprare una bara, era andato al bar.
“Per dimenticare,” aveva detto.

E il dolore, si sa, dev’essere sobrio, educato, fotogenico.
Il suo invece puzzava di alcol, di rabbia, di solitudine.
Così il paese lo aveva condannato prima del tribunale.

Perché non basta soffrire: bisogna saperlo fare nel modo giusto.


Il processo era cominciato come una messa domenicale.
Le panche piene, l’aria densa di dopobarba e sudore, la curiosità che sapeva di pancake e rancore.
Il giudice era entrato con passo cerimonioso; le giurate avevano sistemato le borse come in chiesa.

Davanti a loro, Cameron — tuta arancione, sguardo spento.
Non era più un uomo: era un simbolo.
Il padre indegno, l’ubriacone, il mostro di Natale.

Si processava l’uomo che aveva rifiutato di recitare la parte.
L’uomo la cui vera colpa, come in certi vecchi romanzi, era l’indifferenza.
Era l’accusa suprema: l’essere uno straniero al dolore imposto.

Non processavano il fuoco: processavano il carattere.

foto: https://www.newyorker.com/magazine/2009/09/07/trial-by-fire

Le prove scientifiche erano un rosario di opinioni.
“Le fiamme si muovevano in modo strano,” aveva detto un perito.
“C’erano motivi economici,” aveva aggiunto un altro.

Eppure, anni dopo, Gerald Hurst — un chimico, uno che conosceva davvero il fuoco — avrebbe detto che quei segni non significavano nulla.
Che il calore, come gli uomini, a volte si comporta in modo imprevedibile.

Ma quel giorno, in quell’aula, la verità serviva solo per confezionare una storia con un colpevole dentro.

Fuori dal tribunale, la gente mostrava cartelli: “Giustizia per le bambine.”
Ma la giustizia non ha nome: ha solo un volto da cancellare.

Quando avevano letto la sentenza, lui era rimasto in silenzio.
Nessuno aveva applaudito, ma tutti si erano sentiti un po’ più buoni.

Negli anni successivi, il tempo non è passato: è marcito.
Il braccio della morte ha le sue stagioni, ma non cambia mai luce.
Le giornate si ripetono come un errore di stampa: stesso rumore di chiavi, stesso passo lento, la stessa lampadina che imita la luce del giorno.

Cameron ha smesso di contare i giorni.
Non per rassegnazione, ma perché ha capito che il tempo non serve a nulla se non c’è un domani.

Scrive poche lettere.
Una a sua madre adottiva, che non risponde.
Una alla moglie…

So che non mi credono. Ma Dio sa.
Poi cancella il nome di Dio.
So.

Solo quello.
Una parola che non chiede scuse.

A volte sogna il fuoco.
Nel sogno, il fuoco è lento, quasi gentile; al di là delle fiamme le bambine ridono, si tengono per mano e corrono tra le scintille come in un film al rallentatore.

Quando si sveglia, l’aria sa ancora di fumo.
Le guardie bussano piano, come se non volessero svegliarlo davvero.
Lui si alza, si lava la faccia, infila la camicia pulita che gli hanno dato.
“Pronto?” chiede uno.
“Lo sono da dodici anni,” risponde.

Il resto è già accaduto.
Le ultime parole, la Bibbia, la sigaretta, la donna dietro il vetro.
Dopo, il corpo torna alla polvere, come aveva promesso.
La terra diventa il suo trono.


Fuori, Huntsville si sveglia lenta.
Nel bar all’angolo servono caffè e pancake.
La gente legge il giornale, sbatte la pagina, scuote la testa: “Un altro caso chiuso.”

In fondo, è tutto come prima: le luci di Natale nei giardini, il coro in chiesa, il profumo del pollo fritto che torna nelle strade.
Il silenzio, nel Sud, è la forma più alta di pace.

La moglie torna a casa.
Spegne il televisore, apre la finestra.
Le mani le tremano, impercettibili, ma gli occhi restano asciutti.

Non è dolore, quello. È la calma piatta del timore, del segreto custodito per anni, per paura di essere giudicata anche lei.
O forse per la stanchezza di una vita che non ha più lacrime.

Non piange, non prega.
Resta lì, immobile, finché la luce del pomeriggio gli riempie il viso.
Da qualche parte, un corvo grida, poi vola via.

Il giorno continua.
E il mondo, indifferente come il cielo del Texas, si aggiusta da solo.
Come se la verità, anche stavolta, fosse andata in fumo.

Cameron Todd Willingham (1972 – 2004) fu condannato a morte in Texas per l’incendio della propria casa, nel quale morirono le tre figlie: Amber, Karmon e Kameron.
Le successive perizie — tra cui quella del dottor Gerald Hurst, citata da David Grann su The New Yorker (“Trial by Fire”, 2009) — dimostrarono che l’incendio non era doloso.
Willingham era innocente.

Photo by Trude Jonsson Stangel on Unsplash


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Dalla polvere

  1. Questa storia conferma come la pena di morte sia una dimostrazione di arretratezza etica, sociale e culturale. Una forma di inciviltà.

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