Il catalogo del silenzio

Ci hanno raccontate a metà. Anzi no: ci hanno raccontate a modo loro. Avete i nostri nomi — gusci vuoti, senz’anima. Conoscete gli dèi che ci hanno punite, trasformate, dilaniate, umiliate. Ma non avete il senso. Quello ve lo siete perso per strada. Eravamo ninfe, spose, madri, muse. Donne. Le “fortunate” — o forse sarebbe meglio dire le “predestinate”. Scelte da dèi pagani che ci hanno sfiorato, e da quel contatto divino non ci siamo più svegliate.

Vi racconteranno che era amore. Che la bellezza deve imparare a piegarsi. Che la fuga era un dono, la pietra una punizione, il silenzio una virtù. E quando finiranno le parole, si rifugeranno nell’hybris — la formula con cui hanno messo ordine nel disordine, scrivendo la nostra storia al passato e la loro al presente. Hanno composto inni per chi ci ha inseguito, eretto templi per chi ci ha ingannato, cantato poemi per chi ci ha violato. Mentre noi siamo rimaste statue, tronchi, briciole di costellazioni smarrite, echi lontani soffocati dal tempo.

Eppure le nostre voci, soffocate dai secoli, risalgono lente dal fondo della memoria come sangue rappreso. E raccontano tutto perché non hanno dimenticato. Non più favole, ma verbali. Non più miti, ma denunce. Questo non è un canto d’amore. È un processo. E per una volta, sono gli dèi a dover rispondere.

Medusa – Il mostro inventato
Vi diranno che pietrificavo gli uomini. È curioso, perché da ragazza non riuscivo a reggere lo sguardo di nessuno. Tutti pronti a raccontare la mia storia, nessuno disposto ad ascoltarla. Ero una ragazza bellissima, dicono. I miei capelli cadevano sulle spalle come le onde del mare di Libia che sferzano le scogliere — scuri, indomiti, salmastri. Si muovevano di moto proprio, seguendo i sospiri del vento, come se avessero memoria delle maree e dei naufragi. Ogni ciocca custodiva un riflesso di luna, e quando camminavo la notte mi seguiva per non perdere la strada di casa…

Le gambe leggere come giunchi mi tenevano sospesa tra terra e acqua, figlia del confine e del silenzio. Ero fatta di sabbia e di sale, come l’alba sui deserti antichi. Un giorno, il mare si accorse della mia bellezza e provò a prendersela. Scappai, ma lui mi braccò: ogni passo era un tuono che precedeva la tempesta. Mi rifugiai nel tempio di Atena, credendo che una donna mi avrebbe capita. Poseidone arrivò. Non chiese. Gli dèi non chiedono mai. Cercai la dea, ma lei voltò lo sguardo. Non disse nulla e non fece nulla. Solo il silenzio — pesante come una sentenza.

Atena tradì la donna per la dea, la sorella per l’immagine. Scelse di restare intatta, di non rischiare se stessa per difendere me. E quando tutto finì, mi fissò come si guarda una colpa. Disse che avevo profanato il sacro. Non c’è ferita più profonda di una donna che gira lo sguardo davanti a un’altra donna. Atena non difese me: difese il suo ruolo. Perché il potere non conosce compassione.

E allora, lenta, la punizione si fece strada. Non un fulmine, ma un’infezione silenziosa: una vibrazione nel cranio, una tensione che si diffuse. I capelli, un tempo fieri, cominciarono a contorcersi, a pulsare di vita propria — non più ciocche setose, ma fili estranei che strisciavano sulla mia pelle. Erano serpenti, sempre più numerosi, sempre più vivi, che si annidavano in testa: un orrore caldo e sinuoso. Cercai di urlare, ma la voce mi si gelò in gola, mentre gli occhi si facevano pesanti, capaci di vedere troppo, e poi di non vedere più nulla che non fosse destinato alla pietra.

Il mostro non venne da fuori. Crebbe dentro, e io fui solo la testimone impotente di quella metamorfosi che mi consumava. Era un modo elegante per chiudere la questione: se la vittima diventa un mostro, il colpevole può restare un dio impunito.

Da allora mi hanno chiamata Gorgone, abominio, orrore.
Per anni mi sono nascosta dagli uomini — o forse da quel racconto che continua a perpetuarsi, ogni volta uguale: un uomo offeso, una donna messa a tacere.
Poi è arrivato Perseo. Dicevano che fosse un eroe.
Ma che razza di eroe è uno che non ha nemmeno il coraggio di guardarti in faccia?
Ha preferito il riflesso dello scudo, un’immagine addomesticata della realtà, dove io sono il mostro e lui la luce.
Il mio sguardo, che un tempo pietrificava, ora serve a restituire la vergogna a chi scambia il possesso per amore e la violenza per destino.

Dafne – Il corpo che fugge
Mi chiamavano ninfa, come se bastasse una parola gentile per raccontare una vita. Abitavo i boschi, le rive dei fiumi, il silenzio dopo la pioggia. Poi arrivò Apollo: il dio della luce, della musica, delle profezie. Tutti lo amavano, tutti si inginocchiavano. Io no. E bastò quello per scatenare la caccia. Quando gli uomini vogliono qualcosa, non chiedono: pretendono. Lui parlava d’amore, ma aveva il fiato corto di chi vuole soltanto dominare. Io correvo, e il bosco correva con me. Gli alberi diventavano rifugio, il vento alleato, il cuore tamburo. Più fuggivo, più capivo che non era soltanto Apollo a inseguirmi: era quel mondo prestabilito che non sopportava il rifiuto di una donna.

Quando sentii il suo respiro sulla nuca, capii che non avrei resistito ancora a lungo. Chiesi aiuto alla terra. E la terra rispose. Le gambe si fecero radici, le mani rami, la pelle corteccia. Non fu dolore: fu tregua. Il mio corpo cessò di esistere. Apollo arrivò un attimo dopo, mi sfiorò, mi parlò, mi chiamò “mia”. Io non risposi. Non potevo più. Ma in quella immobilità c’era tutta la libertà che il mondo non voleva concedermi. Da allora porto foglie invece di capelli, e il vento è la mia voce tra lo stormire di queste piante. Oggi non corro più, è vero, ma lui non mi ha mai raggiunta. E forse è questa la mia vittoria: essere diventata l’unica cosa che un dio pagano non può possedere.

Leda – L’amore piumato
Tutti ricordano il cigno. Io ricordo il freddo. Era un giorno limpido, l’acqua ferma. Camminavo sulla riva del lago, pensavo alla solitudine, a quel silenzio che a volte pesa più di mille voci. Poi lui apparve: bianco, immenso, maestoso, il becco inclinato, le ali aperte come un sipario. Un dio travestito da grazia. L’inganno di sempre. Mi dissero, dopo, che fu amore. Che Zeus, nella sua infinita potenza, si era innamorato di me. Che la mia bellezza lo aveva stregato. Ma l’amore non entra così: senza bussare, senza parola, senza volto né consenso. L’amore non schiaccia con il peso del suo corpo, non graffia, non piega, non lascia piume sulla pelle come tracce di una colpa.

Ricordo solo il gelo tagliente del lago che si fece carne. Eppure, quando tutto finì, il lago rimase immobile, come se nulla fosse accaduto davanti all’ennesimo corpo dell’ennesima donna violata. Solo l’acqua sapeva, ma preferì non dire niente. Forse perché, a forza di guardare le divinità, anche lei aveva imparato a tacere. Mi dissero che da quell’unione nacquero due uova, e da lì Elena, Clitennestra e i gemelli di Sparta: un’intera dinastia. Nessuno chiese se lo volessi, nessuno domandò che ne fosse di me — la donna che un dio aveva usato come un passaggio.

Nel mito mi hanno lasciata come simbolo di bellezza. Io, invece, ricordo solo il gelo del lago e l’odore di piume bagnate. Zeus è tornato in cielo, e di me hanno fatto leggenda. Ma le leggende, ora lo so, servono sempre a nascondere una vergogna. E così, ogni volta che qualcuno ammira un cigno, io sorrido. Perché so cosa c’è dietro quella grazia: un dio che scende, un corpo che trema, e un silenzio che nessuno osa interrompere.


E allora non cercateci nei libri. Lì troverete solo le versioni addomesticate di ciò che siamo state: i sorrisi, le metamorfosi, gli amori divini scritti da dita maschili. Ogni leggenda è un modo elegante per dimenticare chi ha sofferto davvero. Noi siamo quelle dimenticate, quelle che hanno detto no, che hanno corso, resistito, taciuto, che sono state chiamate ninfe, spose, mostri, regine. Ogni nome, un travestimento. Ogni silenzio, una condanna.

Ma ora il catalogo si riapre. Medusa guarda ancora il mondo e lo costringe a smettere di fingere. Dafne sente il vento e non il peso delle mani. Leda osserva il lago: l’acqua è ferma, ma lei non lo è più. Europa porta il nome di un continente, ma nega la storia. Callisto brilla nel cielo, ma la sua luce vera è quella della consapevolezza. E Persefone risale ogni anno, ricordandoci che tornare non è rinascere — è resistere.

La lista è troppo lunga per i papiri e le pergamene. Così oggi le nostre voci si moltiplicano, nelle parole dei bardi e nelle pagine che scriviamo, fino all’ultimo angolo della rete.

Il processo è cominciato.

Même si vous vous en foutez,

chacun de vous est concerné.

Anche se ve ne fottete,

ognuno di voi è coinvolto.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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