Tra il più e il meno

L’uomo mi fissa.
Di tanto in tanto, prende la penna e scrive qualcosa.
Ha un’aria assorta, quella tipica dei mattini di chi ha già vissuto troppe routine: CTRL-C, CTRL-V, CTRL-ALT-CANC, username e password, il notiziario delle sette, l’impermeabile preso ai saldi del Labor Day, dopobarba di Dollar Tree, il discount su Providence Road, il traffico sull’I-695 — il raccordo di Baltimora — la pioggia di fine autunno che schiaffeggia il parabrezza.

Le sue dita ossute e sottili sono prive di anello, ma questo non vuol dire niente. Potrebbe essere sposato, chissà, un matrimonio felice o che si trascina in qualche modo…


Ora sorride, o almeno ci prova. È un sorriso quasi comico, come uno sforzo dell’anima. Dentro quel sorriso c’è un universo con tanto di galassie: pomeriggi a casa, il televisore della sala sintonizzato su WBAL, il notiziario delle 6 o’clock che accartoccia le notizie una alla volta: un inseguimento sull’Avenue, un incidente sulla Boulevard, una sparatoria sulla Street… ‘Merica.

L’uomo riprende a parlare. Lo ascolto come si ascoltano gli uccelli che cinguettano sui davanzali d’estate: non è importante quello che dicono, ma solo il suono che producono.

È un Oriole, l’uccello che popola i boschi del Maryland e della Virginia: becco rosso, dorso blu e giallo. Quando mi fissa, capisco che mi ha fatto una domanda.
Sorrido e uso la formula inglese molto in voga da queste parti: “Say it one more time.- Dillo un’altra volta…”

Lui ripete la domanda:
— Di cosa si occupa, Mr. D.?
Alzo la testa verso il soffitto.
Ci sono macchie di umidità marroni. Questa cosa tutta americana non la sopporto: l’idea che se qualcosa funziona, basta e avanza. Anche se è brutta, se non si aggiusta, va bene uguale.
L’occhio a queste latitudini non sembra volere la sua parte…

Ma una vita senza bellezza che vita è?

La luce fioca della stanza disegna una curva sottile lungo la macchia. Sembra quasi biforcarsi in due rami morbidi.
Mi ricorda le mani di mio padre: nodose, calde, attraversate da striature di pelle e vene.
Più a sinistra, una crepa prende forma. A prima vista, sembra un cane con un corno. No, aspetta. Un canicorno, una crasi improbabile, come una bestia mitologica in attesa di un incontro impossibile.


Questo soffitto è il mio caleidoscopio di bambino. Avrò avuto sette anni, bastava un colpo del polso e il disegno si frantumava in mille schegge di vetro colorato per ricomporsi in qualcos’altro.
Un soffitto imperfetto, americano, con macchie trascurate che continuano a cambiare forma. Non bello, ma perlomeno vivo.

L’uomo getta un’occhiata paziente all’orologio.
— Io di mestiere esporto. Dico…
— E cosa esporta?
— Idee, concetti, frasi, lingue morte…
— E dove?
— Nelle scuole. Tra gli adolescenti…
— E come va il lavoro?
— Diciamo che mi difendo, anche se negli ultimi mesi il peso dei dazi si fa sentire…
— Ah, i dazi!
— Eh, che poi dazio deriva dal latino. Participio di un verbo di cui adesso non ricordo il paradigma. Poi i secoli l’hanno allungato, stirato, messo ai valichi e sulle porte delle città… Quanti siete? Cosa portate? Un fiorino!
Alla fine il segreto sta tutto lì: una parola che porta dentro l’eco di un gesto antico — dare qualcosa per continuare il viaggio. Porti pazienza, ma noi insegnanti siamo coondannati a insegnare… sempre… qualcosa… a qualcuno…


L’uomo sorride, una piega agli angoli della bocca accondiscendente.
— E la parola tariffa, anche quella è latina?
— Nah, quella col latino non c’entra un 🌵.
— Comunque, il lavoro va bene? insiste l’uomo.
— Più che altro va a giorni… a volte sì, a volte no, a volte chissà. Proprio come i dazi.

Sul soffitto, quella macchia continua a fissarmi: ha il profilo di un uomo qualunque, con addosso l’odore del dopobarba del discount, la pioggia del traffico e le notizie delle sei.
Provo a dirgli qualcosa, ma le mie domande si sciolgono nella nebbia dei suoi occhi — nei miei pensieri evaporati in quella macchia…

Il suo sguardo si fa più intenso, ma l’immagine della macchia sul soffitto non si dissolve.

Alla fine, siamo solo macchie. Appariamo, sbiadiamo, e restiamo lì, senza che qualcuno lo noti, in cerca di un senso che forse non troveremo mai.

Photo by Malcolm Lightbody on Unsplash


Discover more from Lapis Et Lux

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Tra il più e il meno

Leave a reply to mysteriouslygoatee896da5e9c8 Cancel reply

Discover more from Lapis Et Lux

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading