Turno: coatto per destino, eroe per necessità

La storia di Turno è una di quelle che non sai mai se appartengano alla mitologia o a un video di Roma Est alle tre di notte.

Ma partiamo proprio da lui: Turno, un coatto semplice semplice. Bello, genuino, con quella serenità di chi si accontenta di poche cose: la fidanzata Lavinia, i pranzi dalla suocera, le domeniche a Ladispoli, due gladiatori allo stadio e la certezza che certe tradizioni non cambieranno mai.

E poi c’è lei: la suocera Amata.
Che non è “amata” in senso poetico — è proprio Amata, di nome e di fatto: nomen omen, eh… quando il destino vuole fare il fenomeno.

Amata è una signora di mezza età che passa le serate davanti ai classici talk del tardo prime time romano: studio blu, opinionisti sempre un po’ allarmati e grafiche che urlano “ULTIM’ORA” anche quando parlano di un tamponamento tra due bighe sul Gra.
Programmi capaci di convincerti che appena oltrepassi il pomerium ti aspetta il caos primordiale — o peggio, il parcheggio di Ponte Milvio al sabato sera.

Ora, il marito è re Latino, e nessuno si spiega davvero come Amata abbia fatto a sposarsi con un progressista un po’ snob come questo re: uno di quelli che parlano con voce pacata, sorseggiano vino biologico e hanno sempre un libro d’arte sul tavolino. Elegante e un filo compiaciuto, è il tipo che cita Pasolini mentre ti versa il Sassicaia e va all’EUR “solo per l’architettura”, ci mancherebbe.

Amata, invece, a Turno vuole bene come a un figlio vero: montagne di matriciana, consigli gastronomici al limite dell’oracolare, e perle familiari tipo: «Per fa’ una bona cacio e pepe devi annà dal caseificio Palinuro: a volte dorme sulle comande, ma vuoi mette’ il sapore?».

Poi, come in tutte le tragedie che si rispettino, arriva l’inghippo che manda all’aria l’equilibrio domestico: gli immigrati.
Turchi, per giunta…

Dicono di essere in fuga da una guerra lontanissima, la solita scusa che usano tutti, ma intanto sbarcano con un’aria fin troppo compunta: armi tirate a lucido, corazze fresche di fabbrica, troiane a destra e a manca, scudi nuovi di zecca e un intero pantheon infilato nelle bisacce. Tutti con quella faccia da “Noi… profughi perseguitati, sì… Noi figli di Troia veniamo da molto lontano… strada lunga, dura. Se voi non aiutate… allora cuore vostro davvero è freddo, senza humanitas.”, che già immagini i segmenti allarmati nei talk della sera — quelli che Amata guarda in vestaglia leopardata sbraitando: «Teribbile… non posso guardà».

A guidarli c’è Enea: bello come un semi dio pagano, abbronzato, affranto al punto giusto. Tipo da “io non volevo disturbare”, ma che se per sbaglio gli dai una mano finisce per prendersi il braccio, la spalla, la giugulare, La-vinia…

Re Latino ovviamente non ci capisce un cactus.
Tutta colpa di una vecchia profezia ascoltata una sera in un ristorante etnico sulla Prenestina, mentre la cameriera gli leggeva il futuro usando i biscottini della fortuna: «Se Lavinia sposerà un immigrato irregolare arrivato via mare, con equipaggiamento standard (scudo, lancia e trauma irrisolto), da quel matrimonio nascerà una stirpe destinata a comandare il mondo.»

E così, quando Latino vede Enea con la parlantina veloce, gli basta un “forsan et haec meminisse iuvabit” per convincersi che sia lui the chosen one.
Poi Enea gli spara anche un “l’esecrabile fame dell’oro”, e re Latino annuisce ispirato… E poco importa che sotto i risvolti della toga, sta già digitando su Google: “esecrabile significato”.

E così re Latino cambia genero con la stessa disinvoltura con cui si passa da TIM a Vodafone: un minuto Turno, quello dopo Enea, “con offerta speciale: sacrifici illimitati, roaming tra Lazio e Troia e un pacchetto extra di auspici garantiti dagli dèi”.
E il bello è che lo fa con quell’aria da progressista fine e un po’ snob che, quando lo contraddici, sospira e cita un autore super inclusivo, possibilmente ex editorialista de l’Unità.

Turno studia la situazione in silenzio — con la faccia di uno che legge la bolletta e capisce che sta pagando anche la fibra del vicino.
E mentre prova a restare calmo, Giunone — in piena follia da suocera cosmica — manda Allecto (come) una Furia.
Lei si presenta, tutta anfibi e sguardo da esclusiva di Dagospia sullo scoop di corna: si avvicina a Turno e gli soffia nell’orecchio ira, gelosia e furore guerriero, con la stessa grazia di una notizia che fa saltare tre matrimoni e un governo.

Amata invece parla, eccome se parla: «Latino, senti a me… Quello non è un eroe. È un puttaniere di professione.
Guarda da dove viene, guarda la famiglia, guarda il caos che si porta dietro.
E tu vorresti dare nostra figlia a uno che non distingue gli spaghetti dai bucatini? Tra padre e figlio, questi Eneadi hanno portato via più ragazze loro che tre stagioni del dating show più litigato dell’Esperia.
Anchise, per dire, è finito a letto con Venere.
Con Ve-ne-re, mi spiego?
La dea dell’amore. Non una ninfetta qualunque…

E poi naturalmente c’è Enea, quello che tu chiami “eroe”.
Eroe? Ma quale eroe.
È un para-culus, Latino mio.

Mentre gli amici morivano per difendere Troia, lui era ubriaco come una zampogna e faceva incubi in cui Ettore non gli diceva di combattere, ma guarda caso di svignarsela alla svelta”.

Durante la fuga si è perso pure la moglie — tu dirai vabbè, succede, pazienza.
Ma intanto ha navigato alla dick of dog per mezzo Mediterraneo e ha trovato pure il tempo di sedurre e abbandonare Didone, la regina! L’ha scaricata con un Whatsapp: “Non è colpa mia, è il Fato. Vado in Italia non di mia sponte… è destino. Forsan et haec.”

Ma niente. Latino ormai parla solo di accoglienza, campi profughi da allargare, dèi, fondi europei, destini e profezie.
Amata non profetizza: constata.
E nessuno la ascolta (a parte Turno).

E infatti a quel punto Turno sbotta.

Gli basta sentire “profughi” nei talk della sera che la furia gli fa partire l’embolo. Raccoglie un gruppetto di militanti laziali — quelli che non hanno mai vinto una rissa ma tengono un passamontagna in macchina “non si sa mai” — e decide di andare a “dare una lezione”.

Obiettivo: il campo profughi improvvisato dove i Troiani hanno montato tende, fuochi, stenditoi e un altarino portatile a Giove Ottimo Massimo.
Sembra un classico accampamento umanitario… ma con quella precisione da IKEA mitologica che ti fa pensare che non sia certo la prima volta: ne avranno montati una dozzina, tra Ellesponto, Scilla e Cariddi, seguendo sempre lo stesso manuale d’istruzioni con i disegnini di Enea che sorride.

Turno arriva con la sua spedizione punitiva:
tre scooter scassati, due torce recuperate dalle commemorazioni del quartiere, un cartello scritto con l’Uniposca “FUORI I TURCHI DAL LAZIO” e uno che filma tutto per caricarlo su TikTok, convinto che “se famo er botto”.

Appena varcano la recinzione — una rete metallica tirata su alla buona dai profughi — scatta la tensione. Qualcuno distrugge qualche nave ma poi gli fanno presente che i turchi come se ne sarebbero dovuti andare via dal Lazio? A nuoto?

Una guardia troiana urla qualcosa che sembra un mix di greco, turco e bestemmie poetiche.
I guerrieri si voltano, alzano gli scudi.
Turno, per non perdere la faccia, grida:

«A regà, daje! È mo’ o mai più! Difendemo er Lazio!»

E proprio lì… succede.

Un galoppo.
La terra vibra.
La rete si sposta.

E appare Lei.

Camilla a cavallo veloce come un glitch mitologico.
Sfonda il perimetro, frena di colpo, si mette davanti ai Troiani, scioglie i capelli come in un trailer di Netflix e proclama:
«Sono una donna. Sono latina. Sono pagana.»

Camilla domina da sola la battaglia come Beyoncé al Superbowl.
Salta, fende, fa numeri che i Troiani manco con il tutorial su YouTube.
Poi, all’improvviso, vede Chloreo, un guerriero bardato come un manichino della Milano Fashion Week — mantello glitter, arco inciso, corazza da red carpet.
Camilla non ci capisce più un cactus, vuole quell’outfit a tutti i costi: “Quello è mio”.
E si lancia all’inseguimento con la sicurezza di chi ha già scelto il vestito per l’afterparty.
Ed è proprio lì che Arrunte, viscido come uno spoiler su Instagram, le scaglia un giavellotto alle spalle.
E lei cade. Punto. Fine del mito.

La guerriera più forte del Lazio, uccisa dal suo unico momento di vanità — come una al Black Friday che si ferma un secondo di troppo davanti allo sconto sbagliato.

Poi c’è Pallas, l’idealista dei centri sociali italici.
Vorrebbe dialogare, mediare, capire.
Peccato che si infili proprio dove non dovrebbe.

E Turno — quasi controvoglia — lo uccide.

Una tragedia nella tragedia: quando arriva la spada, l’idealismo evapora.

Turno, che è il più pratico degli eroi, propone a Enea la soluzione da uomini:

«Io e te. Domani. Qui.
Ce le diamo di santa ragione.
Se vinco, prendi i tuoi stracci, i tuoi profughi e te ne vai.
E soprattutto… mi lasci Lavinia.»

Enea accetta.

Combattono.
Turno resiste, incassa, restituisce, poi cade.
Ma resta tranquillo: gli hanno fatto una soffiata.
Enea, dicono, c’ha il cuore morbido come un cuore di panna… basta guardarlo con gli occhi da cerbiatto per scioglierlo come un Cucciolone lasciato al sole di Fregene.

Così, con l’orgoglio che scricchiola, recita in perfetti esametri il verso che ha ripassato la sera prima con Amata:
«Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras.»
(E la vita, con un gemito, fuggì sdegnata tra le ombre.)

Enea si commuove…
Per un secondo.

Poi gli torna in mente Pallas.
L’immagine gli cambia la faccia.
Si accende la vena del litorale e gli fa:
«Manco er sangue m’hai fatto uscì. Arzate, a cornuto. Arzateeee.»

Turno non si alza.
Enea lo finisce.

La pietas, quel giorno, era in pausa pranzo.

La suocera Amata non regge a quello scempio e si uccide, Latino resta lì, come un politico nel gruppone unico, senza voce in capitolo. E Lavinia? Vabbé lei non dice niente, spostata di qua e di là come un pacco di Amazon…


CONSIDERAZIONI FINALI

  • Le suocere italiche non sbagliano mai: Giunone è solo la versione con budget infinito.
  • Gli Eneadi hanno portato via più donne loro che quattro stagioni di Uomini e Donne, compreso lo speciale da Rimini.
  • Se uno si fa chiamare “il Pio”, statte accorto: il colpo basso arriva SEMPRE. Puntuale come il canone Rai.
  • Camilla ci insegna che puoi essere un fulmine in battaglia… ma se ti innamori di un mantello glitter, finisci nel mito per i motivi sbagliati.
  • E Turno, alla fine, reagisce al destino esattamente come Cesare nella scena cult di Notte prima degli esami: stessa energia, stessi “non ci sto”. ( video sotto)

qui vi lascio una cosa seria… nel caso https://ecomuseolaziovirgiliano.altervista.org/la-scuola-di-harvard-il-mito-di-turnus/


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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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