Argo: gli Occhi Stanchi della Perfezione

Melany fissa la versione piena di cicatrici rosse e blu.
La carta è ormai un campo di battaglia: le perifrastiche e i congiuntivi giacciono come militi ignoti.

Si passa due dita sotto gli occhi lucidi, come per strizzarne via le ultime gocce di sonno.
Oltre la finestra, le ultime scaglie di sole provano ancora a illuminare il campo di lacrosse.

«Mr. D… io non posso sbagliare,» dice, la voce tesa come un filo d’acciaio. «Non posso proprio…»

Non rispondo subito. Continuo a guardare la finestra: restituisce un tramonto rosso come un ematoma.
«Sai chi mi ricordi, Melany?»

Lei solleva gli occhi pesti.
«Se mi dice Catilina, giuro che mi metto a piangere.»

«Argo.»

«Argo? Il cane di Ulisse?»

«Nah…»

Mi appoggio allo schienale, intreccio le mani.
«Argo Panoptes. Il mostro con cento occhi. Ne teneva sempre qualcuno aperto.
Era il guardiano perfetto: vedeva tutto e non concedeva tregua a nessuno.
Nemmeno a sé stesso.»

Lei sospira.
«Mr. D, oggi proprio no…»

«Ascolta invece… Argo era un mix tra Google Nest e una portinaia con l’insonnia cronica: vedeva tutto. Il sogno proibito di ogni madre quando apre il registro elettronico.»

Un mezzo sorriso le scappa.
«Allora era parente della mia… lei riesce a vedere anche le assenze del mese prossimo.»

«Esatto. Ma più guardava, più doveva guardare.
Ogni dettaglio poteva essere una minaccia.
Gli occhi non li chiudeva mai del tutto.

Proprio come fai tu: scuola, soccer, Red Cross, honor society, leadership…
Ti stai consumando come un mostro che non dorme mai.»

Melany stringe le labbra.

«Ma la parte più interessante è il finale… Era gli affida una giovenca da sorvegliare — che poi è sempre la solita storia di Zeus innamorato, ma lasciamo perdere.»

Lei resta immobile.

«Zeus manda Ermes a liberarla. E lui non arriva con la spada: arriva con una storia.
Una storia lenta, morbida, una ninnananna travestita da racconto.
Argo tenta di resistere, prova a tenere aperto almeno un occhio…
ma Ermes è più paziente.

E così i cento occhi si chiudono.
Uno alla volta.»

Melany trattiene un sorriso curioso.

«E quando l’ultimo si abbassa, Argo crolla.
Perché nessuno può controllare tutto.
Nessuno può tenere tutto acceso.
E allora Ermes lo ammazza.»

Mi chino un po’ verso di lei.

«E sai la cosa più ironica?
Era, per non sprecare tutta quella perfezione, prende gli occhi di Argo e li mette sulla coda del pavone.
Come pietre preziose su un velluto.
Un tributo alla memoria che veglia,
alla fedeltà che non svanisce,
alla luce che resta.»

Lei si morde il labbro.
«Ma se chiudo un occhio… gli altri mi passeranno avanti.»

«Forse.
Ma se vivi come Argo, senza mai chiuderli, ti perdi.
Ti consumi.
Proprio come lui.»

Nel corridoio una porta sbatte.

Melany respira piano.
«Non voglio essere così.»

«Allora comincia a chiuderne uno.
Quello che ti impone la perfezione.
Non sei Argo, Melany.»

Lei stringe la versione nel pugno.
Si alza, si sistema la maglia della squadra, infila il foglio nello zaino.
Alla porta si gira, un sorriso obliquo:

«Mr. D…»

«Dimmi.»

«Secondo me Zeus non avrebbe dovuto mandare Ermes per far addormentare Argo…
doveva mandare lei.»

Alzo un sopracciglio.
«Ah sì?»

Lei finge innocenza.
«Certo! Quando lei spiega — soprattutto Cicerone — è noiosissimo.
Ad Argo gli occhi gli si chiudevano in trenta secondi.»

«Grazie mille.»

«È un piacere. Comunque, se devo far addormentare un mostro… o mia madre… la chiamo.»

E scompare nel corridoio.

Rimango qualche secondo fermo.
E penso che ogni giorno insegno a un Argo fatto di ragazzi,
con i loro cento occhi accesi sul mondo, le notifiche, le connessioni…
che con la mia voce cerco di far chiudere piano,
uno alla volta.

Non con l’astuzia di Ermes,
ma con il passo lieve di una lezione inutile che scende come neve:
piana, silenziosa, senza fare rumore.

E forse — chissà —
in quello spegnersi di occhi
si apre una soglia d’ombra,
attraversata dalla memoria.

E qualcosa,
là dentro,
si accende…


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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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