Studio la pianta sul davanzale: starà riposando
o è ufficialmente passata a miglior foglia?
Mannaggia a Clitemnestra
e ai miei sensi di colpa botanici.
Ci sono giornate come questa in cui non so più
se è mattina o già sera:
sembrano il fronte e il retro della stessa fotocopia.
Che la pianta abbia bisogno di più acqua?
E per non farmi mancare niente, penso al lavoro.
A noi insegnanti…
Che sembriamo gli allenatori della Nazionale,
a volte non ci vogliamo bene,
a volte abbiamo meno di un secondo
per rispondere a un adolescente in piena tempesta e —
sbagliamo.
Come tutti, del resto.
E qualche volta, sì: facciamo anche la cosa giusta.
Come tutti, del resto.
Non l’avrò innaffiata troppo?
A scuola raccontiamo di perifrastiche, di funzioni e rivoluzioni,
di diritto civile e di toroidi;
passando con gli studenti più tempo
di quanto ne passiamo con i nostri figli.
Mannaggia ai sensi di colpa…
Figli che spesso vorrebbero essere altrove.
Studenti che spesso vorrebbero essere altrove.
E come dargli torto?
A volte vorremmo esserlo anche noi.
Altrove…
Le nostre giornate tramontano dietro a un registro elettronico:
i voti sono nuvole ad alta quota,
le mail stelle infinite nei cieli d’estate,
e i compiti da correggere stormi di uccelli
che migrano verso il weekend.
E poi c’è quella sensazione sottile — ma costante —
di raccontare una storia a cui nessuno crede più da un pezzo.
E lo sai che hai visto giusto:
lo leggi nel disagio di chi insegnante non è…
Poi torni a casa.
Accendi la TV — perché per correggere
devi ricreare il rumore di sottofondo della classe —
trascrivi voti, sistemi moduli
e continui a chiederti perché, esattamente,
da noi ci si aspetti tutto.
I ragazzi si rincoglioniscono su TikTok?
«La scuola deve educare.»
Passa un meteorite?
«Se i docenti insegnassero meglio geografia astronomica…»
E noi, più che salvare il mondo,
ci accontenteremmo di salvare
la stampante della sala docenti morta da due settimane;
il bagno che sputa acqua come sentenze;
la studentessa della prima ora, sempre in ritardo
ma col caffè da asporto in mano;
e negli occhi un universo con tanto di galassie;
e quei piani formativi che — diciamolo —
nessuno ha ancora capito cosa formino,
a parte una montagna di carta.
Non siamo eroi.
Lavoriamo come tutti.
Siamo umani come tutti.
E stanchi, parecchio.
Come tutti.
La scoperta più amara, quando mi sono trasferito negli USA,
è stata rendermi conto che
da una parte all’altra dell’oceano
la percezione degli insegnanti, i problemi della scuola,
le visioni politiche, i professori eroi e quelli fancazzisti —
insomma, la scuola tutta —
non sono cambiati di una virgola.
«Ho provato a parlare.
Forse ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.»
— Caproni
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sei solo stanco… Sursum corda
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