Una nave, due ragazzi, Babbo Natale

Babbo Natale sorride alla macchina fotografica.
I due bambini sulle sue ginocchia alzano il palmo della mano in segno di saluto.
Il fotografo scatta.

La madre si avvicina, recupera i figli.
Babbo Natale non smette di sorridere mentre infila la banconota da venti dollari nella grossa tasca della giubba rossa.

Se avessi un filo di disciplina, avrei già aperto una rubrica fissa: Only in America.

Perché certe storie, giuro, sembrano succedere solo qui.
(O forse sono io che continuo a farmi fregare dal mito. Possibile.)

Comunque, per raccontare la storia di questo Babbo Natale che lavora in un centro commerciale nel bel mezzo del nulla sugli Appalachi, bisogna partire in media res.
E già che ci siamo, bisogna anche fare una precisazione di onestà intellettuale, perché a pensarci bene questa storia si porta dietro anche un bel po’ di sensi di colpa.

Mi spiego?

Mi spiego…

Spesso, tra le pagine del mio blog, gli americani li ho descritti in modo poco lusinghiero, per usare un eufemismo.
Con affetto, sì.
Ma anche con una certa cattiveria preventiva.

Eppure sono il primo che, quando qualcuno parte con una filippica del tipo “eh, ma gli americani…”, scuoto la testa e sorrido, perché parliamo di trecentoquaranta milioni di abitanti sparsi su un continente, con tre fusi orari da una costa all’altra, e dentro quei trecento e passa milioni di anime c’è una varia umanità.

Giovani e vecchi.
Alti e bassi.
Allineati e dissidenti.
Magri e grassi.
Stronzi e gentili.

Vale per tutti.
Vale anche per loro.

E allora eccola, questa storia.
Quella di due ragazzi qualunque che, per una volta, qualcosa di buono — o almeno di terribilmente scomodo — lo hanno fatto davvero.

Siamo nel marzo del 1970.
La guerra del Vietnam non è più una notizia: è un’abitudine.
Sta lì, come una radio accesa in un’altra stanza.

In quel contesto, dal porto di Subic Bay, nelle Filippine, salpa la SS Columbia Eagle.
Una nave mercantile.
Civile.
Diretta verso una base americana in Thailandia.

Quella nave, però, ha la pancia piena zeppa di munizioni e napalm destinati all’aviazione americana.
La guerra, insomma, viaggia benissimo anche senza uniforme — sai che novità.

A bordo ci sono anche Clyde McKay e Alvin Glatkowski.
Due ragazzi poco più che ventenni.
Nessun manuale di disobbedienza nello zaino.
Nessuna ambizione eroica.

Solo una domanda che, giorno dopo giorno, diventa impossibile da ignorare:
trasportare armi è davvero “solo” un lavoro come un altro?

In mare aperto le domande fanno eco nelle loro coscienze.
Non c’è il rumore del mondo a sovrastarle.
E quando smetti di coprirle succede che diventi lucido: ti passano in testa le marce per la pace, le proteste nelle università, le fototessere degli amici che dalla giungla non sono più tornati.

Il 14 marzo 1970 prendono le armi di bordo — in realtà basteranno due rivoltelle — costringono parte dell’equipaggio a scendere sulle scialuppe di salvataggio e deviano la rotta.

Un ammutinamento in piena regola.
Non per conquistare.
Non per distruggere.
Per interrompere.

Decidono di puntare verso la Cambogia.

Nella loro testa la logica è semplicissima:
se esiste un posto dove gli americani stanno sulle palle, quello dev’essere proprio la Cambogia.
Un paese che per anni ha provato a restare neutrale, incastrato tra superpotenze e guerre altrui.

Quello che non potevano sapere — perché avevano vent’anni, perché erano in mezzo al mare, perché nel 1970 non esistevano social, Wi-Fi o notizie in tempo reale —
era che la storia stava correndo più veloce di loro.

Il 18 marzo, mentre la nave è ancora in viaggio, la Cambogia subisce un colpo di Stato.
Il principe Sihanouk viene deposto.
Il generale Lon Nol prende il potere.
La neutralità finisce in archivio.
Il nuovo governo si allinea rapidamente agli Stati Uniti.

In altre parole, Clyde e Alvin stavano andando esattamente nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Attraccano convinti di essere accolti come eroi, magari con tutti gli onori del caso, o quantomeno con una certa simpatia anti-americana.
Scendono dalla nave e invece vengono arrestati immediatamente.

Per il nuovo governo cambogiano, quella nave carica di munizioni è un regalo servito su un piatto d’argento.
Un modo perfetto per dimostrare buona volontà ai nuovi “amici” americani.
Troppa grazia per lasciarsela scappare.

Alvin verrà rimpatriato negli Stati Uniti.
Arrestato.
Processato.
Condannato.
Sconterà anni di carcere federale.

Clyde, invece, non tornerà negli Stati Uniti per molto tempo.
Non verrà processato.
Non verrà assolto.
Resterà fuori dal sistema.

Uno paga restando dentro.
L’altro paga restando fuori.

Oggi Alvin ha scontato la sua pena.
Vive tra i monti degli Appalachi, lontano dai riflettori.
Ha una barba lunga.
Non racconta.
Non spiega.
Non rivendica.

Ogni anno, a dicembre, per racimolare qualche soldo, indossa un costume da Babbo Natale.
Scende a valle.
Abbraccia bambini.
Si mette in posa per le foto di rito.

Nessuno lo riconosce.
Nessuno sa chi è — o chi è stato.
Che cosa ha fatto a vent’anni.
Che cosa ha perso.
Che cosa ha pagato.

Forse è giusto così.

Perché certe storie non chiedono applausi.
Chiedono solo di essere custodite nel silenzio.

Intanto il mare continua a fare quello che ha sempre fatto.
Non giudicare.
Ricordare.

👉 https://lapisetlux.blog/2020/05/17/le-parole-insegnano-gli-esempi-trascinano/


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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